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GALANTE, FRANCESCO

(Margherita di Savoia, Foggia, 1884 – Napoli 1972)

Dal 1896 al 1904 studia all’istituto di Belle Arti di Napoli, allievo di Volpe e Cammara­no. All’attività di pittore accosta sin dall’ini­zio quella di illustratore (“Varietas”, 1907-08) e di insegnante (Istituto Statale d’Arte, 1914-57; Accademia, 1930-32). E presente alle maggiori manifestazioni artistiche napo­letane (Promotrici Salvator Rosa), nazionali (Biennali veneziane, Torino, Roma, Milano) e internazionali (Parigi, Salon d’Automne, 1909; Santiago del Cile, 1910). Partito da esperienze di gusto impressionista e “nabis”, negli anni Trenta si accosta ai modi di Nove­cento.

(“Novecento Italiano” 1998 – 1999. ed. De Agostini)


FRANCESCO GALANTE

(Margherita di Savoia, Foggia, 1884 – Napoli 1972)

Dopo aver appreso i rudimenti del disegno alla scuola elementare di Margherita di Savoia, Francesco Galante si trasferì nel 1896 a Napoli. Si iscrisse all’istituto di Belle Arti dove ottenne tra il 1899 e il 1904 numerosi riconoscimenti. Nel 1904, conclusi gli studi, si trasferì a Milano dove collaborò con le case editrici Sonzogno e Treves e con la rivista “Varietas” per la realizzazione di illustrazioni. Dopo circa un anno si trasferì a Roma e poi a Napoli dove divenne caricaturista presso il giornale umoristico “6 e 22” e parallelamente iniziò a dedicarsi alla pittura, realizzando in particolare paesaggi e ritratti in cui iniziò a sperimentare la sua particolare ricerca sul colore, dal gusto impressionista. Da allora Galante iniziò a esporre in tutte le più importanti mostre tra cui tutte le Sindacali napoletane (tranne quella del 1930) le mostre della Promotrice (1904, 1911, 1912, 1915-16, 1920-21) e le Biennali di Venezia (1910, 1912, 1914, 1920 e 1922). Tra i soggetti preferiti fin dai primi tempi ci sono interni e soprattutto ritratti di persone care come “Attrazione” (1914. Napoli. Circolo Artistico Politecnico), “Riposo” (Comune di Napoli, acquistato alla Promotrice. del 1915). Dal 1914 al 1957 insegnò nell’Istituto di Belle Arti di Napoli, prima Figura e, poi, Arti grafiche. Con la fine degli anni Venti si assiste nella poetica di Galante a una svolta novecentista caratterizzata da un maggiore realismo e da una produzione più delicata e intimista. Al centro della sua ricerca si pose l’ambiente domestico indagato in tutte le sue declinazioni, sia come simbolo della tranquillità dei personaggi della Napoli borghese, sia come espressione schietta degli affetti familiari. […] A partire dagli anni Trenta lo stile di Galante si fa più solido, scompare la caratteristica pennellata sfrangiata degli anni precedenti, e si assiste a un abbassamento delle gamme cromatiche, insieme a una nuova plasticità delle figure. Nel dopoguerra Galante recuperò lo stile delle sue opere giovanili insieme a tinte più chiare. Nel 1953 decorò il soffitto del teatrino di corte del Palazzo Reale con “Le nozze di Anfitrite e Posidone”, nel 1955 tenne una personale presso la Galleria Mediterranea e nel 1965 l’ultima presso il Circolo Artistico Politecnico.

(Elisa d’Agostino da “9cento. Napoli 1910 – 1980 per un museo in progress” Electa Napoli, 2010)



[…] Figura anch’essa legata alla tradizione, con un profilo più autonomo e controllato, attento al volgere dei tempi, ma fedele ad un modo tutto suo d’intendere la pittura, è Francesco Galante (1884-1972), artista acuto nella rappresentazione delle pulsioni d’una società borghese, di cui egli ha saputo accarezzare compiacente le piccole manie e le ambiguità talvolta sottili, talvolta struggenti. Negli Interni riesce più convincente, poiché ci restituisce uno «spaccato» di questa borghesia acquiescente, di queste signore che vivono l’atmosfera ovattata e rassicurante dei propri appartamenti coi balconi aperti sul golfo, ma anche con qualche angolo oscuro. E così nei ritratti; ove non s’adagia alla riproduzione del «tipo», ma cerca di scandagliare nella psicologia del personaggio. Il pittore della discrezione, potrebbe essere definito o del «grigio», come lascia evocare facilmente il titolo stesso d’un suo dipinto di veduta del porto di Napoli: “Grigio su Napoli” della collezione Morelli.

(Rosario Pinto da “La Pittura Napoletana” Liguori Editore, 1998)


RENATO CRISCUOLO

(Napoli, 1954)

 

Renato Criscuolo rappresenta una delle voci più significative e suggestive dell’arte contemporanea figurativa in Italia. Un impressionista che è presente sui testi più accreditati, nelle riviste specifiche e nelle pinacoteche dei più grandi collezionisti sia classici che moderni. È proprio questo il segreto della sua arte: la modernità legata alla figurazione classica. Ha studiato molti maestri del passato, ma cercando sempre un proprio linguaggio pittorico per esprimere al meglio le proprie emozioni.

Gli esordi di Renato Criscuolo sono caratterizzati da una pittura dai toni caldi e tenui.

L’elemento cromatico diventa il suo punto di maggiore interesse. Le sue composizioni acquistano progressivamente maggiore luminosità, fino a raggiungere una nitidezza di visione e tonalità delicate, eliminando il chiaro-scuro accademico.

Sull’esempio della tradizione impressionista la sua pittura diventa limpida e cristallina, realizzata con larghe pennellate, cercando una propria personalità pittorica.

E’ presente in varie riviste, tra cui: Arte moderna, Mondadori n. 38 e 39, L’Elite ( selezione arte italiana 2003).

Ha esposto in molte città. Referenze in Italia presso: Meeting Art (Vercelli), Gam (Catania), Galleria Tigullio (Rapallo), Marchese (Messina), Galleria San Marco (Stresa), La Ghirlandina (Modena), Sheffield (Palermo), Cantini (Catania), Verga (Varese), Visconti (Chianciano Terme), Galleria Ponte V. (Bassano), Antichità Caiafa (Napoli); e all’estero: C. Cook Designs (Londra), Greenbaum (New York), Altri Tempi (Santo Domingo), in Texas, Scozia, etc.

