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ANTONIO ASTURI

Straordinario disegnatore e conoscitore dell’anatomia ha legato la sua fortuna a una serie di celebri ritratti, nonché alle vedute più tipiche della costiera sorrentina. La figura umana, spesso deformata dagli anni e dalla fatica, ha trovato in Asturi un attento e commosso osservatore.

Antonio Mancini: “Ama e lavora sempre con animo puro così ti vorrò bene sempre. Fai con Dio principio e fine.”

G. De Rossi Dell’Arno “Saluto Asturi in cui scorgo il cuore pieno di romana umanità e lo spirito per i divini voli, per cui salirà alle vette della gloria, fratello di quanti artisti del Rinascimento.”

L. Pesaro: “Asturi è un pittore lirico e pieno di movimento. Avrà nome degno di quella scuola napoletana che è e sarà sempre gloria dell’arte italiana.”

Marangoni: “Un pittore l’Asturi incisivo, immediato, profondo; un pittore umano.”

A. Beltrame: “È un forte e profondo disegnatore. Un grande pittore”.

 

Antonio Asturi (Vico Equense, 2 novembre 1904 Vico Equense, 3 gennaio 1986) è stato un pittore italiano. Artista autodidatta, dopo una breve esperienza futurista che definì come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, profondamente influenzato dalla personalità del maestro napoletano Antonio Mancini. Antonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto: Evviva chi l’ha fatto. Elegante ritrattista, raffigurò anche Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un Lusingato! così come il filosofo Benedetto Croce, Salvador Dalì, Filippo Marinetti, James Ensor, Arturo Tosi, Giorgio De Chirico, Luigi Einaudi,Arturo Toscanini, Giovanni Papini. Oltre agli oli, usò molto tempera, china e sanguigna . Tra i temi preferiti oltre ai ritratti, le splendide maternità. Il comune di Vico Equense gli ha intitolato una strada. (it.wikipedia.org)

ANTONIO ASTURI nato a Vico Equense il 2 novembre 1904 e morto a Vico Equense il 3 gennaio 1986. Antonio, figlio di Gregorio ed Anna Albano, rimase presto orfano del padre all’età di dieci anni, primo di quattro figli : un fratello, Francesco, e due sorelle, Stella e Maria. Frequentò le scuole elementari assieme al suo coetaneo Giuseppe De Simone, al secolo don Pinuzzo, che tanta parte ha avuto nella sua vita, tanto d’aver curato due sue monografie. Le serie difficoltà della famiglia non gli consentirono di frequentare scuole superiori, ma coltivò la sua passione per la pittura con ogni mezzo, utilizzando qualsiasi materiale per rappresentare quello che colpiva la sua vista; fu così che il conte Girolamo Giusso, passeggiando per le straduzze di Vico Equense, lo notò ritrarre con molta bravura gli scorci di paesaggio e decise di aiutarlo, fornendogli la sua prima scatola di colori ed aiutandolo frequentemente nelle sue necessità. Morto il padre, le difficoltà aumentarono per tutta la famiglia ed Antonio sentì il peso di primogenito. Il richiamo del sangue paterno lo spinse subito alla ricerca delle sue origini, ricordando quelle poche cose che conosceva di suo padre Gregorio, giovane finanziere che in servizio alla Caserma della Guardia di Finanza di Vico Equense, s’innamorò e sposò Anna Albano con tutte le sue difficoltà di ragazza, priva già in giovane età di una gamba e costretta a curare la famiglia e viaggiare con le grucce. Così Antonio, ancora ragazzo, partì alla volta di Crotone, paese natio di Gregorio, e là ricostruì buona parte delle sue origini, sapendo che sua nonna Anna Asturi aveva avuto tre figli, di cui Gregorio era l’ultimo, dal signore del castello di Crotone, tale Francesco Morelli. Antonio ritornò spesso a Crotone , poiché amava tutto ciò che gli apparteneva, comprese queste lontane origini. Giovanissimo, con tutte le difficoltà della vita, decise di seguire le orme paterne, arruolandosi nella Regia Guardia di Finanza, i cui primi addestramenti ricevette a Maddaloni; seguì poi la prima carriera militare a Trieste, dove giunse con tanta voglia di fare, ma soprattutto di farsi conoscere per quello ch’era, un artista. Incominciò ad affrescare di murales le mura di Trieste, lasciando tutti meravigliati della sua bravura, tanto da essere considerato ed apprezzato nei migliori salotti di Trieste, dove ritraeva personalità civili e militari, lasciando opere anche al Museo di Trento. Fu a Trieste negli anni ’20 che il dr. Ernesto Guerrieri, alto funzionario della capitale e Commissario al Consorzio dei Comuni Trentini, conobbe Antonio Asturi, ricordando questo giovane che veniva da Vico Equense, dove Lui soggiornava ogni anno in una casetta alla frazione di Montechiaro. Il dr. Guerrieri lo convocò subito al Ministero dei Beni Demaniali, e lo convinse a congedarsi subito dalla Regia Guardia di Finanza, perché si sarebbe preso Lui cura del giovane. Antonio lasciò l’arma con molta tristezza, ma quell’occasione era unica, poiché Antonio viveva in casa Guerrieri come uno di famiglia, dividendo con i suoi figli il letto ed i sostegni giornalieri. In casa Guerrieri lavorava producendo benissimo, mentre il Dr. Guerrieri organizzava per Lui mostre a Roma ed in altre Città, introducendolo in tutti gli ambienti artistici. Il dr. Guerrieri assunse le dimensioni di un vero e proprio mecenate. Nel 1932 Antonio Asturi, sebbene conducesse una vita impegnata su molti fronti, prese moglie, unendosi con Serafina, ragazza di Vico Equense, da cui ebbe successivamente tre figli: Gregorio, Anna e Laura. Il sodalizio con il Dr. Ernesto Guerrieri durò circa venticinque anni, ma finì solo quando Antonio si accorse che le sue opere erano quotatissime ed a Lui pervenivano le briciole, continuando ancora a fare la fame, così come annotava in calce ad una sua lettera al Dr. Guerrieri: “sacche vacante eternamente!” Così Antonio Asturi alla fine degli anni ‘40 tornò definitivamente a Napoli nella sua Vico Equense e incominciò il suo ciclo di mostre alle Terme Stabiane, registrando annualmente grossi successi; continuarono regolarmente le mostre a Roma e Napoli e sporadicamente in altre città. Negli anni ’50 vennero organizzate per lui mostre a Londra, a Washington, a Caracas. Nel 1956 venne pubblicata da Treves una prima monografia. Nel 1958 andò per la prima volta a Parigi, dove produsse moltissimo, vi ritornò nel 1970. Nel 1971 andò a Barcellona dove assistette emozionato alle corride, completando un ciclo intensissimo di opere in Spagna. Nel 1972 celebrò le sue nozze d’oro con la tavolozza; si organizzarono così numerose mostre in suo onore e venne aperto un centro d’arte intitolato alla sua figura. Con gli anni ’70 si può dire conclusa la fase impegnata dell’artista; nel 1974, quasi a compendio venne pubblicata la seconda monografia “Asturi mezzo secolo di pittura”. Negli anni ’80 l’artista visse completamente ritirato fra gli ulivi di Pietrapiana, nel novembre del 1985 s’ammalò per la prima volta seriamente. La sofferenza che durò due mesi, lo ridusse alla morte il 3 gennaio del 1986-

OPERE

Pittore autodidatta, s’è dedicato all’arte fin dalla prima infanzia, fu impegnato in numerosissime mostre , esponendo soprattutto a Roma, Milano, Trento, Napoli. Schivo e riservato è stato lontano da ogni schema e/o movimento che potesse classificarlo, fece la sua esperienza futurista, che dichiarò come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti da Antonio Mancini. Antonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto con una esplosione : “Evviva chi l’ha fatto!”, così come Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un “Lusingato!” Posò per lui Benedetto Croce: dell’incontro con B. Croce Antonio Asturi riporta nel suo diario un aneddoto appassionante e necessario a comprendere l’Arte di Asturi :

…“Dovevo dipingere il pensiero, concentrare tutta la gravità di una vita dedicata alla meditazione e farla risaltare sui lineamenti severi del filosofo. A ciò credevo di essere preparato, avevo in precedenza già ritratto diversi uomini di cultura e tra altri il caro amico Papini, ma far risaltare la profondità del pensiero sul profilo di Benedetto Croce, ossia dare al pensiero quel volto particolare, era cosa assai più ardua. Poi, cosa mi avesse convinto che l’intelligenza e la profondità del pensiero dovessero in un modo o nell’altro trasparire dalle linee di un volto, non ve lo so dire. Certo fissando il profilo che mi stava davanti, dai tratti non ricavavo niente di particolare: il profilo di un vecchio; anzi a dire il vero, più lo fissavo e più mi sembrava di cogliere in esso l’aria di un assente, e non il fermento segreto del genio. Tracciai alcune linee senza convinzione. E’ terribile, fa paura, sgomenta trovarsi davanti ad un’intelligenza suprema e scambiarla per demenza. Non potevano esserci equivoci: assente ero io, io che non riuscivo a vedere, a leggere in quei tratti quello che chiunque altro avrebbe facilmente letto e visto. Solo più tardi mi resi conto che la genialità e la demenza si somigliano, hanno lo stesso modo d’esprimersi. Allora queste cose le ignoravo e la confusione mi costernava. Avevo per giorni desiderato con tanta intensità di trovarmi davanti a quel volto, quando finalmente era soltanto a pochi centimetri dai miei occhi, la maschera vuota del pensatore mi fissava, si ostinava a resistermi, mi umiliava con tutti i morsi della mia incapacità a penetrarla. Poi, in un attimo di luce nello studio, attraverso i tratti indecifrabili di quella astratta fisionomia, i miei occhi si posarono sulla vena della tempia.Sembrava che quell’impercettibile pulsazione fosse animata da una forza misteriosa, era lì che la maschera era vulnerabile; era semplice, così incredibilmente semplice, che appariva strano come prima avesse potuto sfuggirmi. Vedevo ormai con lucido stupore la meravigliosa armonia di quel fiotto che per le vie interne distribuiva calore, forza, profondità ad ogni muscolo, ad ogni ruga, alla sottile trasparenza della pelle. Avevo vinto.”

