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I nostri consigli sul matrimonio.

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GUGLIELMO LONGOBARDO

 

Esplosioni su carta nera

Passare dal pieno al vuoto, da una superficie pullulante di forme e colori a una superficie sobriamente abitata non è facile. E come tornare ai primordi del vedere e dell’essere. Significa dare all’essenzialità della luce, all’energia del segno un posto assoluto. Questo, appunto, ha inteso fare Guglielmo Longobardo con l’attuale serie di opere su carta o, meglio, di opere di carta che parlano e vibrano per una intrinseca tensione ritmica e sintattica. Certo, non a caso l’artista è giunto a tali risultati: tutta la precedente ricerca che va dal 1990 al 1994, riguardante le tracce e ricorrente all’uso e all’assemblaggio di frammenti-strisce di carta come tecnica di base, fa da necessario sfondo e retroscena. Adesso Longobardo tratta la carta con accresciuto vigore e ritrovata passione. Se prima contava soprattutto il metodo, la scoperta di un procedimento compositivo basato sulla riduzione e sull’analisi, venendone una grafica severa, una scala cromatica ridotta all’osso, in queste sequenze su carta nera balza una intensità sensoriale ed emozionale che subito si traduce in compattezza di forme, di impetuosa stringatezza di segni e colori, del segno-colore. Si ha la netta sensazione che il lavoro di scavo e di esplorazione nelle giunture più profonde della materia sia arrivata ad una condizione del sentire e dell’immaginare ancora più acuminata e coinvolgente. All’orizzonte, insomma, l’artista non intravede più qualcosa di semplicemente appagante per il fatto che si era messo in moto un dispositivo psichico-ideativo oculatamente predisposto per ogni singola parte, ma intuisce inquietantemente, con vitale inquietudine, un magma vagante che dall’interno erompe all’esterno e viceversa. Pochi tratti, un secco tracciato, poche tracce di colore: ma il ritmo è davvero incalzante perché il futuro che si era desiderato è esploso da un bel po’. Plop.

1995

Michele Sovente

CARMINE DI RUGGIERO

(opera pubblicata sulla homepage del sito ufficiale dell’autore, prima tra le opere su carta tra il 1956 e il 1964 “La stagione della luce”: www.carminediruggiero.it )

Nato nel 1934 a Napoli, si forma con Emilio Notte all’Accademia di Belle Arti di Napo­li, esordendo, nei primi anni Cinquanta, con nature morte ispirate a Braque e Picas­so. Da una ricerca condotta nel solco della tradizione post-cubista, sul finire degli an­ni ’50, arriva ad una personale adesione all’informale materico che si traduce in un ispessimento della materia cromatica stesa attraverso una gestualità veloce che, pur esprimendosi con “una lavica furia di pennellate convulse e gremite” (Vergine 1963), non arriva a dissolvere il nucleo figurativo rintracciabile negli stessi titoli. È questo il caso di opere quali Crocifissione (1957), Muro e arbusti (1958), del Nido del roveto, esposta nel 1959 al VII Premio Spoleto e qui in deposito dalla Galleria Nazionale d’Ar­te Moderna di Roma, o de L’urlatore, tela del ’59 presentata al X Premio Spoleto e ora donata dall’artista al Museo del Novecento, tutte caratterizzate da una forte tensione emozionale espressa con immediatezza in una figuratività dai toni aspri, violenti e concitati. Al principio de­gli anni Sessanta, un rallentamento del ritmo compositivo, che si fa più meditato, e un abbassamento e raffreddamento della gam­ma cromatica, ora data per larghe stesure in ampie superfici che si intersecano, segnano il suo definitivo distacco dall’esperienza dell’informale. A partire dal 1964, infatti, quando la partecipazio­ne alla XXXII Biennale di Venezia gli consente un rapporto diretto con le opere di artisti americani quali Rauschenberg, Dine, Stella e Noland, Di Ruggiero dà avvio a un processo di “oggettualizza­zione dell’immagine” (Dorfles 1969) in cui si perde la tradizionale distinzione fra pittura e scultura per dar vita a strutture in legno bianco e plastica che si staccano dalla bidimensionalità della parete per invadere lo spazio con forme geometriche e organiche. A partire dagli anni Settanta, quando con Barisani, Tatafiore, De Tora, Riccini, Testa e Trapani fonda il gruppo Geometria e Ri­cerca, attivo dal ’76 al 1980, Di Ruggiero recupera la tradizione astrattista del MAC. e ritorna al supporto della tela su cui dipinge rigorose composizioni geometriche di triangoli dai colori puri e accesi. Dagli anni ’90 ad oggi, l’evoluzione della sua ricerca verso un rinnovato spirito neo-dada ha prodotto una serie di opere in cui oggetti le­gati alla pratica artistica o al concetto di tempo, come la clessidra, sono incollati sulla tela dipinta di un bianco abbagliante e della corposità del gesso.

[Maria Confalone]

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