(R. Visone)

 


 

 

“Ogni soggetto risulta impaginato con cura. I colori non gridano ma si insinuano lentamente caldi e appropriati da dare completezza al contesto generale del quadro. Per riuscire ad apprezzare pienamente l’opera di Criscuolo, bisogna soffermarsi ad osservare quanto sia importante per lui dare la giusta luce ad ogni piccola pennellata che anche quando si succede rapida e scattante, sottintende sempre un disegno sapientemente felice chiaro… Con lui la pittura cessa di essere modello e diventa stato d’animo”

(P. Ilardi)

ATHOS FACCINCANI

Peschiera del Garda, 1951

 

Paolo Levi: “È facile affermare che il lirismo intimista e profondo di F. è più realista del realismo convenzionale. Lo dimostrano il suo successo e la sua capacità di farsi leggere ed apprezzare anche dai fruitori d’arte meno sofisticati. È pittura nella quale ci si riconosce: è storia di un tragitto umano, ma anche storia del mondo e del tempo. Dunque di tutti. Un’arte che è colore ed impressione, ma che mai sarebbe stata possibile senza un’attenta meditazione degli spazi ed accostamenti cromatici. Arte apparentemente ingenua, come ingenuo può apparire il terapeuta agli occhi di chi si è perso nei labirinti dell’inconscio.”

Elda Lettieri: “Quelle tele coloratissime e semplici, quel particolare modo di dipingere non poteva passare inosservato. Ho seguito la sua crescita nel tempo, in continua ascesa; il mondo lo ha consacrato artista internazionale. Inglesi, tedeschi, norvegesi, australiani, americani lo amano.”

Cesare Marchi: “F. soffrì da bambino di un soffio al cuore che lo condannò a vivere per molti anni sotto una campana di vetro. A 13 anni, quei torrenti ove il suo cuore malato gli impediva di tuffarsi assieme al compagni, quei campi di papaveri tra i quali gli era vietato correre, lui li dipinse”.

 

 

 

ATHOS FACCINCANI

Ho sempre invidiato i pittori, per l’immediata pubblicizzazione della loro arte. La pittura comunica direttamente con tutti, italiani inglesi tedeschi cinesi ottentotti, non deve cercarsi un traduttore come l’opera letteraria, che lega il suo destino al numero dei palanti l’idioma con cui è scritta. In particolare, ho sempre guardato ai pittori con la livida invidia dell’impotente che ha scarsa dimestichezza coi colori dell’arcobaleno, e ne conosce con assoluta certezza tre, quanto basta per non prendere la multa ai semafori…

“Invidio i pittori” ha scritto Federico Fellini, “carta, matita e tubetti ci colore permettono loro di affermarsi in ogni circostanza. Per loro ci sarà sempre una mela su un tavolo, una valle alla fine d’una passeggiata, e luce finché avranno la forza di aprire gli occhi”. Penso che fra tutti gli alunni delle Muse i pittori siano i più candidamente felici, abbagliati da quel perenne lampeggiar d’immagini e di forme nella fantasia, in presa diretta con madre natura, di cui succhiano come api il miele policromo di fiori, piante, acque, cieli, luci ed ombre. Che poi traducono sulla tavolozza in assoluta libertà creativa…

Quale sia la grammatica del trentaquattrenne Athos Faccincani, veronese di Peschiera, tocca agli esperti stabilirlo. Ma non è necessario essere degli addetti ai lavori per capire che l’arte di Faccincani, pittore felice di esistere e di vivere, trasuda ottimismo e gioia da ogni olio e tempera. Nella pittura egli ha trovato la rivincita, morale prima ancora che estetica, sua una fanciullezza infelice. Per l’errore di un medico, che sbagliò la dose di un farmaco, soffrì da bambino un soffio al cuore che lo condannò a vivere molti anni sotto una campana di vetro. Non poteva giocare coi compagni. Come il passero solitario di Leopardi, guardava i giochi altrui. Il forzato isolamento maturò, amaro frutto, una precoce sensibilità. A tredici anni, quei torrenti ove il suo cuore malato gl’impediva di tuffarsi assieme ai compagni, quei campi di papaveri tra i quali gli era vietato correre, lui li dipinse. A memoria, nascosto in cantina, perché sua madre non voleva che perdesse tempo con “quelle stupidaggini”…

Per accontentare la madre per accontentare la madre che, come tutte le madri, sognava per lui una quieta professione borghese, s’iscrisse all’istituto per ragionieri. Si alzava alle quattro, per fare i compiti. Il pomeriggio lo consacrava alla pittura frequentando lo studio del vecchio Semeghini e quando si diplomò a pieni voti e già la mamma trafficava per trovargli un posto in banca, le procurò un altro dispiacere correndo a Venezia, a iscriversi all’Accademia delle belle arti. Per mesi visse d’arte e di panini, cliente affezionato delle più note latterie. Fece il piccolo di bottega a Guidi, a Seibezzi, a Marco Novati. Angelo Gamba lo faceva alzare di buon’ora perché andasse a vedere l’alba. “L’ho vista ieri” si difendeva il giovanotto, cui difettava il cibo, non il sonno. “Ricordati che ogni alba è diversa dalle precedenti” rispondeva il maestro, “non solo perché cambia il giorno, ma perché cambiamo noi”.

Dopo una dozzina di levatacce, scrisse alla madre informandola che mai e poi mai sarebbe entrato in banca. Come era possibile stare curvi dietro uno sportello a timbrare assegni avendo gli occhi colmi di gabbiani e d’albe lagunari ?

Athos Faccincani ama la natura nella sua sacra totalità: monti, alberi, insetti. Sdraiato su un prato, indugia a spiare la microscopica vita, fremente fra due ciuffi d’erba o nel salto d’un ruscello. Anima delicata e vagamente panteista, soffre nel vedere la strage di moscerini spiaccicati contro il parabrezza della macchina. Alla corrida, parteggia per il toro, come da bambino parteggiava per il topo. “Vorrei sapere come fanno i topi a mangiare il formaggio senza far scattare la trappola” brontolava il nonno, lungi dall’immaginare che era stato il nipotino Athos a togliere il formaggio. Superfluo aggiungere che stravede per i cavalli e i cani. La prima notte di nozze, nessuno dei due dormì, non per il motivo d’obbligo in tale circostanza, ma perché il cane che da anni dormiva con lui, e per l’occasione era stato rinchiuso nella camera accanto, abbaiava con urla che non avevano più nulla di canino. Gelosia? Tanto che la sposina, persa la pazienza, gridò “O me o il cane”. Rispose Athos: “lo al cane non rinuncerò mai. Puoi tornare dai tuoi genitori”.