Lo scrittore e giornalista Mario Stefanile dopo aver posato per un suo ritratto volle testimoniare con la sua critica:“…quando la luce batte sugli zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica….ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, un immemorabile ed imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia-…ogni ritratto di Asturi è vero e metafisico, una traccia dello spirtito ferma nella mutevolezza di una faccia.”

CRITICA:

PAOLO RIZZI de Il Gazzettino di Venezia in uno scritto postumo

Curiosamente Asturi, pur nascendo dal versante popolaresco, soggetto quindi alle suggestioni del descrittivismo, si presenta subito, di prim’acchito, con il carattere primario di una sintesi plastica:di quello ch’è definito il suo “costruttivismo”. Asturi sfronda la sua pittura da ogni orpello, da ogni pittoricismo, dal gusto di una malintesa “bella pittura”. In realtà egli è uno sciabolatore di gran forza. Lo s’è accostato a Mancini: e il rapporto, per taluni versi, c’è inequivocabile. La pittura è data da fendenti, a colpi secchi su cui si crea l’involucro formale. Ma il Mancini cui si riferisce Asturi non è Mancini tardo, cioè materico e rugoso, bensì quello innervato e scattante del periodo precedente. Il Mancini che si richiama al seicentismo di Ribera, del Fracanzano, anche di Mattia Preti, cioè alla matrice realistico – popolare che travalica ogni barocchismo. Una forza strutturale preme dal di sotto. Siamo quindi lontani, per Asturi, dall’Ottocento tipico napoletano, del genere scuola di Posillipo. Semmai, il riferimento potrebbe andare a qualche brano succoso di un Cammarano, dello stesso Migliaro, soprattutto nella dimensione dei disegni e dei bozzetti, lontani dal descrittivismo come della retorica del folclore popolare. Asturi partisce la forma con forte sintetismo, la vuole dominare, ne vuol prendere possesso scartando ogni altra seduzione. Non è un formalista; egli tira diritto all’essenza delle cose. Naturale, logico, che sia la figura umana il soggetto predominante della sua pittura. Semmai, se si dovesse cioè indicare per forza una derivazione storica, ci si dovrebbe riferire a quel momento del realismo che nasce intorno al 1870 in Italia e che continua poi, categorialmente, fin dentro il Novecento, come una dimensione nuova di presa di possesso della “cosa in sè”, pur nutrita da radici popolari. Così a Milano si parla di naturalismo lombardo per un Gola e un Mosè Bianchi; a Venezia si va dai forti umori popolareschi di Milesi all’acre realismo di Marco Novati. E’ un filone che travalica le avanguardie, che supera persino ogni accezione stilistica. Il punto di riferiumento, come intendeva Courbet, è e resta l’uomo, un uomo che respinge i condizionameti culturali per esprimere tutta la sua istintività attraverso i sentimenti primari (il dolore, l’amore,la rabbia, la delusione, ecc.). Non a caso nelle figure di Asturi sono solitamente assenti le indicazioni temporali, i riferimenti alle fogge d’abito, le ambientazioni contingenti, tutta quella scenografia del popolaresco ch’è largamente presente nella tradizione della pittura napoletana. La figura è nuda o sobriamante vestita. Questo tentativo di Asturi di uscire dall’imminenza del tempo è indice di un realismo “categoriale”. Nella resa fulminea dell’oggetto, Asturi si riferisce però , più che agli esempi dell’Ottocento, ad una temperie tardo-cinquecentesca e secentesca. Nudi e ritratti potrebbero essere riportati a certa pittura di fine Cinquecento, magari di ambito veneziano. Come non sentire la tensione tintorettesca del segno, la sua vibrazione fulminea, la sua energia possessiva? Luca Giordano è l’antecedente immediato; ma in linea generale potrebbero esserlo anche i disegni di Rembrandt, nonché quelli di Rubens. Proprio a Rubens sono affini talune opere, dotate di un dinamismo teso e serrato. Ma in realtà ci si rende conto che Asturi è e resta un istintivo: la sua cultura figurativa è tutta prensile, cioè si forma per affinità, per sensazioni, per innamoramenti improvvisi. Si capisce che non ci troviamo di fronte ad un pittore nè letterato nè, in senso generale, colto. La sua cultura, se così si può dire, è tutta di polso. Autenticità biologica; capacità di rubare ciò che la natura offre nella sua immediatezza. Basta osservare le sue opere. La “vecchia che legge” riflette stupendamente l’attenzione persino febbrile, l’ansia, il tremito dei sensi e dell’intelletto: tutto vibra, tutto si agita. Nell’”autoritratto”, invece, si riflette un’energia compressa, resa soprattutto attraverso il forte luminismo che diventa dato formale ma anche dato psicologico. Nel “nudo di schiena” il momento è di estatica contemplazione: i muscoli della modella si distendono, le curve si fanno sinuose, un fremito corre appena sulla pelle liscia. C’è voluttà, ma anche senso sovrano di calma, di equilibrio psicofisico. Si tratta di pezzi eseguiti con perfezione anatomica che incanta. In “ follia ad Aversa” compare l’aspetto espressionismo, drammatico: la drammaticità non è esterna, bensì, ancora una volta, si riflette all’interno della forma, attraverso la tensione della dinamica del segno. Così nella “Donna che prega, qui il dinamismo si fa persino esasperato e la vibrazione ossessiva. Asturi non appare mai legato ad uno schema fisso; si lascia cogliere dall’oggetto, ed in esso riflette il suo stato d’animo. L’artista rinuncia quasi sempre alla ricchezza del colore; preferisce pochi toni ( sulle terre, i marroni, le ocre con lumeggiatura a biacca) ma in essi si riesce a trasfondere la luce-colore. E’ un luminista, come s’è detto; cioè un fulmineo spadaccino che coglie d’un balzo l’essenza delle cose. Tutto il resto (animus popolaresco, gusto del particolare) egli lo lascia fuori dall’opera, è appena sottinteso. Un artista così, di estrazione popolare ma dotato di senso pittorico, di un respiro che non esiterei a definire “europeo” va visto e giudicato in maniera diversa dai parametri della moda. Il riferimento è sempre alla grande pittura del passato. Non importa che i soggetti siano magari le tipiche carrozzelle napoletane: è la nervatura interna cui bisogna guardare. I valori sono quelli di sempre: la “categoria” del realismo che travalica i tempi.”

ALBERIGO SALA de Il Corriere della Sera- Milano

“…ciò che colpisce è come Antonio Asturi sia riuscito a realizzarsi al di fuori della forte influenza di una scuola caratterizzata e folta come quella napoletana. Non v’è nulla in Lui di esornativo, di contabile; anche l’insidia narrativa è sconfitta dalla castità dei mezzi cromatici, dalla naturale tensione costruttivistica. Asturi costruisce con severo senso plastico. Nella bloccata figura del ciclista si sviluppano tensioni dinamiche che possono rimandare alla sintassi futurista. Restano negli occhi i suoi nudi colmi e suggestivi…quando poi Astruri non definisce, ma accenna e suggerisce, diviene anche più trasparente la modernità del suo occhio e della sua mano…”

FRANCO SOLMI, direttore Galleria d’Arte Moderna di Bologna

“ Autodidatta, potente ed istintivo disegnatore, osservatore acutissimo delle cose e delle immagini popolari, Antonio Asturi poteva pagare un ovvio debito alle convenzioni, fortissime del folclore napoletano e invece ha saputo subito distinguersi non soltanto dagli eredi più o meno fastidiose più o meno illuminati delle varie “scuole di Posillipo”, ma anche dai ripetitori ossequienti di forme a cui la cultura accademica dà legittimità e diritto di citazione…questo è pittore che ha salvaguardato, pagandola con l’indifferenza dei critici, la sua libertà di creare in rapporto con il reale, ma anche secondo modi dell’idealismo estetico….le opere vanno lette una per una più che secondo le norme e i codici divulgati dalle estetiche ultime. Se ne deve assaporare la umorosa classicità, quanto la classica irriverenza dell’artista che si avverte e si vuole libero dagli schemi e sceglie una propria, credo non scontrosa, solitudine. Di questo dobbiamo dargli atto, ché solitudine, in arte, non significa assenza, ma fedeltà e fede del proprio sentirsi “individuo ed artista originale” rispetto ad altri e per gli altri. Scoprire o riscoprire le opere di Antonio Asturi significa quindi ritrovare soprattutto le nostre, spesso obliate, reazioni di poesia.”

MARIO STEFANILE

“L’immediatezza espressiva che in altri pittori può diventare il pericolo e l’azzardo di una facilità di cifra, in Antonio Asturi, invece, è il segno di un’autenticità artistica che interpreta la violenza e la bellezza di un’emozione folgorante. Voglio dire che Antonio Asturi opera senza retorica, calandosi nell’oggetto che vuol rappresentare e traendone alla superficie, la superficie di foglio qualsiasi, una verità pronta, cocente, fresca, forte. Non esistono, per Antonio Asturi, i compromessi, i giochi fatui del mestiere: esiste invece una prontezza persino sconcertante nel cogliere di ogni creatura quell’inesauribile segreto spirituale che ne determina i tratti somatici. Quando la luce batte su zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Antonio Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica: e nel punto stesso di una coincidenza più icastica, là raggiunge la sua verità artistica, là compie cioè un’operazione meravigliosa di scoperta. Il segno di Antonio Asturi si snoda quindi secondo un ritmo che non è mai prestabilito o schematico, ma secondo una legge interna del disegno: per cui ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, una immemorabile e imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia. In questo senso esatto e poetico ogni ritratto di Antonio Asturi è vero ed è metafisico, una traccia dello spirito ferma in una mutevolezza di una faccia. Il segreto dell’incanto di questi ritratti è tutto qui: ma è molto, quasi una lezione.”

