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Archive for gennaio, 2017

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EDUARDO ZANGA

(Napoli, 1957)

 

Eduardo Zanga, già allievo all’Istituto d’Arte di Torre del Greco di quel grande maestro dell’arte contemporanea che fu Renato Barisani, conduce una ricerca che, spaziando dalla grafica alla pittura, dalla scultura alle soluzioni installative, tende sempre ad una essenzialità geometrica vissuta come esperienza di sintesi e di concetto, anche quando nell’opera confluiscono elementi estranei alla tradizione. Il forte rigore geometrico prevale sempre, infatti, pure nelle composizioni dove cartone, legno, sabbie e altri materiali di riuso si sostituiscono al colore o alla materia scultorea; anzi è proprio quando maggiore è la promiscuità degli elementi utilizzati che Eduardo Zanga rivela la sua capacità poetica, che sta innanzi tutto in quel sapere trarre dalla durezza delle forme e dei contorni e dall’assoluto rigore compositivo, una dimensione emozionale intensamente lirica.

Paolo Tricase


 

Eduardo Zanga in una intervista …  “Sono un amante di ciò che può essere di rifiuto, ciò che può sembrare essere inutile, io lo trasformo in forme geometriche” Proveniente dalla scuola di Renato Barisani, artista morto nel 2011, l’astrattismo geometrico di Zanga passa per sfide a ciò che è immateriale, in una logica verticale che fa da filo conduttore delle immagini. Nel 2004 ha fondato un movimento d’arte dal nome “Geometrie Dinamiche”, insieme al maestro Salvatore Oliviero. …. “Una sensibilità più introversa innerva l’opera di Eduardo Zanga, che modella geometrie elementari con legno e materiali di recupero, alla ricerca di una forma essenziale che consenta di sprigionare la tensione e l’energia della materia. La struttura totemica delle sue sculture evoca il misticismo e la forza ieratica delle arti primitive, mentre la sintesi formale esprime la volontà di degradare la rete di segni di cui si serve la civiltà moderna, per svelare gli archetipi su cui si regge”.

Marco di Mauro

ALESSIO CORREALE

Alessio Correale è nato a Pozzuoli nel 1946. Allievo di Carlo Verdecchia, ha studiato a Napoli, ora vive a Ravenna.

 

DOVE E’ LA POESIA

Il luogo è quello: tangibilmente volumetrico, intrigato di forme e colori, soltanto energetico, cresciuto da un evento naturale, in metamorfosi concomitante d’aggregazioni che a vicenda s’inverano, nell’immensità degli arcipelaghi quotidiani, dove tutti appartengono al medesimo oceano e tutti si scoprono isolati, ciascuno sognatore sognato nello stesso tempo.

Finestre sulla folla con le sue interiori finestre, oggetti che si liberano delle pareti domestiche e vagano tra terra e cielo con i desideri dei personaggi che li coinvolgono, eventi di stagione in cui il possibile e l’ineffabile sono tentativi d’incursione nella realtà del fantastico.

Immaginiamo un prato fiorito, immensificato nelle infiorescenze che ormai hanno attinto alle magie del cielo e della terra. I colori evaporano e si panneggiano tra veli-petali e vesti-corolle: generano fanciulle affascinate da preziose armonie che invitano alla danza. I colori floreali si fanno musici e non più le farfalle, ma le creature primaverili si rivelano in volo, lasciandosi ora accarezzare dal soffio melodioso, ora “modellare” dal senso del concerto globale.

Alessio Correale è affascinato dalle sue stesse invenzioni spaziali: popola il sogno iniziale di tanti altri sogni, sicché la stessa “partenza” si trova irretita in una messe d’immagini, che provocano l’emozione e l’evocazione; insomma in quelle compresenze attraversate dagli intrecci di favole e metafore della realtà passa e sorride la poesia. Ogni opera risulta mappa di evidenze narrative,di agglomerati per inventari d’emergenze, di passioni chissà da dove venute, che si trovano a convegno e decidono di trasformare l’uggia dei giorni feriali in una festa: tutti i convenuti contribuiscono agli accumuli della poesia plastico-cromatica dei frammenti e infine la stessa gioia del gioco appaga la creatività e la fruizione.

C’è l’individuazione di una realtà paesistica, di tanti brani d’archeologia cara alla memoria, di trame urbane, di ricordi di perenni ardori di sensi, che ammiccano nelle intravisioni.