Ma la moglie rimase. Il suo intuito femminile capì che agli artisti bisogna perdonare molte cose, perché danno in cambio cose che i non artisti non ci daranno mai. Guardate i suoi fiori. “Una casa piena di libri e un giardino pieno di fiori” chiedeva al cielo il saggio Confucio. Chi non ha fiori di giardino, appenda alla parete quelli di Athos. Sono eguali, e non appassiscono. Li avesse l’esquimese nel suo igloo, sentirebbe un miracoloso odor di primavera. Anche il figlio — eI sangue no xe aqua — dipinge. Si chiama Mattia, ha cinque anni, e disegna alla Klandinsky, alla Paul Klee. Per un quadretto, prende “una donna”, cioè una banconota da cinquantamila. E trova perfino degli acquirenti. Athos comincia ad essere geloso. Lui, a quell’età, non aveva una lira.

 

Cesare Marchi

GENNARO VILLANI (1885-1948)

Nei primi anni di questo secolo le sole cose vive, a Napoli, in fatto di pittura, erano i vecchi maestri dimenticati: Mancini (che viveva a Roma), Migliaro (che stentava la vita dipingendo <<tavolette>> che nessuno voleva) e Pratella (che addirittura decorava scatole di dolciumi per Caflich). Dall’altra parte, dalla parte dell’ufficialità e della legalità, stavo per dire <<governativa>>, vi erano invece i grandi <<pompiers>>, gli Irolli, i Volpe, i Vetri, che avevano in mano tutto, che controllavano mostre, premi e mercato. La vita artistica e il generale ambiente di cultura era dominato insomma dal senso del più piatto conformismo e dalla banalità eroico-nazionalistica dannunziana. Quella che era stata una grande capitale scendeva sempre più a livello di un chiuso borgo provinciale. All’ Accademia di Belle Arti tuttavia, resisteva un angolo di fresca vita culturale ed era l’aula di pittura in cui, fino all’anno della sua morte (1920) insegnava Michele Cammarano. Da questa scuola di schietta osservanza naturalistica ma di alto rigore formale è uscita la generazione di pittori di cui fa parte Gennaro Villani, insieme al dimenticato Edgardo Curcio, a Eugenio Viti e a Gaetano Ricchizzi. Questi giovani pittori ebbero merito di opporsi apertamente alla dittatura dei <<pompiers>> locali, trovando ispirazione in un mondo di idee e di gusto assai più largo di quello municipale, al quale, soltanto pareva sensibile la maggioranza degli artisti ufficiali e conformisti. Il discorso vale soprattutto per Edgardo Curcio, che arricchì i temi della pittura napoletana introducendovi i sentimenti schietti della vita contemporanea, la libera osservazione del costume e il gusto della bella materia pittorica. Ma il discorso su Curcio ci riserviamo di farlo in altra sede, al momento opportuno, qui ci preme affermare che Gennaro Villani fu in tutto all’altezza di quel moto vivace e sensibile che servì ad avvicinare in qualche modo Napoli al mondo reale della cultura italiana dei primi decenni di questo secolo. Il tramite di questa felice operazione fu la cosiddetta <<Secessione dei 23>> una organizzazione assai confusa ed eclettica che si richiamava evidentemente alle esperienze della <<Secessione>> viennese di Klimt. Nel 1909 i <<23>> giovani organizzarono una mostra polemica nella quale vennero in luce le personalità di Curcio, Villani, Ricchizzi, Gatto, Uccella (altro artista totalmente dimenticato, a torto), Viti, Galante, Pansini ed altri. In quegli anni operava a Napoli Felice Casorati e la più audace espressione di libertà e di spregiudicatezza di ricerca era, per tutti, quella dell’<<Art Nouveau>> o del Liberty , secondo gli esempi che offriva appunto, la Secessione di Monaco e di Vienna; esperienze alle quali, direttamente ed indirettamente, i giovani artisti napoletani si richiamavano. Ma in Gennaro Villani ben presto si afferma una vena robusta e sanguigna di vedutista, secondo la tradizione non posillipiana ma della macchia porticese. Era la diretta eredità di Cammarano che il giovane artista, insieme a Ricchizzi e al primo Viti, raccoglieva con impeto e con accesa sensibilità. Villani, così, affronta il paesaggio e lo interpreta liberamente, superando di colpo i confini umilianti della illustrazione turistica. Per la prima volta un giovane, dopo Mancini e Migliaro, sapeva guardare direttamente alla realtà e trarne motivo di ispirazione lirica. In Villani il colore domina con selvaggia prepotenza e l’immagine trova in esso una forma sempre nuova e inaspettata. Sul primo ciclo dell’opera villaniana domina evidentemente la suggestione della aspra pittura di paesaggio di Cammarano: con quelle scaglie cromatiche accese e il furore della luce che modella gli oggetti con mirabile evidenza plastica. Quell’audacia spezzava il cerchio provinciale della pittura morelliana e l’estetica dei <<Culurilli>>, come diceva De Nittis. Ma Villani cominciò ad accorgersi che Napoli cambiava anche come natura e, sulla indicazione degli impressionisti, comprese che il paesaggio urbano, le vedute <<interne>> di una città possono essere motivo di ispirazione. In tal senso, del resto, operavano molti pittori di quel tempo, in Italia. Per esempio i divisionisti Lombardi, dai quali come è noto venne fuori il Boccioni dei paesaggi periferici milanesi. Villani della tecnica divisionista, in un certo momento, fu, da noi, l’assertore più convinto, con Galante anche se non abbandonò mai del tutto la pennellata libera ed impressionistica manciniana. Manciniano e cammaraniano è anche il suo gusto per i motivi di ispirazione comuni e quel modo antigrazioso di scegliere il tema di un quadro: un taglio di paesaggio o un volto umano. I luoghi comuni della piacevolezza <<pittoresca>> furono da Villani e dai suoi amici secessionisti definitivamente abbandonati, a vantaggio di una più acuta ed appassionata resa plastica e della scoperta del giuoco tonale. Certo, Villani giunse poche volte all’immagine lirica pura, alla pura trasfigurazione, come il Mancini dei paesaggi di Frosinone o il Crisconio delle prime vedute del Pascone. Ma la strada da lui imboccata fu, dal primo momento tra le più moderne, rapportata naturalmente, alle condizioni reali delle arti figurative a Napoli. In questa mostra si presentano alcune opere di Villani scelte nel vastissimo territorio della sua produzione. Questi quadri vanno da alcuni paesaggi lievi ed aerei degli anni della maturità, nei quali la pennellata ha la leggerezza e l’eleganza allusiva dei post-impressionisti, alle opere degli anni giovanili nelle quali il colore è greve e sensuale; ma in tutte avverti quel senso di affanno, l’appassionata emozione dell’artista che sta per cogliere il tipico di una realtà, sia essa un paesaggio o la figura umana, e lo coglie con l’imponderabile invenzione del tono. Crisconio, che farà tesoro di queste esperienze portandole molto più avanti aggiunge alla scoperta del tono quella, ancor più importante del valore che esso ha nella costruzione nel volume, ma Crisconio, come è noto è il primo pittore napoletano che abbia saputo comprendere il messaggio di Cezanne, mentre Villani, Ricchizzi, il primo Viti restano degli epigoni degli impressionisti ed hanno, quindi, una tematica del tutto ottocentesca. In alcune di queste opere villaniane, nelle più intense, la libertà della resa plastica ha un vago sapore espressionista il cipiglio spregiudicato di un Kokoska; in altre la tenerezza del ricordo ammanta le immagini di una caligine rosata, remota, e sono i paesaggi di Parigi, le vedute marine con le cabine balneari allineate sulla spiaggia deserta lungo la riviera Vesuviana. Ogni momento ispirativo è legato a una reale emozione, a una sollecitazione interiore, ad uno stato d’animo lirico, per usare una formulazione crociana. Insomma, sia pure nella dimensione precisa di un talento non rivoluzionario, le opere di Gennaro Villani non tradiscono mai l’automatismo del mestiere, il tran-tran del manierista. Ecco perché anche in una selezione così ristretta puoi trovare opere che ti danno il piacevole brivido della scoperta.