MARIO VENDITTI

Caratteristiche della pittura di Antonio Asturi sono la inconfondibilità dello stile, la verità delle realizzazioni, l’essenzialità del segno e del colore, la tradizionalità della ispirazione pur nel modernismo ardito e talvolta temerario del suo linguaggio cromatico. Interni o paesaggi, scene corali o figure isolate, attimi estemporaneamente fissati su cartoni o meditazioni tradotte in elaboratissime tele: egli è sempre uno e sempre diverso. Potrebbe fare a meno di apportare in calce ai suoi lavori la personalissima firma obliqua e sfuggente: lo si riconosce anche anonimo. Antonio Asturi applica ai canoni dell’espressionismo con parsimoniosa infallibilità. Sa che l’artista deve dare importanza determinante all’interno sentire, piuttosto che all’esterno vedere; sa che ogni descrizione più o meno estetizzante delle cose deve essere respinta, perchè indifferente agli interessi umani; sa che la deformazione della realtà usata per dare evidenza al proprio fantasma è l’elemento differenziatore fra il pittore e il fotografo e che quindi la natura deve essere captata fuori dallo stretto contatto con la realtà; ma sa anche che il vero ed unicamente il vero deve essere la estrema meta dell’artista, se anche l’interpretazione del vero con occhi sempre nuovi ne sia l’istintivo dovere. Anche nel ritratto, dove pur esiste una necessità obiettiva da raggiungere, egli applica questi presupposti estetici, dai quali non potrebbe affrancarsi senza rinnegarsi. E’ il risultato è la fusione della personalità dell’artista con quella del soggetto in una magia di reciproca trasfigurazione.Ricordo di aver allineato, in occasione di una esposizione di arte meridionale, alcune di queste osservazioni.Sono lieto di ripeterle in occasione della trionfante mostra di uno dei più degni rappresentanti di quest’arte nostrana.La dignità artistica di Antonio Asturi è confermata dalla guerra fredda che si combatte contro di lui.

PIERO SCARPA

Nelle opere dell’Asturi è facile identificare una lodevole cura per il disegno, una tal quale sensibilità cromatica utile per arrivare presto allo scopo di interessare con una visione di effetto,una grande passione per il colore che però non è sempre usata a proposito e con gusto. alcune delle opere qui esposte presentano pregi non comuni di disegno e di colore e sono degne di acquisto anche da parte di chi è uso pretendere il meglio dell’Arte di fronte a un grande quadro. Bella e spontanea composizione figurativa è questa dell’Asturi. Piena di sentimento e d’una tragicità impressionante che ricorda, senza imitarli, i grandi maestri del Rinascimento. Bravo Asturi, che non si è mostrato in quest’opera un semplice, per quanto spontaneo paesista e ritrattista tagliente, ma particolarmente un maestro di composizione architettonica nella linea d’insieme costruttivo, ma sopratutto un pensatore di forza e un colorista di gusto.

MICHELE TITO

Asturi nacque a Vico Equense, dove risiede. Ha cinquant’anni. Fin dal 1923 aveva parlato di lui « Il Piccolo » di Trieste, ma dal 1926 il suo successo s’è delineato sicuro nell’arte infallibile nella simpatia del pubblico. A quei tempi il giovane Asturi era un verista irriducibile: ed in quegli anni di orge futuriste e di esperienze sempre nuove, la sua pittura era senza dubbio un atto di coraggio. Lo sosteneva in questa sua generosa battaglia, largo di aiuti e di consigli, un pittore straniero, il polacco Ianstick. E’ del 1927 l’incontro con Mancini. Nel mondo degli artisti e degli amatori napoletani il ricordo del primo colloquio tra il giovane Asturi ed il grande pittore, ormai raggiunto dalla gloria, è uno dei più commoventi tra quelli che si conservano con cura gelosa sulla vita del Maestro. C’era una mostra di Mancini alla « Fiamma » in via Bocca di Leone, a Roma. Asturi ne fu tanto colpito che i suoi commenti entusiastici, espressi ad alta voce nella raccolta stessa, indussero il nipote del Maestro ad invitarlo in casa del Mancini. Al seguito dell’invitato un corteo numeroso di pittori, di amatori e di critici si recò da Mancini per ascoltarne le parole e conoscere, di Lui, tanto schivo e così ostinatamente silenzioso, il pensiero e i sentimenti. E il Maestro andò loro incontro, agitando il berretto e gridando forte, con tutta la sua voce: “ Evviva, evviva Asturi”.

L’insegnamento di Mancini è un elemento decisivo nella genesi artistica di Asturi. Conferì al giovane pittore, che ormai aveva raggiunto nel disegno una padronanza, una sicurezza, una spigliatezza di tratto ed una mobilità di percezione che ancora oggi sono i suoi segni caratteristici. Ad Asturi, facile nell’apprendere e nell’assimilare, bastava vedere come dipingesse il Maestro. Lo vide ridere nello specchio mentre creava il famoso « autoritratto col turbante rosso ». Fu, quella di Mancini, una scuola eccezionale: scuola di libertà espressiva, di forza descrittiva, di sincerità di sentimenti e di passione; di passione soprattutto. Con Mancini, Asturi ha esposto al « Circolo Adriatico » di Roma. Cinquantadue sono le personali da lui tenute nelle maggiori città; ha partecipato dal ’27 al ’37 a tutte le sindacali romane, dal ’37 al ’41 a quelle di Trento; nel ’38 a Venezia; un successo particolare ottenne all’« Internazionale del disegno ». Anche nel ’35 partecipò alla mostra del « Bambino nell’arte ». Asturi è un gran lavoratore e, se nella vita privata è un uomo di grande modestia e semplicità, nell’arte egli è un aristocratico. Nel ritratto la sua personalità, attenta ai moti ed agli atteggiamenti più intimi degli uomini, trova un campo dove meglio e più concretamente si esprime. Il nostro direttore ha dato dell’arte di Asturi un giudizio epigrafico: « Nella potenza mirabile del disegno, domina, su ogni altro elemento, il fantasma dell’anima ». Di Asturi sono senza dubbio notevoli la limpida chiarezza del suo modo di trattare il pastello, la lucida riproduzione visiva, la sensibilità che senza reticenze lo avvicina al soggetto. Forse lo danneggia a volte una certa accentuata tendenza a calcare sentimenti ed espressioni. Egli tende a trasferire l’esuberanza spirituale del proprio temperamento sul soggetto che ritrae, conferendogli molte volte una nobiltà superiore al reale. Asturi ritrattista ha molte parole da dire, e solo che dia una più concreta definizione alla sua personalità e si sorvegli meglio in certe esuberanze, avrà il suo grande posto nell’arte italiana.

« Quello che sarà Asturi – scrisse Remigio Strinati lo lascio intendere ai lettori intelligenti: del resto ne hanno già parlato Gemito, Mancini e Bazzaro ».

LUCIO BRENNO

Chi non conosce personalmente Antonio Asturi e lo giudica soltanto dai suoi disegni se lo figura un uomo angoloso complicato saturo di visioni fantastiche, abbozzate sulla carta con milioni di segni quasi che l’impressione dell’artista si sia sprigionata d’un baleno e che le sue mani abbiano a stento assecondato la fantasia creativa Le sue « maternità » ce lo mostrano semplice, privo di retorica, capace di darci una « mamma col bambino » con tre segni soltanto, mentre nella tempera lo troviamo con le dita immerse nei colori pronto a fissare le impressioni con una violenza che sprizza luminosità e vivezza da tutti i pori. Nell’olio poi diventa grande, la sua arte non contaminata da tendenze degeneratrici si mantiene pura come quella dei maestri dell’800. I suoi quadri sono pieni di luce e di verità, in gran parte ispirati all’incantevole terra che lo circonda, la penisola sorrentina ed in particolare la sua diletta Vico Equense arroccata sulle limpide acque del golfo partenopeo. Un uomo complicato, dunque, dal temperamento estroso spesso stravagante. Ebbene no, l’Antonio Asturi che abbiamo conosciuto nella tranquilla villetta immersa tra il verde e l’azzurro di Vico è un buon papà innamorato della sua Auretta, del suo maschio studente liceale, della sua modesta compagna che lo adora e lo circonda di mille cure.

Un uomo semplice Antonio Asturi che detesta la pubblicità e che ama trascorrere le lunghe giornate nel silenzio della sua villetta per godersi l’infinito, il respiro delle onde, il verde della campagna che si tuffa a picco sull’azzurro e impenetrabile cuore delle rocce contro cui s’infrange il mare di Partenope. Era un giorno radioso di luce ed il sole, rosso come brage, stava scomparendo dietro l’isola verde quando Asturi mi svelò i segreti della sua arte. Mi portò nello studio privatissimo dove il maestro nelle grigie giornate d’inverno si chiude per comunicare con l’esterno. Tra quelle mura egli vive con i fantasmi della sua fantasia e sulle candide tele le sue mani creano pirati e vascelli, fantasmi, assolate strade di Anacapri, gustose carrozzelle o una tenebrosa « deposizione di Cristo ». Questo è il mio angolo segreto, disse richiudendo la terza porta che conduceva allo studio. Qui soltanto gli intimi possono accedere. Passammo quindi nella piccola galleria privata nella quale il maestro annovera opere che non hanno nulla da invidiare a Gemito ed ai grandi maestri napoletani dell’800.

“Un vero peccato che non esponiate più a Roma, Milano, Torino e nelle altre grandi città italiane.”