Possono essere di città sospese su approdi accessibili solo alla poesia, possono svegliare l’anima felice di una meraviglia che le energie terrestri e la chimica fanno fiorire a memoria di primordio.

A queste suggestioni emotive si aggiungono le invenzioni fantastiche alle quali abbiamo accennato e così il gioco è fatto: la pittura diventa attrattivo labirinto. Alletta. Intriga, affascina e dimostra come il poeta pittore sia ancora impegnato a giocare con la luce e comunicare il fascino del mondo tra realtà e fantasia. Correale lo fa con sfumati, tracce, superfici materiche, larghe stesure, cromie addensificate, rarefatte, levità di lontananze, volumi riflessi, descrittività di filamenti, profondità allusive, segnali minimi e intuizioni scenografiche. Particolari ed evidenze nelle elementarità cromo-plastiche giostrano tra favole di pensieri che non si arrendono all’evidenza di un presente sempre più scompensato.

Intanto che resta se non approdare all’esserci, per cui ne vale la pena, tra pensiero e realtà?

Angelo Calabrese

ALESSIO CORREALE

Alessio Correale è nato a Pozzuoli nel 1946. Allievo di Carlo Verdecchia, ha studiato a Napoli, ora vive a Ravenna.

 

DOVE’ LA POESIA

Il luogo è quello: tangibilmente volumetrico, intrigato di forme e colori, soltanto energetico, cresciuto da un evento naturale, in metamorfosi concomitante d’aggregazioni che a vicenda s’inverano, nell’immensità degli arcipelaghi quotidiani, dove tutti appartengono al medesimo oceano e tutti si scoprono isolati, ciascuno sognatore sognato nello stesso tempo.

Finestre sulla folla con le sue interiori finestre, oggetti che si liberano delle pareti domestiche e vagano tra terra e cielo con i desideri dei personaggi che li coinvolgono, eventi di stagione in cui il possibile e l’ineffabile sono tentativi d’incursione nella realtà del fantastico.

Immaginiamo un prato fiorito, immensificato nelle infiorescenze che ormai hanno attinto alle magie del cielo e della terra. I colori evaporano e si panneggiano tra veli-petali e vesti-corolle: generano fanciulle affascinate da preziose armonie che invitano alla danza. I colori floreali si fanno musici e non più le farfalle, ma le creature primaverili si rivelano in volo, lasciandosi ora accarezzare dal soffio melodioso, ora “modellare” dal senso del concerto globale.

Alessio Correale è affascinato dalle sue stesse invenzioni spaziali: popola il sogno iniziale di tanti altri sogni, sicché la stessa “partenza” si trova irretita in una messe d’immagini, che provocano l’emozione e l’evocazione; insomma in quelle compresenze attraversate dagli intrecci di favole e metafore della realtà passa e sorride la poesia. Ogni opera risulta mappa di evidenze narrative,di agglomerati per inventari d’emergenze, di passioni chissà da dove venute, che si trovano a convegno e decidono di trasformare l’uggia dei giorni feriali in una festa: tutti i convenuti contribuiscono agli accumuli della poesia plastico-cromatica dei frammenti e infine la stessa gioia del gioco appaga la creatività e la fruizione.

C’è l’individuazione di una realtà paesistica, di tanti brani d’archeologia cara alla memoria, di trame urbane, di ricordi di perenni ardori di sensi, che ammiccano nelle intravisioni.

Possono essere di città sospese su approdi accessibili solo alla poesia, possono svegliare l’anima felice di una meraviglia che le energie terrestri e la chimica fanno fiorire a memoria di primordio.

A queste suggestioni emotive si aggiungono le invenzioni fantastiche alle quali abbiamo accennato e così il gioco è fatto: la pittura diventa attrattivo labirinto. Alletta. Intriga, affascina e dimostra come il poeta pittore sia ancora impegnato a giocare con la luce e comunicare il fascino del mondo tra realtà e fantasia. Correale lo fa con sfumati, tracce, superfici materiche, larghe stesure, cromie addensificate, rarefatte, levità di lontananze, volumi riflessi, descrittività di filamenti, profondità allusive, segnali minimi e intuizioni scenografiche. Particolari ed evidenze nelle elementarità cromo-plastiche giostrano tra favole di pensieri che non si arrendono all’evidenza di un presente sempre più scompensato.

Intanto che resta se non approdare all’esserci, per cui ne vale la pena, tra pensiero e realtà?