Paolo Ricci

 

 

Si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli dal 1900 al 1907 come allievo di Michele Cammarano ereditandola tradizione degli impasti e della composizione del suo maestro che aveva fondato la ricerca del “vero”su contrasti chiaroscurali e prime prove di concorso per il Pensionato Artistico Nazionale risentono ancora di questa matrice ottocentesca. Una svolta avviene quando aderisce al Comitato Nazionale Artistico Giovanile, solidarizzando col gruppo della Secessione dei 23. L’opera cardine all’esposizione del 1909 è La “Barca Rossa”, replicata più volte in diverse tecniche, a pastello e a olio, che inaugura una fortunata stagione figurativa modellata su una nuova ricerca cromatica del paesaggio, ricca di tinte chiare e luminose. Il primo viaggio a Parigi arriva nel 1909, ospite degli amici Raffaele Ragione e Louis Reggiori, cui seguiranno tappe nel 1912, nel 1914 nel 1915. Risale a questa fase la brillante visione notturna della capitale in “Moulin Rouge” (900. Un museo in progress. Napoli Castel Sant’Elmo) ispirata a modelli del tardo-impressionismo. L’eco del successo con le sue partecipazioni alle Esposizioni di Monaco di Baviera (1909), di Venezia (1910) e di Bruxelles (1919) rimbalza negli acquisti favoriti alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (“Pascolo”) e all’Accademia di Belle Arti di Napoli (1917). “Sinfonia azzurra” (gia al Museo di Capodimonte) fu acquistato nel 1935 dal Ministero dell’Educazione Nazionale. Tra il 1922 e il 1925 Villani si trasferisce a Lucca dove insegna Pittura e decorazione all’Istituto di Belle Arti dopo la morte di Alceste Campriani. Nel 1930 e nel 1933 due importanti mostre sono organizzate a Napoli, a cura del Circolo Artistico Politecnico di Piazza Trieste e Trento dove l’artista è socio e realizza anche una sovrapporta (“Navi nel porto”) che ricorda il progetto dei tre pannelli decorativi presentati al concorso della Stazione Marittima di Napoli, nel 1932. In questo stesso anno sposa Elisa Miele dalla quale avrà una figlia, Ena. Gli anni del fascismo accentuano la sua inquietudine non essere riuscito ad ottenere incarichi all’Istituto di Belle Arti. Achille Macchia, nel 1930, lo definisce rappresentante instancabile del paesaggio mediterraneo, egli ha un occhio vigile al passato, ma è moderno rispetto alla tradizione ottocentesca.

Luisa Martorelli

GENNARO VILLANI

(Napoli, 1885 – 1948)

Frequentò l’Istituto di Belle Arti di Napoli, allievo di Cammarano, da cui derivò il robusto impianto disegnativo che interpretò prima con gusto tonale e poi con inflessioni postimpressioniste dal denso colore. I dipinti di genere di soggetto napoletano, le figure, le marine e i paesaggi del Villani interessano le aree di collezionismo partenopeo sensibili alla pittura di derivazione ottocentesca. I prezzi sono normalmente compresi in un arco dai due ai cinque milioni, a seconda di dimensioni, qualità e soggetto dei dipinti, con punte superiori per gli oli di notevole impegno o di particolarissimo interesse topografico.

(Il valore dei dipinti dell’Ottocento e del primo Novecento. X edizione, 1992 – 1993. Umberto Allemandi & C. Editore)

 

 

 

Gennaro Villani (1885 – 1948) trasferì nel paesaggio la sua breve esperienza secessionistica. All’inizio, infatti, le sue vedute sono fitte di segni colorati, sinuosi, di gusto floreale, per poi raggiungere e ricomporre la tavolozza su registri tonali misurati e l’impalpabile atmosfera del plein air. Dal suo maestro Cammarano aveva ereditato il senso della bella materia pittorica, e specie le sue piccole tavolette, orchestrate su accordi essenziali e “puliti” che ricordano certe pitture della Repubblica di Portici, avevano ed hanno un notevole fascino. La vita di un artista come Villani, se l’artista fosse vissuto in un ambiente sensibile, ricco di interessi culturali, avrebbe potuto avere uno svolgimento ben diverso nell’arte napoletana del primo Novecento; non a caso, lo stesso Crisconio aveva subito, agli inizi della sua attività, una certa influenza dal modo spregiudicato di Villani di interpretare la natura.