“Non mi muovo di qui – rispose -; ne ho presentate fino ad oggi 75 e la mia produzione di quadri si aggira intorno ai 10 mila. Alcuni critici mi accusano di produrre troppo, dicono che per la quantità a volte trascuro la qualità. Qui da noi in Italia produzione e qualità si concepiscono soltanto su basi inversamente proporzionali. Se Turner fosse vissuto nel nostro paese, lo avrebbero accusato di commercialismo. Il fatto vero è che, quando le mie mani sentono il richiamo della tavolozza, non c’è impegno che riesca a deviare l’ispirazione. E’ forse colpa mia se non c’è giorno che non debba immergermi nei colori? Turner è morto a 72 anni lasciando 17 mila opere, io ne ho 48 e sono al mio decimillesimo quadro e voglio continuare checchè ne dicano gli altri.”

“Si tratta di diecimila opere vendute o di diecimila tele come numero produttivo?”

“Escluso un centinaio di pezzi ai quali sono affezionato e che costituiscono la mia galleria personale il resto è tutto venduto.”

“Quali sono i maggiori suoi collezionisti?”

“Lei ora pretende troppo da me, comunque posso citarle quelli che mi vengono in mente. Nel periodo fascista anche Mussolini acquistò personalmente due quadri; attualmente i miei quadri si trovano nelle collezioni di Churchill, De Gasperi, Croce, Merzagora, Mole, Priolo, E. A. Mario, D’Annunzio Generoso Pope, Lauro, Porzio, Di Guglielmo e tanti altri, che ora non ricordo, dislocati in America, Francia, Germania, Olanda, Svizzera e persino in Russia. Nel prossimo inverno a Londra verrà allestita una mia mostra comprendente 30 carrozzelle napoletane. Nello stesso periodo conto di esporre anche a Napoli i lavori di questi ultimi mesi.”

Era ormai buio quando Gregorio ci accompagnò per i viottoli di Vico e Asturi ci salutò dal terrazzo più alto della villetta. “Arrivederci! Arrivederci presto a Roma!” Appena sulla costiera il respiro affannoso del mare sorrentino, che s’infrangeva contro le rocce, ci accompagnò nella notte carica di stelle cadenti fino ai piedi del Vesuvio, poi Napoli con le sue mille luci ci rapì e all’alba tutto ci sembrò lontano, infinitamente irreale.

DIEGO IODICE

Antonio Asturi può definirsi il poeta del colore e delle linee. Il suo lavoro lo afferma. E se l’arte non è, o meglio non deve essere altro che la estrinsecazione dell’io dell’artista, Asturi sa trasfondere nelle sue opere l’intimo travaglio di uno spirito proteso alla ricerca del motivo preponderante della natura che è nel punto d’incontro delle anime che si affannano a scoprire il vero e il bello. Ecco perchè il pittore eremitadi Vico Equense afferma con francescana semplicità che non ha più niente da imparare dagli uomini, ma solo dalla natura e da Dio. E per effetto di questo intimo tormento, mentre ammirava, veramente sconcertati, i suoi quadri Asturi ha sentito il bisogno di dirci: ”Può accadere che mi si cerca dove non sono più.” Infatti egli è contro ogni forma manieristica, per Asturi l’opera è un prodotto del momento spirituale mutevolissimo come mutevolissima è la natura nell’infinità della sua bellezza, dei suoi colori, delle sue forme. Ma quando dal verde romitaggio degli uliveti sorrentini, che si tuffa a picco nell’azzurro e incomparabile mare della penisola incantatrice, Asturi scende fra le miserie umane, così continua ad essere un poeta e sa cogliere quei motivi che nella nostalgia del passato o nella tragica realtà del presente rappresentano i veri, i fondamentali motivi spirituali della vita; la vita umana intesa in tutta la intierezza dei suoi eterni valori dello spirito. E perciò una carrozzella di Asturi, una fra quelle trenta carrozzelle napoletane che compariranno in una sua mostra che sarà allestita prossimamente a Londra, vi commuove, perchè in quei pochi segni di pastello vive tutto un mondo, un mondo buono che si ricorda con tanta nostalgia, un mondo semplice che va scomparendo per fare largo all’artificioso dinamismo della vita moderna. E quanto verismo veramente sconcertante in pochi tratti di matita di quel guarattellaro che curvo per il peso degli anni si allontana, caricando sulle spalle il suo mobile palcoscenico alla luce dellampione…

E’ poesia, poesia vera che commuove e conforta nel tempo stesso. Le maternità di Asturi hanno la luce timida e misurata della maternità gelosa della gioia di oggi e timorosamente trepidante nella gioia di domani. Gli uomini più eminenti come Croce, Churchíll, De Gasperi, Merzagora, Gedda, Papini, ecc. sono stati ritratti da Asturi e sono collezionisti delle sue opere. A quarantotto anni Asturi oltre che a raggiungere la maturità di artista forse ha raggiunto il record della produttività con le sue diecimila opere vendute e le sue settantacinque mostre personali. Sono queste cifre però che rattristano un poco l’Artista quando gli ricordano che qualche critico lo accusa di trascurare la qualità per la quantità. Ma per un momento Asturi si annebbia, perchè subito ritorna quello che è sempre quello che deve e può essere chi, come lui, sa amare la natura e cogliere da essa l’infinita bellezza delle sue incomparabili e incantevoli ricchezze. Asturi ritorna al suo mondo, al grande suo mondo che lo sa rendere sereno anche contro questo nostro mondo, il mondo in cui viviamo la vita grama di ogni giorno, tante volte al buio, senza la luce di un ideale che ci elevi non fino all’eremo di Vico Equense, ma ci sollevi almeno dalle miserie che avviliscono lo spirito.

LINA FEDELE

Una linea leggera, appena accennante la fronte ed il naso; una qualunque fronte, un qualunque naso che, pur del tipo del modello, con la migliore buona volontà non riesce a riconoscere. Equivale al profilo che schizza il profano quando, per gioco, vuole indicare una fisionomia. Poi la sanguigna si appoggia sul cartoncino ad una certa distanza da quella linea che, l’ho compreso in seguito, serve solo da riferimento. Uno, due piccoli tratti tracciati con mano sicura, sui quali l’anulare destro dell’artista si posa leggero, strofina appena, lascia una macchia. Altre piccole linee, altri strofinii leggeri come carezze, altre macchie. Ed ecco sotto il mio sguardo meravigliato vedo nascere, anzi schiudersi, l’occhio. Non è un disegno, io non vedo linee, vedo un vero occhio, corposo, fatto di pelle tesa sui piccoli muscoli mobilissimi, fatto di solchi profondi che incidono l’occhiaia un po’ inarcata di ombra, propria del soggetto che si lascia ritrarre. Ora soltanto ho visto le mani dell’artista: piccole, rotonde, dalle dita proporzionalmente piccole ma che dall’attacco al palmo Grassoccio, come un pò gonfio, si assottigliano fin troppo sulla punta. Le unghie sono, nella forma e nella lunghezza, piuttosto femminee. La vedo ora questa mano perché, sciolta dall’impaccio iniziale che le faceva cercare il segno e la rendeva simile alle migliaia di mani che guardiano senza vederle, ogni giorno, ora sembra scorrere e vivere di una vita propria; seguire una nascosta armonia. Un piccolo punto di matita bianca nell’angolo esterno mette, sull’incarnato della sanguigna, il lucore della cornea; un altro nell’ angolo interno, più in alto, dà la vita dell’intelligenza alla pupilla. Quest’occhio vivo, solo e sperduto sullo sfondo chiaro del cartoncino, fa impressione. Torna ora alla fronte l’artista, ma la ritocca appena per dedicarsi al naso. Quella linea impersonale va acquistando identità, ma, sul più bello, la sanguigna lo lascia e va a mettere, coadiuvata dallo anulare del pittore, una macchia alla sua base; la segue una linea decisa e poi, di scatto, la sanguigna, impugnata di striscio, lascia un largo, granuloso cordone sul quale leggero, carezzante torna il dito che plasma, fonde. La narice ed il dorso di questo naso sono qui di fronte in tutta la loro riconoscibilissima evidenza. Ne ritocca ancora il profilo, lo rende ormai deciso ed inconfondibile; vi aggiunge una minuscola, sfumata lineetta bianca che da il lustro concavo della punta di quel naso. Di nuovo torna indecisa la mano, sembra cercare un’ispirazione che sfugge nel tracciare le labbra.. Ma, dopo un primo timido segno cui un tocco dell’anulare dà corpo e sostanza, altri ne seguono, decisi, timidi, correggenti i precedenti. E sempre l’anulare li segue, fondendoli insieme, tirandoli su dal cartoncino, donando loro la terza dimensione. Sottili, sfuggenti le labbra superiori, si raccolgono e si manifestano nella plastica carnosità dell’inferiore. Ormai padrone la mano dell’artista traccia il mento, rotondo; appena una linea poi, ripresa di striscio, la sanguigna diventa frenetica. Segni ora leggeri, ora poderosi si slargano, conquistano vittoriosi il cartoncino, rilevano la gola, la mascella. Un minuscolo, quasi invisibile concetto rosso ripassa su questa massa carnicina, le dà luci ed ombre, lascia il netto contorno di un gruppo di vene, pulsanti di vita alla tempia e liscia una fascia muscolare. >La gomma schiarisce, crea concavità in contrasto con la decisa sporgenza a zigomatica. A tutta prima sembra l’artista proceda a settori; invece quando più sembra che una parte di questa viva maschera sia completa e perfetta ecco la sanguigna tornarvi, accendervi una luce o scavare un tratto dei quali si sente subito l’inderogabile abile necessità, come se l’occhio ed il cervello dell’osservatore ne avessero sentito nel profondo la presenza, senza però riuscire a percepirla tattilmente prima che essa fosse stata tracciata.