Angelo Calabrese

Il seminario itinerante per wedding planner tenutosi lo scorso anno ha riscontrato grande successo e ci ha invogliati a ripetere l’esperienza anche per il 2017. 20 città italiane saranno visitate dal nostro tour nazionale itinerante di orientamento sulla professione di Wedding Planner diretto da Cira Lombardo e le aspiranti wedding planner di ogni regione potranno trarre beneficio dagli insegnamenti della regista del wedding [...]

 

ERRICO PLACIDO

Placido nacque a Napoli nel 1909, ma ha vissuto a Portici sin da bambino. Ha dipinto per circa mezzo secolo ed ebbe ad affermarsi sin dal 1938 alla Sindacale d’Arte di Napoli. Numerose sono le sue presenze nelle rassegne e personali in tutta Italia. Placido è morto a Portici nel 1983.

Errico Placido, il suo casato è in stridente contrasto con il suo temperamento di uomo e di Artista. Egli nella sua vita quasi sempre movimentata, quasi sempre incerta, che si è svolta e si svolge in un gioco di sensazioni e di emozioni, di entusiasmi e di avvilimenti, non ha fatto altro che il pittore, il pittore che vive con la pittura e della pittura. Iniziò tanti anni fa con Luigi Crisconio a Portici. Era appena un adolescente, e seguì il maestro nelle sue faticose peregrinazioni per le campagne vesuviane e le spiagge del golfo di Napoli, con lunghe soste sotto il sole, alla ricerca del motivo. Ne ha consumate scarpe, in queste sue escursioni di apprendissage! Tornava a casa stanco, stordito ma contento di aver dipinto sotto la guida di Crisconio. Era nato pittore. Crisconio, pur così rapido, così impetuoso nel dipingere, spesso rimaneva sorpreso dalla furia con cui il suo giovanissimo allievo e amico realizzava un paesaggio. Da quel tempo ad oggi, Errico Placido ha dipinto migliaia e migliaia di quadri, vagando da un capo all’altro d’Italia, non più a piedi ma in automobile. (La macchina) mi disse un giorno, ” mi è di grande vantaggio, mi scopre il paesaggio. Mentre corro a tutta velocità mi fermo di botto, apro la cassetta e mi metto a dipingere “.

Pittore di grande istintività, autodidatta, lavorando incessantemente tutti i giorni si è liberato di ogni influenza del maestro raggiungendo un suo stile, ritrovando un suo mondo poetico.

Se risorgesse, anacronisticamente, la Repubblica di Portici ” (Scuola Resina), certo sarebbe il pittore Placido a spiccare quale protagonista. E non soltanto per i suoi meriti innegabili di artista del pennello ma per la singolarità estrosa del personaggio, che qualche decennio fa, quando non era uscito ancora dalla adolescenza, incantava gli spettatori in molti teatri d’Italia con gratuita esibizione di giochi di prestigio (fazzoletti, palline multicolori, che sparivano e riapparivano da una manica, in cappello, da una tasca del cappotto degli astanti, fiorivano dai punti più imprevisti, assecondando l’acrobatico movimento delle mani).

Anche questi effimeri prodigi preludevano, del resto, ai tanti doni naturali del futuro pittore, e, in particolare, a quella rapidità di esecuzione da ” Luca fa presto “, a quella sicurezza della composizione sempre equilibrata, a quella inesauribile libertà del concepire e sveltezza nell’eseguire, a quella continua vitalità dell’espressione, sempre idonea ai suoi fini e coerente alla qualità della visione. E questo, tanto che si tratti di una figura o di un paesaggio, di una marina o di un nudo: ogni cosa compiuta con una pennellata fremente ed intensa, che è sommaria soltanto all’apparenza. La fragranza del colore e la briosità del segno si amalgamano in fluidità di sintesi soprattutto in certi assembramenti di figure del circo e, meglio ancora, in certe individuazioni di personaggi della scena: un pierrot lunare, un pagliaccio trasognato, un arlecchino beffardo e altri personaggi, che sono colti in atteggiamenti e moti istantanei o al fuoco della ribalta o al riparo delle quinte. E’ qui che il colore sprizza particolarmente vibrante e definitorio che si può scorgere in pieno lo scatto dell’originalità di Placido.