(Paolo Ricci)

 

 

 

Gennaro Villani (Napoli, 1885Napoli, 25 dicembre 1948) è stato un pittore italiano. Riconosciuto come uno dei più importanti Maestri della pittura napoletana, fu amico intimo di molti degli artisti napoletani dell’epoca, quali ad esempio Roberto Bracco, Salvatore Di Giacomo e Francesco Cangiullo e fu pluripremiato e recensito dai maggiori critici dell’epoca. Villani iniziò la sua carriera artistica ancora in giovane età, ottenendo ben presto i favori della critica artistica del tempo. La sua autorevolezza raggiunse l’apice quando fu invitato alle più importanti manifestazioni d’arte dell’epoca, in Italia e all’Estero. Tra le altre, ricordiamo le fiere di Versailles, Monaco, Santiago del Cile, San Francisco, Bruxelles, Milano e Napoli. Allievo prediletto del Maestro Michele Cammarano, nonché di Gaetano Esposito e Vincenzo Volpe, visse ed operò con successo tra l’Italia e la Francia. Soggiornò ed operò a Parigi dal 1912 al 1914. Durante il periodo parigino fu invitato a far parte di importantei accademie francesi, che annoveravano fra i loro soci artisti ed intellettuali del calibro di Gabriele d’Annunzio, Anatole France, Charles Perrault, Pierre-Auguste Renoir ed altri. Occupò per molti anni la cattedra di insegnamento alle Accademie di BB.AA. di Lucca e di Napoli. Fu invitato ad esporre a tutte le Biennali di Venezia del suo tempo, ai più prestigiosi “Salons” di Parigi ed alle Quadriennali di Roma e Torino.

(http://it.wikipedia.org)

 

VILLANI GENNARO

(Napoli, 1885 – 1948)

Frequenta l’Accademia di Napoli, sotto la guida di Michele Cammarano, di cui risente fortemente nel primo periodo della produzione, contrassegnato da forti contrasti chiaroscurali. Esordisce alla Promotrice “Salvator Rosa” nel 1904; nel 1909 è a Parigi ed espone al Salon d’Automne. Nello stesso anno è presente alla Biennale di Venezia, partecipando poi a Napoli all’esperienza di quel gruppo di artisti d’avanguardia definito “Secessione dei 23” e, sino ai primi anni Quaranta, svolge un’intensa attività espositiva in Italia e all’estero (anche a Parigi, nei frequenti soggiorni insieme a Raffaele Ragione). Pittore soprattutto di paesaggi e paesaggi con figure, dal 1909 caratterizza le sue opere con una pennellata densa e luminosa.

(Novecento Italiano 1998 – 1999. De Agostini Editore)

 

 

 

Gennaro Villani era stato allievo di Esposito, Volpe e Cammarano. Inseritosi ben presto da protagonista nelle vicende artistiche napoletane, partecipò alla «secessione» del ‘23, andando poi a dirigere l’Accademia di B.A. di Lucca e tornando successivamente ad insegnare paesaggio all’Accademia di Napoli. Ma, nel corso della sua laboriosa vita, era stato anche a Parigi: aveva dipinto lungo la Senna, aveva capito la bellezza dei grigi, di certi toni smorzati; e nella sua memoria cantavano con i ritmi di una poesia di Verlaine i paesaggi di Claude Monet. Si era aggirato per la «ville lumière», osservando, dipingendo nei luoghi dove avevano operato i grandi impressionisti francesi, dai quali, pur mantenendo inalterato il suo temperamento di pittore napoletano procive al sentimento e alla sensualità, aveva tratto non pochi insegnamenti, affinando la sensibilità e il gusto.

Passeggiando lungo le spiagge assolate, s’incantava a guardare i nudi bruciati dal sole o gli effetti di luce sulle acque. i suoi occhi, dietro le lenti, fissavano lo spettacolo insolito. D’improvviso piantava il cavalletto sulla sabbia, apriva la cassetta dei colori ed incominciava a dipingere con una foga impressionante. Da quelle poste sulle spiagge nascevano di giorno in giorno i suoi mirabili paesaggi vibranti di luce.

Dipingeva come in trance, imprigionando la luce dei pomeriggi estivi. Parigi gli aveva insegnato molte cose, ma egli non si lasciò mai influenzare dalle mode. Restò napoletano. Le sue «impressioni» — che potrebbero ricordarci, sia pure alla lontana, quelle di un Monet o di un altro pittore impressionista francese — sono caratterizzate da un tono elegiaco, da una vena sentimentale: i cieli grigi, la luce dorata dei pomeriggi invernali, le marine autunnali, la campagna durante la vendemmia, i porti ingombri di velieri nel giuoco della luce che squarcia le nuvole, i cortili rustici, la prima neve. Poteva considerarsi uno degli ultimi bohemiens, un romantico per il quale la natura era il gran libro da cui trarre le parole e le immagini del suo poetare. (P. Girace)

 

GENNARO VILLANI      (Napoli, 1885 – 1948)

 

All’Istituto di Belle Arti di Napoli Gennaro Villani fu, con Viti e Crisconio, tra i migliori allievi di Michele Cammarano: da quel grande maestro, burbero e solitario, apprese il disegno — che è il fondamento della pittura —, lo studio del vero, la maniera sobria dell’impianto chiaroscurale. E fu caro anche a Gaetano Esposito, col quale ebbe una spirituale affinità nel «sentire» la pittura sopratutto come stato d’animo. A partire dal 1904 — quando iniziò a partecipare alle Promotrici napoletane — e per un quarantennio Villani fu costantemente presente alle più significative manifestazioni d’arte italiane e straniere: Roma, Torino, Rimini, Firenze, Parigi, Monaco di Baviera, Milano, Venezia, Bruxelles, Santiago, Barcellona; nel 1909 fu tra i promotori della prima Esposizione giovanile d’arte di Napoli (collegata al movimento «secessionista», confluito poi parzialmente nel futurismo); nel 1920 succedeva ad Alceste Campriani sulla cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Lucca. In precedenza aveva dimorato alcuni anni a Parigi, ove la lezione impressionista se vivacizzò in qualche modo il suo colore non alterò la sua sensibilità cromatica né attinse l’impianto realistico attraverso il quale da tempo era andata caratterizzandosi la sua fisionomia pittorica. Come era accaduto a Casciaro, a Ragione, a Scoppetta, egli trovò sulle rive della Senna un’atmosfera consona al suo spirito — formatosi nel clima di Giacinto Gigante, antesignano dell’impressione e della macchia — e motivi ispiratori capaci di arricchire la sua esperienza e dargli nuove emozioni. E del resto, se nel 1914 non avesse dovuto interrompere la sua permanenza in Francia per lo scoppio del conflitto mondiale, Villani avrebbe già visto schiudersi un avvenire di lavoro intenso e proficuo; già allora stentava a soddisfare le richieste di Montmartre, di Moulin Rouge, di Moulin de la Gallette che quotidianamente gli pervenivano dai mercanti parigini. L’ordito dei suoi dipinti era quello di un impressionismo palpabile, nutrito di esperienze dirette, talvolta acceso e crepitante. Nei suoi paesaggi il sole giocava sugli alberi, sulle case, sulle colline, sul mare, sotto le pergole e sulle tovaglie, sui bicchieri; giocava sull’allegria dell’estate e sulla malinconia dell’autunno. Egli fu il pittore delle armonie velate delle giornate di pioggia; colse la poesia fuggente del mare su cui fluttua l’ombra arabescata delle barche. Notava Roberto Bracco scrivendo di Villani: «Egli ha la capacità dell’estro improvviso e quella della riflessione, ha la facoltà dell’abbozzo rapido e sintetico, del segno pronto e definitivo, dell’accenno lieve e pur vivido ed essenziale, e ha l’opposta facoltà della elaborazione, della finitezza, della compiutezza; estensibile fino alle più delicate sfumature, alle più sottili intenzioni».