« Lo sento qui, nelle mani », mi dice il pittore, continuando nella sua fatica che ora è diventata febbrile, di sguardi rapidissimi, di segni leggeri, di carezze profonde. La fronte si illumina anche essa, incornicia l’occhio che ora ha perduto di quell’impressionismo di organo vivo e mutilo per fondersi con tutto l’insieme della fisionomia. Un colpo ondulato, rapido, dato di striscio corona il ritratto dei suoi capelli. Il cencetto rosso vi ritorna su, aggroviglia e spiana; ancora la gomma vi scava laghetti di luce. Una lenta, decisa linea curva delinea appena l’orecchio. Poi, di scatto, l’artista lascia la sua opera; con pochi tratti rapidi, vicini, paralleli lascia immaginare la spalla, segna la firma e la data. Solleva poi il cartoncino, ormai vinto nella sua primitiva chiarezza, ridotto a servire solo da sfondo, nitide e a far serpeggiare piazze dilaganti di luci nell’insieme. Non è una fotografia, non ha nulla della perfetta, meccanica fedeltà di una pellicola: è la presentazione di un carattere fissato in una delle sue molteplici apparenze.

E’, insomma, quello che il nostro amico preferisce essere.

ANTONIO ASTURI

Straordinario disegnatore e conoscitore dell’anatomia ha legato la sua fortuna a una serie di celebri ritratti, nonché alle vedute più tipiche della costiera sorrentina. La figura umana, spesso deformata dagli anni e dalla fatica, ha trovato in Asturi un attento e commosso osservatore.

Antonio Mancini: “Ama e lavora sempre con animo puro così ti vorrò bene sempre. Fai con Dio principio e fine.”

G. De Rossi Dell’Arno “Saluto Asturi in cui scorgo il cuore pieno di romana umanità e lo spirito per i divini voli, per cui salirà alle vette della gloria, fratello di quanti artisti del Rinascimento.”

L. Pesaro: “Asturi è un pittore lirico e pieno di movimento. Avrà nome degno di quella scuola napoletana che è e sarà sempre gloria dell’arte italiana.”

Marangoni: “Un pittore l’Asturi incisivo, immediato, profondo; un pittore umano.”

A. Beltrame: “È un forte e profondo disegnatore. Un grande pittore”.

 

Antonio Asturi (Vico Equense, 2 novembre 1904 Vico Equense, 3 gennaio 1986) è stato un pittore italiano. Artista autodidatta, dopo una breve esperienza futurista che definì come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, profondamente influenzato dalla personalità del maestro napoletano Antonio Mancini. Antonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto: Evviva chi l’ha fatto. Elegante ritrattista, raffigurò anche Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un Lusingato! così come il filosofo Benedetto Croce, Salvador Dalì, Filippo Marinetti, James Ensor, Arturo Tosi, Giorgio De Chirico, Luigi Einaudi,Arturo Toscanini, Giovanni Papini. Oltre agli oli, usò molto tempera, china e sanguigna . Tra i temi preferiti oltre ai ritratti, le splendide maternità. Il comune di Vico Equense gli ha intitolato una strada. (it.wikipedia.org)

ANTONIO ASTURI nato a Vico Equense il 2 novembre 1904 e morto a Vico Equense il 3 gennaio 1986. Antonio, figlio di Gregorio ed Anna Albano, rimase presto orfano del padre all’età di dieci anni, primo di quattro figli : un fratello, Francesco, e due sorelle, Stella e Maria. Frequentò le scuole elementari assieme al suo coetaneo Giuseppe De Simone, al secolo don Pinuzzo, che tanta parte ha avuto nella sua vita, tanto d’aver curato due sue monografie. Le serie difficoltà della famiglia non gli consentirono di frequentare scuole superiori, ma coltivò la sua passione per la pittura con ogni mezzo, utilizzando qualsiasi materiale per rappresentare quello che colpiva la sua vista; fu così che il conte Girolamo Giusso, passeggiando per le straduzze di Vico Equense, lo notò ritrarre con molta bravura gli scorci di paesaggio e decise di aiutarlo, fornendogli la sua prima scatola di colori ed aiutandolo frequentemente nelle sue necessità. Morto il padre, le difficoltà aumentarono per tutta la famiglia ed Antonio sentì il peso di primogenito. Il richiamo del sangue paterno lo spinse subito alla ricerca delle sue origini, ricordando quelle poche cose che conosceva di suo padre Gregorio, giovane finanziere che in servizio alla Caserma della Guardia di Finanza di Vico Equense, s’innamorò e sposò Anna Albano con tutte le sue difficoltà di ragazza, priva già in giovane età di una gamba e costretta a curare la famiglia e viaggiare con le grucce. Così Antonio, ancora ragazzo, partì alla volta di Crotone, paese natio di Gregorio, e là ricostruì buona parte delle sue origini, sapendo che sua nonna Anna Asturi aveva avuto tre figli, di cui Gregorio era l’ultimo, dal signore del castello di Crotone, tale Francesco Morelli. Antonio ritornò spesso a Crotone , poiché amava tutto ciò che gli apparteneva, comprese queste lontane origini. Giovanissimo, con tutte le difficoltà della vita, decise di seguire le orme paterne, arruolandosi nella Regia Guardia di Finanza, i cui primi addestramenti ricevette a Maddaloni; seguì poi la prima carriera militare a Trieste, dove giunse con tanta voglia di fare, ma soprattutto di farsi conoscere per quello ch’era, un artista. Incominciò ad affrescare di murales le mura di Trieste, lasciando tutti meravigliati della sua bravura, tanto da essere considerato ed apprezzato nei migliori salotti di Trieste, dove ritraeva personalità civili e militari, lasciando opere anche al Museo di Trento. Fu a Trieste negli anni ’20 che il dr. Ernesto Guerrieri, alto funzionario della capitale e Commissario al Consorzio dei Comuni Trentini, conobbe Antonio Asturi, ricordando questo giovane che veniva da Vico Equense, dove Lui soggiornava ogni anno in una casetta alla frazione di Montechiaro. Il dr. Guerrieri lo convocò subito al Ministero dei Beni Demaniali, e lo convinse a congedarsi subito dalla Regia Guardia di Finanza, perché si sarebbe preso Lui cura del giovane. Antonio lasciò l’arma con molta tristezza, ma quell’occasione era unica, poiché Antonio viveva in casa Guerrieri come uno di famiglia, dividendo con i suoi figli il letto ed i sostegni giornalieri. In casa Guerrieri lavorava producendo benissimo, mentre il Dr. Guerrieri organizzava per Lui mostre a Roma ed in altre Città, introducendolo in tutti gli ambienti artistici. Il dr. Guerrieri assunse le dimensioni di un vero e proprio mecenate. Nel 1932 Antonio Asturi, sebbene conducesse una vita impegnata su molti fronti, prese moglie, unendosi con Serafina, ragazza di Vico Equense, da cui ebbe successivamente tre figli: Gregorio, Anna e Laura. Il sodalizio con il Dr. Ernesto Guerrieri durò circa venticinque anni, ma finì solo quando Antonio si accorse che le sue opere erano quotatissime ed a Lui pervenivano le briciole, continuando ancora a fare la fame, così come annotava in calce ad una sua lettera al Dr. Guerrieri: “sacche vacante eternamente!” Così Antonio Asturi alla fine degli anni ‘40 tornò definitivamente a Napoli nella sua Vico Equense e incominciò il suo ciclo di mostre alle Terme Stabiane, registrando annualmente grossi successi; continuarono regolarmente le mostre a Roma e Napoli e sporadicamente in altre città. Negli anni ’50 vennero organizzate per lui mostre a Londra, a Washington, a Caracas. Nel 1956 venne pubblicata da Treves una prima monografia. Nel 1958 andò per la prima volta a Parigi, dove produsse moltissimo, vi ritornò nel 1970. Nel 1971 andò a Barcellona dove assistette emozionato alle corride, completando un ciclo intensissimo di opere in Spagna. Nel 1972 celebrò le sue nozze d’oro con la tavolozza; si organizzarono così numerose mostre in suo onore e venne aperto un centro d’arte intitolato alla sua figura. Con gli anni ’70 si può dire conclusa la fase impegnata dell’artista; nel 1974, quasi a compendio venne pubblicata la seconda monografia “Asturi mezzo secolo di pittura”. Negli anni ’80 l’artista visse completamente ritirato fra gli ulivi di Pietrapiana, nel novembre del 1985 s’ammalò per la prima volta seriamente. La sofferenza che durò due mesi, lo ridusse alla morte il 3 gennaio del 1986-

OPERE

Pittore autodidatta, s’è dedicato all’arte fin dalla prima infanzia, fu impegnato in numerosissime mostre , esponendo soprattutto a Roma, Milano, Trento, Napoli. Schivo e riservato è stato lontano da ogni schema e/o movimento che potesse classificarlo, fece la sua esperienza futurista, che dichiarò come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti da Antonio Mancini. Antonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto con una esplosione : “Evviva chi l’ha fatto!”, così come Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un “Lusingato!” Posò per lui Benedetto Croce: dell’incontro con B. Croce Antonio Asturi riporta nel suo diario un aneddoto appassionante e necessario a comprendere l’Arte di Asturi :