E’ allora che il segno si identifica con il colore e il gusto della sintesi si distacca dalla tradizione locale e il pittore si immerge in un contesto europeo, tra la schiera francese dei ” Fauves ” e quella degli espressionisti tedeschi del “ponte” (Die Brùcke). Ma il suo temperamento, sorretto da sensibilità e fantasia, si rivela ancora nelle composizioni di figure e di nudi sapientemente organizzati, in un paesaggio idilliaco, in una marina sconvolta dalle onde, in una natura morta intensamente cromatica, in un mazzo di fiori di trepida freschezza primaverile. Qui i toni freddi e i toni caldi che si bilanciano in variazioni controllate da forza e sensibilità, diventano poetiche modulazioni di una fantasia che persegue sempre il miraggio di cogliere l’aspetto della natura, degli affetti, della memoria, in una similare evidenza di realtà e di sogno. Il segno di Placido si identifica, allora, con il colore assimilandone l’essenza interiore.

E’ qui il segreto della sua appassionata gioia di vivere: una gioia che si riscontra così negli affetti umani come nello spettacolo dei fenomeni e delle stagioni.

Ricordo un giorno in cui ci incontrammo a Milano con il collega Marco Valsecchi e parlammo del temperamento artistico di Placido. Insieme convenimmo che se il nostro artista avesse avuto il coraggio di mettere da parte i sentimenti e l’amore per la sua Napoli, avrebbe certamente ricevuto consensi validissimi per la sua pittura, oltre confini.

Carlo Barbieri

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Pittore di sicura identità, Errico Placido si colloca con le sue opere fra l’esperienza francese di Fauves e quella degli espressionisti tedeschi. La sua ricerca, infatti, si distacca da ogni sorta di legame con la tradizione napoletana, della quale conserva solo la propensione per alcuni temi, primi fra tutti le marine e le nature morte. Fu artista di particolare rapidità esecutiva. Così Gino Grassi: “Paesaggi e nature morte, clowns e figure impegnano ancora il pittore di Portici, il quale ha allargato la sua tavolozza a nuove gamme tonali e cerca di rappresentare i piccoli interni familiari, le microribalte, gli angoli della metropoli dove si annida una umanità senza ambizioni e che vive di affetti sinceri la sua giornata senza gloria. Un artista di tutto rispetto che merita il prestigio che riscuote.”

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È vissuto a Portici sin da bambino. Ha dipinto per circa mezzo secolo ed ebbe ad affermarsi sin dal 1938 alla Sindacale d’Arte di Napoli. Numerose sono le sue presenze nelle rassegne e personali in tutta Italia. Placido si colloca con le sue opere fra l’esperienza francese dei Fauves e quella degli espressionisti tedeschi. La sua ricerca si distacca da ogni sorta di legame con la tradizione napoletana, della quale conserva solo la propensione per alcuni temi, primi fra tutti le marine e le nature morte.

Egli nella sua vita quasi sempre movimentata, quasi sempre incerta, che si è svolta in un gioco di sensazioni e di emozioni, di entusiasmi e di avvilimenti, non ha fatto altro che il pittore, il pittore che vive con la pittura e della pittura. Iniziò tanti anni fa con Luigi Crisconio a Portici. Era appena un adolescente, e seguì il maestro nelle sue faticose peregrinazioni per le campagne vesuviane e le spiagge del golfo di Napoli, con lunghe soste sotto il sole, alla ricerca del motivo. Tornava a casa stanco, stordito ma contento di aver dipinto sotto la guida di Crisconio. Era nato pittore. Crisconio, pur così rapido, così impetuoso nel dipingere, spesso rimaneva sorpreso dalla furia con cui il suo giovanissimo allievo e amico realizzava un paesaggio. Da quel tempo ad oggi, Errico Placido ha dipinto migliaia e migliaia di quadri, vagando da un capo all’altro d’Italia.