(Alfredo Schettini – Cento Pittori Napoletani – So.Gra.Me. Napoli, 1978)

 

 

 

Io non amo le prefazioni. L’opera d’arte si presenti da sé. I «non addetti al lavoro» non entrino. Ma quando si tratta di dare un giudizio degno di fede, su di un artista o di un’opera che stimo, lo faccio ben volentieri; tanto più che è cosa difficilissima. Solo gl’incoscienti e i non addetti al lavoro sogliono aprir bocca in proposito, con la disinvoltura del paglietta e del ciarlatano.

Baudelaire dice che per giudicare la pittura occorre per lo meno aver dimestichezza con i ferri del mestiere. E chi scrive gode di tale familiarità; onde afferma che Gennaro Villani è uno dei pochi pittori veraci che abbia l’Italia, uno di quelli che rappresentarono degnamente il paese alle non facili esposizioni internazionali di S. Francisco, Monaco, Barcellona, Venezia, Bruxelles, del «Salon» ecc.

Villani è il paesista per eccellenza; e sente e tratta la figura come elemento paesistico, vale a dire che per lui la figura non esiste se non ambientata. Infatti, Umberto Boccioni afferma: una figura non esiste fuori del suo ambiente.

La forza del Villani consiste nel dare all’opera volume e colore, cose quasi impossibili a stare assieme, poiché poche volte non si distrussero a vicenda; e il colore, sempre atmosferico, non avrà mai la sua «pura» volgarità. Né il nostro artista ammette la dosa; né regola la luce nello studio: non ha studio. Il paesaggio cambia ogni cinque minuti ed egli lo ama e lo coglie nella sua sintesi atmosferica.

L’Arte è sintesi.

Figure che camminano, cavalli che trottano, vele che vanno, automobili che s’avventano: Villani che dipinge!… e molti pittori compaesani, inetti o in mala fede, che continuano a maltrattare il collega non socio al Circolo Artistico.

Ah! come sarebbe più giusto che si cavassero i cappelli in questa mostra! Come sarebbe ora che si vergognassero i fotografi colorati a 100 lire la copia.

FRANCESCO CANGIULLO

 

 

 

 

Una mostra così ricca e così varia, piena di luce e di vita ben merita il successo ottenuto.

Oltre cinquanta tele popolano l’ampio salone dell’Unione Giornalisti Napoletani; opere di una finezza tutta propria, interessanti ed originali che hanno richiamato e richiamano tutt’ora l’attenzione del mondo intellettuale Napoletano.

Gennaro Villani, alla distanza di un anno, si ripresenta alla ribalta di una mostra artistica generale, dopo avere in silenzio lavorato con fervore ammirevole.

Vi sono in queste opere le tracce indelebili dell’anima dell’artista, del pensatore che imprime in una linea, in una pennellata, in un tono, ora caldo, ora freddo, la sua tecnica robusta, la sua personale caratteristica.

Ho detto innanzi che Gennaro Villani è un taciturno, è un pensatore, è un instancabile lavoratore; e non a torto ho asserito tanto. Egli è un artista fra i migliori della nostra Napoli, che fugge il rumore assordante della vita e brama soltanto il lavoro, soltanto la quiete!…

PIETRO MONTELLA

TOBIA SCOPPA (Napoli, 1945)

 

Le opere più significative di Tobia Scoppa sono quelle che rendono con immediatezza il vedutismo naturalistico, siglandolo a larghe e guizzanti pennellate e facendo vibrare i colori con aperta luminosità. Si nota una lunga dimestichezza con il linguaggio cromatico che, nei temi trattati, diventa raccordo stimolante fino a sollecitare l’attenzione. I paesaggi di questo artista hanno un’intonazione esistenziale che indica l’amore per la natura ed un innato romanticismo ecologico. [//]

 

Scoppa è sollecito a recepire gli effetti più appassionati del brano naturale e, quando ne osserviamo la resa, ci rendiamo conto di come costantemente egli aggiorni la ricerca ed i mezzi espressivi. Il suo è un lavoro assiduo, impegnato, che è partito da una forte tensione per diventare negli anni mestiere e ispirazione. Perciò le sue opere non lasciano indifferenti, specie quelle in cui la luce si amplifica in liquidi riflessi e dove si consolidano spazi umani, familiari alla memoria o alla cronaca.

 

Sono felicemente interpretati i suoi moli, i mercatini gli scorci di costiera, i tagli di rocce nel panorama, sicché tutto l’insieme si amalgama in un cromatismo che individua i volumi e nel contempo quel vero che innamora. D’altra parte questo genere pittorico che vanta nobili e fertili tradizioni, quando trova interpreti coerenti, consente fruitori di meditare sulla viva scena del quotidiano alle ore che fuggono, e sulla vasta gamma di sensazioni e sentimenti che germinano dal reale.