…“Dovevo dipingere il pensiero, concentrare tutta la gravità di una vita dedicata alla meditazione e farla risaltare sui lineamenti severi del filosofo. A ciò credevo di essere preparato, avevo in precedenza già ritratto diversi uomini di cultura e tra altri il caro amico Papini, ma far risaltare la profondità del pensiero sul profilo di Benedetto Croce, ossia dare al pensiero quel volto particolare, era cosa assai più ardua. Poi, cosa mi avesse convinto che l’intelligenza e la profondità del pensiero dovessero in un modo o nell’altro trasparire dalle linee di un volto, non ve lo so dire. Certo fissando il profilo che mi stava davanti, dai tratti non ricavavo niente di particolare: il profilo di un vecchio; anzi a dire il vero, più lo fissavo e più mi sembrava di cogliere in esso l’aria di un assente, e non il fermento segreto del genio. Tracciai alcune linee senza convinzione. E’ terribile, fa paura, sgomenta trovarsi davanti ad un’intelligenza suprema e scambiarla per demenza. Non potevano esserci equivoci: assente ero io, io che non riuscivo a vedere, a leggere in quei tratti quello che chiunque altro avrebbe facilmente letto e visto. Solo più tardi mi resi conto che la genialità e la demenza si somigliano, hanno lo stesso modo d’esprimersi. Allora queste cose le ignoravo e la confusione mi costernava. Avevo per giorni desiderato con tanta intensità di trovarmi davanti a quel volto, quando finalmente era soltanto a pochi centimetri dai miei occhi, la maschera vuota del pensatore mi fissava, si ostinava a resistermi, mi umiliava con tutti i morsi della mia incapacità a penetrarla. Poi, in un attimo di luce nello studio, attraverso i tratti indecifrabili di quella astratta fisionomia, i miei occhi si posarono sulla vena della tempia.Sembrava che quell’impercettibile pulsazione fosse animata da una forza misteriosa, era lì che la maschera era vulnerabile; era semplice, così incredibilmente semplice, che appariva strano come prima avesse potuto sfuggirmi. Vedevo ormai con lucido stupore la meravigliosa armonia di quel fiotto che per le vie interne distribuiva calore, forza, profondità ad ogni muscolo, ad ogni ruga, alla sottile trasparenza della pelle. Avevo vinto.”

Lo scrittore e giornalista Mario Stefanile dopo aver posato per un suo ritratto volle testimoniare con la sua critica:“…quando la luce batte sugli zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica….ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, un immemorabile ed imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia-…ogni ritratto di Asturi è vero e metafisico, una traccia dello spirtito ferma nella mutevolezza di una faccia.”

CRITICA:

PAOLO RIZZI de Il Gazzettino di Venezia in uno scritto postumo

Curiosamente Asturi, pur nascendo dal versante popolaresco, soggetto quindi alle suggestioni del descrittivismo, si presenta subito, di prim’acchito, con il carattere primario di una sintesi plastica:di quello ch’è definito il suo “costruttivismo”. Asturi sfronda la sua pittura da ogni orpello, da ogni pittoricismo, dal gusto di una malintesa “bella pittura”. In realtà egli è uno sciabolatore di gran forza. Lo s’è accostato a Mancini: e il rapporto, per taluni versi, c’è inequivocabile. La pittura è data da fendenti, a colpi secchi su cui si crea l’involucro formale. Ma il Mancini cui si riferisce Asturi non è Mancini tardo, cioè materico e rugoso, bensì quello innervato e scattante del periodo precedente. Il Mancini che si richiama al seicentismo di Ribera, del Fracanzano, anche di Mattia Preti, cioè alla matrice realistico – popolare che travalica ogni barocchismo. Una forza strutturale preme dal di sotto. Siamo quindi lontani, per Asturi, dall’Ottocento tipico napoletano, del genere scuola di Posillipo. Semmai, il riferimento potrebbe andare a qualche brano succoso di un Cammarano, dello stesso Migliaro, soprattutto nella dimensione dei disegni e dei bozzetti, lontani dal descrittivismo come della retorica del folclore popolare. Asturi partisce la forma con forte sintetismo, la vuole dominare, ne vuol prendere possesso scartando ogni altra seduzione. Non è un formalista; egli tira diritto all’essenza delle cose. Naturale, logico, che sia la figura umana il soggetto predominante della sua pittura. Semmai, se si dovesse cioè indicare per forza una derivazione storica, ci si dovrebbe riferire a quel momento del realismo che nasce intorno al 1870 in Italia e che continua poi, categorialmente, fin dentro il Novecento, come una dimensione nuova di presa di possesso della “cosa in sè”, pur nutrita da radici popolari. Così a Milano si parla di naturalismo lombardo per un Gola e un Mosè Bianchi; a Venezia si va dai forti umori popolareschi di Milesi all’acre realismo di Marco Novati. E’ un filone che travalica le avanguardie, che supera persino ogni accezione stilistica. Il punto di riferiumento, come intendeva Courbet, è e resta l’uomo, un uomo che respinge i condizionameti culturali per esprimere tutta la sua istintività attraverso i sentimenti primari (il dolore, l’amore,la rabbia, la delusione, ecc.). Non a caso nelle figure di Asturi sono solitamente assenti le indicazioni temporali, i riferimenti alle fogge d’abito, le ambientazioni contingenti, tutta quella scenografia del popolaresco ch’è largamente presente nella tradizione della pittura napoletana. La figura è nuda o sobriamante vestita. Questo tentativo di Asturi di uscire dall’imminenza del tempo è indice di un realismo “categoriale”. Nella resa fulminea dell’oggetto, Asturi si riferisce però , più che agli esempi dell’Ottocento, ad una temperie tardo-cinquecentesca e secentesca. Nudi e ritratti potrebbero essere riportati a certa pittura di fine Cinquecento, magari di ambito veneziano. Come non sentire la tensione tintorettesca del segno, la sua vibrazione fulminea, la sua energia possessiva? Luca Giordano è l’antecedente immediato; ma in linea generale potrebbero esserlo anche i disegni di Rembrandt, nonché quelli di Rubens. Proprio a Rubens sono affini talune opere, dotate di un dinamismo teso e serrato. Ma in realtà ci si rende conto che Asturi è e resta un istintivo: la sua cultura figurativa è tutta prensile, cioè si forma per affinità, per sensazioni, per innamoramenti improvvisi. Si capisce che non ci troviamo di fronte ad un pittore nè letterato nè, in senso generale, colto. La sua cultura, se così si può dire, è tutta di polso. Autenticità biologica; capacità di rubare ciò che la natura offre nella sua immediatezza. Basta osservare le sue opere. La “vecchia che legge” riflette stupendamente l’attenzione persino febbrile, l’ansia, il tremito dei sensi e dell’intelletto: tutto vibra, tutto si agita. Nell’”autoritratto”, invece, si riflette un’energia compressa, resa soprattutto attraverso il forte luminismo che diventa dato formale ma anche dato psicologico. Nel “nudo di schiena” il momento è di estatica contemplazione: i muscoli della modella si distendono, le curve si fanno sinuose, un fremito corre appena sulla pelle liscia. C’è voluttà, ma anche senso sovrano di calma, di equilibrio psicofisico. Si tratta di pezzi eseguiti con perfezione anatomica che incanta. In “ follia ad Aversa” compare l’aspetto espressionismo, drammatico: la drammaticità non è esterna, bensì, ancora una volta, si riflette all’interno della forma, attraverso la tensione della dinamica del segno. Così nella “Donna che prega, qui il dinamismo si fa persino esasperato e la vibrazione ossessiva. Asturi non appare mai legato ad uno schema fisso; si lascia cogliere dall’oggetto, ed in esso riflette il suo stato d’animo. L’artista rinuncia quasi sempre alla ricchezza del colore; preferisce pochi toni ( sulle terre, i marroni, le ocre con lumeggiatura a biacca) ma in essi si riesce a trasfondere la luce-colore. E’ un luminista, come s’è detto; cioè un fulmineo spadaccino che coglie d’un balzo l’essenza delle cose. Tutto il resto (animus popolaresco, gusto del particolare) egli lo lascia fuori dall’opera, è appena sottinteso. Un artista così, di estrazione popolare ma dotato di senso pittorico, di un respiro che non esiterei a definire “europeo” va visto e giudicato in maniera diversa dai parametri della moda. Il riferimento è sempre alla grande pittura del passato. Non importa che i soggetti siano magari le tipiche carrozzelle napoletane: è la nervatura interna cui bisogna guardare. I valori sono quelli di sempre: la “categoria” del realismo che travalica i tempi.”

ALBERIGO SALA de Il Corriere della Sera- Milano

“…ciò che colpisce è come Antonio Asturi sia riuscito a realizzarsi al di fuori della forte influenza di una scuola caratterizzata e folta come quella napoletana. Non v’è nulla in Lui di esornativo, di contabile; anche l’insidia narrativa è sconfitta dalla castità dei mezzi cromatici, dalla naturale tensione costruttivistica. Asturi costruisce con severo senso plastico. Nella bloccata figura del ciclista si sviluppano tensioni dinamiche che possono rimandare alla sintassi futurista. Restano negli occhi i suoi nudi colmi e suggestivi…quando poi Astruri non definisce, ma accenna e suggerisce, diviene anche più trasparente la modernità del suo occhio e della sua mano…”

FRANCO SOLMI, direttore Galleria d’Arte Moderna di Bologna

“ Autodidatta, potente ed istintivo disegnatore, osservatore acutissimo delle cose e delle immagini popolari, Antonio Asturi poteva pagare un ovvio debito alle convenzioni, fortissime del folclore napoletano e invece ha saputo subito distinguersi non soltanto dagli eredi più o meno fastidiose più o meno illuminati delle varie “scuole di Posillipo”, ma anche dai ripetitori ossequienti di forme a cui la cultura accademica dà legittimità e diritto di citazione…questo è pittore che ha salvaguardato, pagandola con l’indifferenza dei critici, la sua libertà di creare in rapporto con il reale, ma anche secondo modi dell’idealismo estetico….le opere vanno lette una per una più che secondo le norme e i codici divulgati dalle estetiche ultime. Se ne deve assaporare la umorosa classicità, quanto la classica irriverenza dell’artista che si avverte e si vuole libero dagli schemi e sceglie una propria, credo non scontrosa, solitudine. Di questo dobbiamo dargli atto, ché solitudine, in arte, non significa assenza, ma fedeltà e fede del proprio sentirsi “individuo ed artista originale” rispetto ad altri e per gli altri. Scoprire o riscoprire le opere di Antonio Asturi significa quindi ritrovare soprattutto le nostre, spesso obliate, reazioni di poesia.”