Egli stesso ha dettato un epigramma a esplicazione della sua pittura: “Credo che la pittura sia poesia delle immagini, e sono felice di averle offerto la mia esistenza, sereno malgrado stenti, ansie e fatiche. Ho cercato di capire al tempo briciole di vita; di registrare l’eco del mare; di cogliere il vasto respiro della mia terra; di esaltare la fatica degli umili; di confortare il dolore della mia gente”. Sono parole schiette, scevre d’ogni incrostazione retorica, che, al pari di una confessione, illuminano intorno a un uomo e a una pittura. Intorno a un uomo che s’avvale della pittura per evocare l’oggetto costante del suo amore: Napoli. Placido, infatti, deve essere annoverato fra gli interpreti più puntuali di Napoli, di un paesaggio dove la solarità mediterranea par di continuo naufragare nella malinconia, e della gente di Napoli, all’apparenza sorridente e chiassosa ma in effetti pregna di quella stessa malinconia. La pittura di Placido si palesa meditata e sofferta, per intero dischiusa ai sensi profondi e riposti che la realtà disvela all’artista. Pittura intesa come gesto “necessario” giacché, dipinto dopo dipinto, corrisponde ad un’esigenza interiore maturata nel muto colloquio che quotidianamente l’artista imposta col mondo che lo circonda e dal quale trae linfa alle sue giornate. Il pregio che caratterizza l’opera di Placido è originato dalla facoltà propria dell’artista di accordare un particolare momento del reale a un momento del suo spirito, e perciò di conferire all’immagine la pregnanza di una esperienza la più intima ed intensa. Sempre in Placido preme un dolente patire, una sottile mestizia che ossida il cielo ed il mare, il senso di caducità delle cose, l’inevitabile fluire dell’esistenza verso una caduta irreparabile. Allo sguardo dell’osservatore, trascorrono le molteplici effigi della realtà partenopea: figure di giovani donne nelle quali la speranza pare pacarsi al fiato di un presentimento di dolore o figure di donne adulte sulle quali crudelmente si depositano i segni stinti di rare gioie e di troppe sofferenze. Anche figure di poveri teatranti, di clowns straccioni, di malinconici Pulcinella che tentano ancora un ultimo spettacolo per donare una risata fittizia in cambio di un tozzo di pane e una scodella di minestra. Placido scandaglia la realtà napoletana con particolare frequenza, forse nel ricordo di personali vicissitudini che trasformano la sua adesione a quei protagonisti in un tenero atto d’amore.

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VINCENZO LA BELLA

Napoli, 1872 – 1954

la-bella-carnevale

 

Compì i suoi studi presso l’Istituto di Belle Arti di Napoli avendo per maestri il Toma ed il Morelli. Sul finire del secolo si recò a Parigi in cerca di lavoro ed affermazioni, in questa città lavorò per importanti riviste ottenendo un notevole successo. Ritornato in patria, dopo circa due anni, oltre ad espletare il suo lavoro di pittore collaborò con parecchi editori illustrando libri, riviste e giornali. Nel 1906 fu per un anno a New York continuando il suo lavoro di illustratore. Il La Bella, artista versatile e colto, fu perito d’arte ed insegnante. Dipinse scene di genere e ritratti per una clientela selezionata ed aristocratica. Famose sono le sue “feste in maschera”. Ha preso parte a poche esposizioni: nel 1898 a Pietroburgo presentò un’o­pera ispirata ad una novella di E. A. Poe dal titolo Maschera della morte rossa; a Roma nel 1902 espose due illustrazioni in bianco e nero canto IX Inferno e Canto VIII Inferno, fu presente nel 1890, 1897 e 1913 alla Promotrice di Napoli. Delle sue opere possiamo ricordare: Tipi dal vero, Montresor incontra fortunato, Una sera di carnevale di Venezia, Fuori la vecchia chiesa tutti presen­tati alla Promotrice, La fine di Ippazia dipinto che decora un soffitto della Università partenopea, Venditore di polipi a Piedigrotta, Festa presso il Municipio di Napoli e L’arrivo al Castello eseguito nel 1913.

(“Pittori a Napoli nell’Ottocento” di Roberto Rinaldi)

 

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Anche Vincenzo La Bella (Napoli 1872–1954), che ebbe una canonica formazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove fu allievo di Morelli e di Toma, riuscì a superare gli iniziali condizionamenti in direzione di un impressionismo di tipo personale, espresso in dipinti di gusto settecentesco e carnascialesco. La precoce propensione al disegno gli aveva consentito l’accesso nella grande editoria, prima a Parigi e a Napoli (ricordiamo la sua opera per “Le Monde illustré” e per ‘N Paraviso di Ferdinando Russo), poi a New York (le sue doti di illustratore furono notate anche da Vittorio Pica).

I matrimoni invernali a Napoli hanno un fascino particolare e grazie al clima mite e alla vicinanza al mare della città Partenopea sono eventi di una bellezza unica ed indimenticabile. Molte e di diverse caratteristiche sono le chiese a Napoli dove celebrare la cerimonia nuziale. Chiese monumentali e imponenti dove realizzare una cerimonia tradizionale e [...]

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