 

Scoppa respira con felice intuito en plein air rendendo, tra impressione ed espressione, barche ed onde, campagne e case, preferendo il sole sugli spazi smaglianti, sugli oggetti bene individuati. Anche i suoi interni sono accattivanti, semplici, umani, schietti nei loro umori che acquistano significato proprio nel farsi di questa pittura in progresso verso mete sempre più armoniche di tecniche e contenuti estetici. (Angelo Calabrese, 1984)

 

NICOLA FABBRICATORE

(Napoli, 1888 – Roma, 1962)

 

Pittore autodidatta, si formò studiando Giuseppe Casciaro e Antonio Mancini. Nel 1915-16 partecipò alla I Mostra nazionale realizzata a Napoli dal Comitato Rinascimento artistico meridionale.

Nell’immediato dopoguerra a Napoli, terminate le esposizioni “Giovanili” e la Promotrice “Salvator Rosa”, mancando, inoltre, sedi adatte alle riunioni, gli artisti iniziarono ad incontrarsi nei caffè. Fu cosi che Nicola Fabbricatore, Lionello Balestrieri, Nicola Ciletti, Edgardo Curcio, Ezechiele Guardascione, Vincenzo La Bella, Edoardo Pansini, Eugenio Viti ed altri decisero proprio nelle sale del Gambrinus di organizzarsi in un’associazione indipendente, ma il tentativo fallì.

Nel 1921 il Fabbricatore fu presente alla I Esposizione biennale nazionale d’arte della città di Napoli con due pastelli, “Ora nostalgica” e “Visione mattutina”, e alla I Biennale romana con l’opera intitolata “Mattino d’inverno”. L’anno seguente partecipò alla Fiorentina Primaverile con uno studio a pastello e inviò alla Biennale di Venezia il ritratto “Mia moglie”. Da quell’anno espose ininterrottamente alla Biennale fino al 1938, e poi di nuovo nel 1948.

Il dipinto presentato a Venezia alla Biennale del 1926, “Donne e pastore di Letino”, fu apprezzato per la novità di esecuzione, la resa realistica e la fissità delle forme. Alla Biennale del 1936, il “Ritratto della madre”, per la delicatezza dei toni e l’espressione indovinata di rassegnazione fu reputato uno dei dipinti più riusciti dell’intera esposizione. Nel 1927 il Fabbricatore partecipò ad una mostra del gruppo Flegreo; nel 1928 era nel gruppo degli Ostinati, che si riuniva solitamente al caffè Tripoli di Napoli, con Giovanni Brancaccio, Alberto Chiancone, Vincenzo Ciardo, Francesco Galante, Eduardo Giordano e Franco Girosi, con i quali si presentò alla mostra Primaverile della Camera di commercio. Dal 1929 al 1941 il Fabbricatore partecipò, con poche eccezioni, alle esposizioni organizzate annualmente dal Sindacato interprovinciale fascista di belle arti, che, al di là dell’omaggio dovuto al regime, forniva agli artisti un modo stabile di fare vita espositiva comune.

Sempre nel 1929 partecipò all’Esposizione internazionale d’arte di Barcellona con il quadro “La famiglia”, già esposto alla Biennale di Venezia dell’anno precedente, opera in cui l’artista risente maggiormente della maniera di Edoardo Pansini. Alla III Sindacale (1931-32), oltre a far parte della giuria d’accettazione insieme con Leon Giuseppe Buono, Giuseppe Casciaro, Saverio Gatto ed Enzo Puchetti, presentò due oli, una “Fanciulla” e “Meriggio”, raggiungendo, soprattutto nelle figure muliebri, effetti plastici di maggiore consistenza. L’impianto solido e composto delle figure femminili sedute e le soluzioni compositive razionali diventarono una caratteristica costante delle sue opere.

Mentre nel 1931 interveniva ad una esposizione realizzata a Milano dalla galleria Il Milione, insieme con Franco Girosi ed Eduardo Giordano, in campo nazionale il Fabbricatore registrò un discreto successo con la partecipazione alle due mostre del Sindacato nazionale fascista: a Firenze nel 1933, con “Calendole” e “Ritratto”, e a Napoli nel ’37, con due dipinti di “Fiori” e il ritratto “Mia madre”. Partecipò inoltre ad alcune edizioni della Quadriennale romana: nel 1931, alla prima edizione, presentò “Meriggio”, che fu reputato eccellente per l’accorta resa formale e l’indovinato espediente della luce che entrando dalla finestra polverizza i toni. Nel 1941 presentò alla Sindacale di Milano “Natura morta” e “La lettrice”. Nel 1944 a Napoli alla galleria Forti partecipò alla mostra “Artisti liberi napoletani”, diretta dal pittore Giuseppe Spirito.

Il Fabbricatore sviluppò la sua ricerca soprattutto nei ritratti femminili in cui la compostezza formale novecentista, che rende le sue figure quasi statue a tuttotondo, viene mitigata dall’atmosfera mediterranea ottenuta attraverso il colore. Le sue pitture di paesaggio si fondano più sulla vivacità coloristica, legata alla tradizione napoletana, che su tecniche complesse.

Nel 1940 fu tra i pittori chiamati per la realizzazione della decorazione della Mostra d’Oltremare di Napoli, sede delle esposizioni dedicate alle colonie.

In tale occasione realizzò un mosaico in commessi marmorei applicati su cartoni per il frontone dell’arena Flegrea raffigurante personaggi del teatro e maschere mutuate da un repertorio teatrale esteso dalle atellane fino al XVIII secolo.

 

ANTONIO ASTURI

Vico Equense (NA), 1904 – 1986

Straordinario disegnatore e conoscitore dell’anatomia ha legato la sua fortuna a una serie di celebri ritratti, nonché alle vedute più tipiche della costiera sorrentina. La figura umana, spesso deformata dagli anni e dalla fatica, ha trovato in Asturi un attento e commosso osservatore.

Antonio Mancini: “Ama e lavora sempre con animo puro così ti vorrò bene sempre. Fai con Dio principio e fine.”

G. De Rossi Dell’Arno “Saluto Asturi in cui scorgo il cuore pieno di romana umanità e lo spirito per i divini voli, per cui salirà alle vette della gloria, fratello di quanti artisti del Rinascimento.”

L. Pesaro: “Asturi è un pittore lirico e pieno di movimento. Avrà nome degno di quella scuola napoletana che è e sarà sempre gloria dell’arte italiana.”

Marangoni: “Un pittore l’Asturi incisivo, immediato, profondo; un pittore umano.”