MARIO STEFANILE

“L’immediatezza espressiva che in altri pittori può diventare il pericolo e l’azzardo di una facilità di cifra, in Antonio Asturi, invece, è il segno di un’autenticità artistica che interpreta la violenza e la bellezza di un’emozione folgorante. Voglio dire che Antonio Asturi opera senza retorica, calandosi nell’oggetto che vuol rappresentare e traendone alla superficie, la superficie di foglio qualsiasi, una verità pronta, cocente, fresca, forte. Non esistono, per Antonio Asturi, i compromessi, i giochi fatui del mestiere: esiste invece una prontezza persino sconcertante nel cogliere di ogni creatura quell’inesauribile segreto spirituale che ne determina i tratti somatici. Quando la luce batte su zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Antonio Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica: e nel punto stesso di una coincidenza più icastica, là raggiunge la sua verità artistica, là compie cioè un’operazione meravigliosa di scoperta. Il segno di Antonio Asturi si snoda quindi secondo un ritmo che non è mai prestabilito o schematico, ma secondo una legge interna del disegno: per cui ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, una immemorabile e imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia. In questo senso esatto e poetico ogni ritratto di Antonio Asturi è vero ed è metafisico, una traccia dello spirito ferma in una mutevolezza di una faccia. Il segreto dell’incanto di questi ritratti è tutto qui: ma è molto, quasi una lezione.”

MARIO VENDITTI

Caratteristiche della pittura di Antonio Asturi sono la inconfondibilità dello stile, la verità delle realizzazioni, l’essenzialità del segno e del colore, la tradizionalità della ispirazione pur nel modernismo ardito e talvolta temerario del suo linguaggio cromatico. Interni o paesaggi, scene corali o figure isolate, attimi estemporaneamente fissati su cartoni o meditazioni tradotte in elaboratissime tele: egli è sempre uno e sempre diverso. Potrebbe fare a meno di apportare in calce ai suoi lavori la personalissima firma obliqua e sfuggente: lo si riconosce anche anonimo. Antonio Asturi applica ai canoni dell’espressionismo con parsimoniosa infallibilità. Sa che l’artista deve dare importanza determinante all’interno sentire, piuttosto che all’esterno vedere; sa che ogni descrizione più o meno estetizzante delle cose deve essere respinta, perchè indifferente agli interessi umani; sa che la deformazione della realtà usata per dare evidenza al proprio fantasma è l’elemento differenziatore fra il pittore e il fotografo e che quindi la natura deve essere captata fuori dallo stretto contatto con la realtà; ma sa anche che il vero ed unicamente il vero deve essere la estrema meta dell’artista, se anche l’interpretazione del vero con occhi sempre nuovi ne sia l’istintivo dovere. Anche nel ritratto, dove pur esiste una necessità obiettiva da raggiungere, egli applica questi presupposti estetici, dai quali non potrebbe affrancarsi senza rinnegarsi. E’ il risultato è la fusione della personalità dell’artista con quella del soggetto in una magia di reciproca trasfigurazione.Ricordo di aver allineato, in occasione di una esposizione di arte meridionale, alcune di queste osservazioni.Sono lieto di ripeterle in occasione della trionfante mostra di uno dei più degni rappresentanti di quest’arte nostrana.La dignità artistica di Antonio Asturi è confermata dalla guerra fredda che si combatte contro di lui.

PIERO SCARPA

Nelle opere dell’Asturi è facile identificare una lodevole cura per il disegno, una tal quale sensibilità cromatica utile per arrivare presto allo scopo di interessare con una visione di effetto,una grande passione per il colore che però non è sempre usata a proposito e con gusto. alcune delle opere qui esposte presentano pregi non comuni di disegno e di colore e sono degne di acquisto anche da parte di chi è uso pretendere il meglio dell’Arte di fronte a un grande quadro. Bella e spontanea composizione figurativa è questa dell’Asturi. Piena di sentimento e d’una tragicità impressionante che ricorda, senza imitarli, i grandi maestri del Rinascimento. Bravo Asturi, che non si è mostrato in quest’opera un semplice, per quanto spontaneo paesista e ritrattista tagliente, ma particolarmente un maestro di composizione architettonica nella linea d’insieme costruttivo, ma sopratutto un pensatore di forza e un colorista di gusto.

MICHELE TITO

Asturi nacque a Vico Equense, dove risiede. Ha cinquant’anni. Fin dal 1923 aveva parlato di lui « Il Piccolo » di Trieste, ma dal 1926 il suo successo s’è delineato sicuro nell’arte infallibile nella simpatia del pubblico. A quei tempi il giovane Asturi era un verista irriducibile: ed in quegli anni di orge futuriste e di esperienze sempre nuove, la sua pittura era senza dubbio un atto di coraggio. Lo sosteneva in questa sua generosa battaglia, largo di aiuti e di consigli, un pittore straniero, il polacco Ianstick. E’ del 1927 l’incontro con Mancini. Nel mondo degli artisti e degli amatori napoletani il ricordo del primo colloquio tra il giovane Asturi ed il grande pittore, ormai raggiunto dalla gloria, è uno dei più commoventi tra quelli che si conservano con cura gelosa sulla vita del Maestro. C’era una mostra di Mancini alla « Fiamma » in via Bocca di Leone, a Roma. Asturi ne fu tanto colpito che i suoi commenti entusiastici, espressi ad alta voce nella raccolta stessa, indussero il nipote del Maestro ad invitarlo in casa del Mancini. Al seguito dell’invitato un corteo numeroso di pittori, di amatori e di critici si recò da Mancini per ascoltarne le parole e conoscere, di Lui, tanto schivo e così ostinatamente silenzioso, il pensiero e i sentimenti. E il Maestro andò loro incontro, agitando il berretto e gridando forte, con tutta la sua voce: “ Evviva, evviva Asturi”.

L’insegnamento di Mancini è un elemento decisivo nella genesi artistica di Asturi. Conferì al giovane pittore, che ormai aveva raggiunto nel disegno una padronanza, una sicurezza, una spigliatezza di tratto ed una mobilità di percezione che ancora oggi sono i suoi segni caratteristici. Ad Asturi, facile nell’apprendere e nell’assimilare, bastava vedere come dipingesse il Maestro. Lo vide ridere nello specchio mentre creava il famoso « autoritratto col turbante rosso ». Fu, quella di Mancini, una scuola eccezionale: scuola di libertà espressiva, di forza descrittiva, di sincerità di sentimenti e di passione; di passione soprattutto. Con Mancini, Asturi ha esposto al « Circolo Adriatico » di Roma. Cinquantadue sono le personali da lui tenute nelle maggiori città; ha partecipato dal ’27 al ’37 a tutte le sindacali romane, dal ’37 al ’41 a quelle di Trento; nel ’38 a Venezia; un successo particolare ottenne all’« Internazionale del disegno ». Anche nel ’35 partecipò alla mostra del « Bambino nell’arte ». Asturi è un gran lavoratore e, se nella vita privata è un uomo di grande modestia e semplicità, nell’arte egli è un aristocratico. Nel ritratto la sua personalità, attenta ai moti ed agli atteggiamenti più intimi degli uomini, trova un campo dove meglio e più concretamente si esprime. Il nostro direttore ha dato dell’arte di Asturi un giudizio epigrafico: « Nella potenza mirabile del disegno, domina, su ogni altro elemento, il fantasma dell’anima ». Di Asturi sono senza dubbio notevoli la limpida chiarezza del suo modo di trattare il pastello, la lucida riproduzione visiva, la sensibilità che senza reticenze lo avvicina al soggetto. Forse lo danneggia a volte una certa accentuata tendenza a calcare sentimenti ed espressioni. Egli tende a trasferire l’esuberanza spirituale del proprio temperamento sul soggetto che ritrae, conferendogli molte volte una nobiltà superiore al reale. Asturi ritrattista ha molte parole da dire, e solo che dia una più concreta definizione alla sua personalità e si sorvegli meglio in certe esuberanze, avrà il suo grande posto nell’arte italiana.

« Quello che sarà Asturi – scrisse Remigio Strinati lo lascio intendere ai lettori intelligenti: del resto ne hanno già parlato Gemito, Mancini e Bazzaro ».

LUCIO BRENNO

Chi non conosce personalmente Antonio Asturi e lo giudica soltanto dai suoi disegni se lo figura un uomo angoloso complicato saturo di visioni fantastiche, abbozzate sulla carta con milioni di segni quasi che l’impressione dell’artista si sia sprigionata d’un baleno e che le sue mani abbiano a stento assecondato la fantasia creativa Le sue « maternità » ce lo mostrano semplice, privo di retorica, capace di darci una « mamma col bambino » con tre segni soltanto, mentre nella tempera lo troviamo con le dita immerse nei colori pronto a fissare le impressioni con una violenza che sprizza luminosità e vivezza da tutti i pori. Nell’olio poi diventa grande, la sua arte non contaminata da tendenze degeneratrici si mantiene pura come quella dei maestri dell’800. I suoi quadri sono pieni di luce e di verità, in gran parte ispirati all’incantevole terra che lo circonda, la penisola sorrentina ed in particolare la sua diletta Vico Equense arroccata sulle limpide acque del golfo partenopeo. Un uomo complicato, dunque, dal temperamento estroso spesso stravagante. Ebbene no, l’Antonio Asturi che abbiamo conosciuto nella tranquilla villetta immersa tra il verde e l’azzurro di Vico è un buon papà innamorato della sua Auretta, del suo maschio studente liceale, della sua modesta compagna che lo adora e lo circonda di mille cure.