A. Beltrame: “È un forte e profondo disegnatore. Un grande pittore”.

 


 

Antonio Asturi (Vico Equense, 2 novembre 1904Vico Equense, 3 gennaio 1986) è stato un pittore italiano. Artista autodidatta, dopo una breve esperienza futurista che definì come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, profondamente influenzato dalla personalità del maestro napoletano Antonio ManciniAntonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto: Evviva chi l’ha fatto. Elegante ritrattista, raffigurò anche Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un Lusingato! così come il filosofo Benedetto Croce, Salvador Dalì, Filippo Marinetti, James Ensor, Arturo Tosi, Giorgio De Chirico, Luigi Einaudi, Arturo Toscanini, Giovanni Papini. Oltre agli oli, usò molto tempera, china e sanguigna . Tra i temi preferiti oltre ai ritratti, le splendide maternità.  Il comune di Vico Equense gli ha intitolato una strada. (it.wikipedia.org)

 


 

ANTONIO ASTURI nato a Vico Equense il 2 novembre 1904 e morto a Vico Equense il 3 gennaio 1986. Antonio, figlio di Gregorio ed Anna Albano, rimase presto orfano del padre all’età di dieci anni, primo di quattro figli : un fratello, Francesco, e due sorelle, Stella e Maria. Frequentò le scuole elementari assieme al suo coetaneo Giuseppe De Simone, al secolo don Pinuzzo, che tanta parte ha avuto nella sua vita, tanto d’aver curato due sue monografie. Le serie difficoltà della famiglia non gli consentirono di frequentare scuole superiori, ma coltivò la sua passione per la pittura con ogni mezzo, utilizzando qualsiasi materiale per rappresentare quello che colpiva la sua vista; fu così che il conte Girolamo Giusso, passeggiando per le straduzze di Vico Equense, lo notò ritrarre con molta bravura gli scorci di paesaggio e decise di aiutarlo, fornendogli la sua prima scatola di colori ed aiutandolo frequentemente nelle sue necessità. Morto il padre, le difficoltà aumentarono per tutta la famiglia ed Antonio sentì il peso di primogenito. Il richiamo del sangue paterno lo spinse subito alla ricerca delle sue origini, ricordando quelle poche cose che conosceva di suo padre  Gregorio, giovane finanziere che in servizio alla Caserma della Guardia di Finanza di Vico Equense, s’innamorò e sposò Anna Albano con tutte le sue difficoltà di ragazza, priva già in giovane età di una gamba e costretta a  curare la famiglia e viaggiare con le grucce. Così Antonio, ancora ragazzo,  partì alla volta di Crotone, paese natio di Gregorio, e là ricostruì  buona parte delle sue origini, sapendo che sua nonna  Anna Asturi aveva avuto tre figli, di cui Gregorio era l’ultimo, dal  signore del castello di Crotone, tale Francesco Morelli. Antonio ritornò spesso a Crotone , poiché amava tutto ciò che gli apparteneva, comprese queste lontane origini. Giovanissimo, con tutte le difficoltà della vita, decise di seguire le orme paterne, arruolandosi nella Regia Guardia di Finanza, i cui primi addestramenti  ricevette a Maddaloni; seguì poi  la prima carriera militare a Trieste, dove giunse con tanta voglia di fare, ma soprattutto di farsi conoscere per quello ch’era, un artista. Incominciò ad affrescare di murales le mura di Trieste, lasciando tutti meravigliati della sua bravura, tanto da essere considerato ed apprezzato nei migliori salotti di Trieste, dove ritraeva  personalità civili e militari,  lasciando opere anche al Museo di Trento. Fu a Trieste negli anni   ’20 che il dr. Ernesto Guerrieri,   alto funzionario della capitale e Commissario al Consorzio dei Comuni Trentini, conobbe Antonio Asturi, ricordando questo giovane che veniva da Vico Equense, dove Lui soggiornava ogni anno in una casetta alla frazione di Montechiaro. Il dr. Guerrieri lo convocò subito al Ministero dei Beni Demaniali, e lo convinse a congedarsi subito dalla Regia Guardia di Finanza, perché si sarebbe preso Lui cura del giovane. Antonio lasciò l’arma con molta tristezza, ma quell’occasione era unica, poiché Antonio viveva in  casa Guerrieri come uno di famiglia, dividendo con i suoi figli il letto ed i sostegni giornalieri. In casa Guerrieri lavorava producendo benissimo, mentre il Dr. Guerrieri organizzava per Lui mostre a Roma ed in altre Città, introducendolo  in tutti gli ambienti artistici. Il dr. Guerrieri  assunse le dimensioni di un  vero e proprio mecenate. Nel 1932 Antonio Asturi, sebbene conducesse una vita impegnata su molti fronti, prese moglie, unendosi con  Serafina, ragazza di Vico Equense, da cui ebbe successivamente tre figli: Gregorio, Anna e Laura. Il sodalizio con il Dr. Ernesto Guerrieri durò circa  venticinque anni, ma finì solo quando Antonio si accorse che le sue opere erano quotatissime ed a Lui pervenivano le briciole, continuando ancora  a fare la fame, così come annotava in calce ad una sua lettera al Dr. Guerrieri:  “sacche vacante eternamente!” Così Antonio Asturi  alla fine degli anni  ‘40 tornò definitivamente a Napoli nella sua Vico Equense e incominciò il suo ciclo di mostre alle Terme Stabiane, registrando annualmente grossi successi;  continuarono regolarmente le mostre a Roma e Napoli e sporadicamente in altre città. Negli anni ’50 vennero organizzate per lui mostre  a Londra, a Washington, a Caracas. Nel 1956 venne pubblicata da Treves una prima monografia. Nel 1958  andò per la prima volta a Parigi, dove produsse moltissimo, vi ritornò nel 1970. Nel 1971 andò a Barcellona dove assistette emozionato alle corride, completando un ciclo intensissimo di opere in Spagna. Nel 1972 celebrò le sue nozze d’oro con la tavolozza; si organizzarono così numerose mostre in suo onore e venne aperto un centro d’arte intitolato alla sua figura. Con gli anni ’70 si può dire conclusa la fase impegnata dell’artista; nel 1974, quasi a compendio venne pubblicata la seconda monografia “Asturi mezzo secolo di pittura”. Negli anni ’80 l’artista visse completamente ritirato fra gli ulivi di Pietrapiana, nel  novembre del 1985 s’ammalò per la prima volta seriamente. La sofferenza che durò due mesi, lo ridusse alla morte il 3 gennaio del 1986-

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