Un uomo semplice Antonio Asturi che detesta la pubblicità e che ama trascorrere le lunghe giornate nel silenzio della sua villetta per godersi l’infinito, il respiro delle onde, il verde della campagna che si tuffa a picco sull’azzurro e impenetrabile cuore delle rocce contro cui s’infrange il mare di Partenope. Era un giorno radioso di luce ed il sole, rosso come brage, stava scomparendo dietro l’isola verde quando Asturi mi svelò i segreti della sua arte. Mi portò nello studio privatissimo dove il maestro nelle grigie giornate d’inverno si chiude per comunicare con l’esterno. Tra quelle mura egli vive con i fantasmi della sua fantasia e sulle candide tele le sue mani creano pirati e vascelli, fantasmi, assolate strade di Anacapri, gustose carrozzelle o una tenebrosa « deposizione di Cristo ». Questo è il mio angolo segreto, disse richiudendo la terza porta che conduceva allo studio. Qui soltanto gli intimi possono accedere. Passammo quindi nella piccola galleria privata nella quale il maestro annovera opere che non hanno nulla da invidiare a Gemito ed ai grandi maestri napoletani dell’800.

“Un vero peccato che non esponiate più a Roma, Milano, Torino e nelle altre grandi città italiane.”

“Non mi muovo di qui – rispose -; ne ho presentate fino ad oggi 75 e la mia produzione di quadri si aggira intorno ai 10 mila. Alcuni critici mi accusano di produrre troppo, dicono che per la quantità a volte trascuro la qualità. Qui da noi in Italia produzione e qualità si concepiscono soltanto su basi inversamente proporzionali. Se Turner fosse vissuto nel nostro paese, lo avrebbero accusato di commercialismo. Il fatto vero è che, quando le mie mani sentono il richiamo della tavolozza, non c’è impegno che riesca a deviare l’ispirazione. E’ forse colpa mia se non c’è giorno che non debba immergermi nei colori? Turner è morto a 72 anni lasciando 17 mila opere, io ne ho 48 e sono al mio decimillesimo quadro e voglio continuare checchè ne dicano gli altri.”

“Si tratta di diecimila opere vendute o di diecimila tele come numero produttivo?”

“Escluso un centinaio di pezzi ai quali sono affezionato e che costituiscono la mia galleria personale il resto è tutto venduto.”

“Quali sono i maggiori suoi collezionisti?”

“Lei ora pretende troppo da me, comunque posso citarle quelli che mi vengono in mente. Nel periodo fascista anche Mussolini acquistò personalmente due quadri; attualmente i miei quadri si trovano nelle collezioni di Churchill, De Gasperi, Croce, Merzagora, Mole, Priolo, E. A. Mario, D’Annunzio Generoso Pope, Lauro, Porzio, Di Guglielmo e tanti altri, che ora non ricordo, dislocati in America, Francia, Germania, Olanda, Svizzera e persino in Russia. Nel prossimo inverno a Londra verrà allestita una mia mostra comprendente 30 carrozzelle napoletane. Nello stesso periodo conto di esporre anche a Napoli i lavori di questi ultimi mesi.”

Era ormai buio quando Gregorio ci accompagnò per i viottoli di Vico e Asturi ci salutò dal terrazzo più alto della villetta. “Arrivederci! Arrivederci presto a Roma!” Appena sulla costiera il respiro affannoso del mare sorrentino, che s’infrangeva contro le rocce, ci accompagnò nella notte carica di stelle cadenti fino ai piedi del Vesuvio, poi Napoli con le sue mille luci ci rapì e all’alba tutto ci sembrò lontano, infinitamente irreale.

DIEGO IODICE

Antonio Asturi può definirsi il poeta del colore e delle linee. Il suo lavoro lo afferma. E se l’arte non è, o meglio non deve essere altro che la estrinsecazione dell’io dell’artista, Asturi sa trasfondere nelle sue opere l’intimo travaglio di uno spirito proteso alla ricerca del motivo preponderante della natura che è nel punto d’incontro delle anime che si affannano a scoprire il vero e il bello. Ecco perchè il pittore eremitadi Vico Equense afferma con francescana semplicità che non ha più niente da imparare dagli uomini, ma solo dalla natura e da Dio. E per effetto di questo intimo tormento, mentre ammirava, veramente sconcertati, i suoi quadri Asturi ha sentito il bisogno di dirci: ”Può accadere che mi si cerca dove non sono più.” Infatti egli è contro ogni forma manieristica, per Asturi l’opera è un prodotto del momento spirituale mutevolissimo come mutevolissima è la natura nell’infinità della sua bellezza, dei suoi colori, delle sue forme. Ma quando dal verde romitaggio degli uliveti sorrentini, che si tuffa a picco nell’azzurro e incomparabile mare della penisola incantatrice, Asturi scende fra le miserie umane, così continua ad essere un poeta e sa cogliere quei motivi che nella nostalgia del passato o nella tragica realtà del presente rappresentano i veri, i fondamentali motivi spirituali della vita; la vita umana intesa in tutta la intierezza dei suoi eterni valori dello spirito. E perciò una carrozzella di Asturi, una fra quelle trenta carrozzelle napoletane che compariranno in una sua mostra che sarà allestita prossimamente a Londra, vi commuove, perchè in quei pochi segni di pastello vive tutto un mondo, un mondo buono che si ricorda con tanta nostalgia, un mondo semplice che va scomparendo per fare largo all’artificioso dinamismo della vita moderna. E quanto verismo veramente sconcertante in pochi tratti di matita di quel guarattellaro che curvo per il peso degli anni si allontana, caricando sulle spalle il suo mobile palcoscenico alla luce dellampione…

E’ poesia, poesia vera che commuove e conforta nel tempo stesso. Le maternità di Asturi hanno la luce timida e misurata della maternità gelosa della gioia di oggi e timorosamente trepidante nella gioia di domani. Gli uomini più eminenti come Croce, Churchíll, De Gasperi, Merzagora, Gedda, Papini, ecc. sono stati ritratti da Asturi e sono collezionisti delle sue opere. A quarantotto anni Asturi oltre che a raggiungere la maturità di artista forse ha raggiunto il record della produttività con le sue diecimila opere vendute e le sue settantacinque mostre personali. Sono queste cifre però che rattristano un poco l’Artista quando gli ricordano che qualche critico lo accusa di trascurare la qualità per la quantità. Ma per un momento Asturi si annebbia, perchè subito ritorna quello che è sempre quello che deve e può essere chi, come lui, sa amare la natura e cogliere da essa l’infinita bellezza delle sue incomparabili e incantevoli ricchezze. Asturi ritorna al suo mondo, al grande suo mondo che lo sa rendere sereno anche contro questo nostro mondo, il mondo in cui viviamo la vita grama di ogni giorno, tante volte al buio, senza la luce di un ideale che ci elevi non fino all’eremo di Vico Equense, ma ci sollevi almeno dalle miserie che avviliscono lo spirito.

LINA FEDELE

Una linea leggera, appena accennante la fronte ed il naso; una qualunque fronte, un qualunque naso che, pur del tipo del modello, con la migliore buona volontà non riesce a riconoscere. Equivale al profilo che schizza il profano quando, per gioco, vuole indicare una fisionomia. Poi la sanguigna si appoggia sul cartoncino ad una certa distanza da quella linea che, l’ho compreso in seguito, serve solo da riferimento. Uno, due piccoli tratti tracciati con mano sicura, sui quali l’anulare destro dell’artista si posa leggero, strofina appena, lascia una macchia. Altre piccole linee, altri strofinii leggeri come carezze, altre macchie. Ed ecco sotto il mio sguardo meravigliato vedo nascere, anzi schiudersi, l’occhio. Non è un disegno, io non vedo linee, vedo un vero occhio, corposo, fatto di pelle tesa sui piccoli muscoli mobilissimi, fatto di solchi profondi che incidono l’occhiaia un po’ inarcata di ombra, propria del soggetto che si lascia ritrarre. Ora soltanto ho visto le mani dell’artista: piccole, rotonde, dalle dita proporzionalmente piccole ma che dall’attacco al palmo Grassoccio, come un pò gonfio, si assottigliano fin troppo sulla punta. Le unghie sono, nella forma e nella lunghezza, piuttosto femminee. La vedo ora questa mano perché, sciolta dall’impaccio iniziale che le faceva cercare il segno e la rendeva simile alle migliaia di mani che guardiano senza vederle, ogni giorno, ora sembra scorrere e vivere di una vita propria; seguire una nascosta armonia. Un piccolo punto di matita bianca nell’angolo esterno mette, sull’incarnato della sanguigna, il lucore della cornea; un altro nell’ angolo interno, più in alto, dà la vita dell’intelligenza alla pupilla. Quest’occhio vivo, solo e sperduto sullo sfondo chiaro del cartoncino, fa impressione. Torna ora alla fronte l’artista, ma la ritocca appena per dedicarsi al naso. Quella linea impersonale va acquistando identità, ma, sul più bello, la sanguigna lo lascia e va a mettere, coadiuvata dallo anulare del pittore, una macchia alla sua base; la segue una linea decisa e poi, di scatto, la sanguigna, impugnata di striscio, lascia un largo, granuloso cordone sul quale leggero, carezzante torna il dito che plasma, fonde. La narice ed il dorso di questo naso sono qui di fronte in tutta la loro riconoscibilissima evidenza. Ne ritocca ancora il profilo, lo rende ormai deciso ed inconfondibile; vi aggiunge una minuscola, sfumata lineetta bianca che da il lustro concavo della punta di quel naso. Di nuovo torna indecisa la mano, sembra cercare un’ispirazione che sfugge nel tracciare le labbra.. Ma, dopo un primo timido segno cui un tocco dell’anulare dà corpo e sostanza, altri ne seguono, decisi, timidi, correggenti i precedenti. E sempre l’anulare li segue, fondendoli insieme, tirandoli su dal cartoncino, donando loro la terza dimensione. Sottili, sfuggenti le labbra superiori, si raccolgono e si manifestano nella plastica carnosità dell’inferiore. Ormai padrone la mano dell’artista traccia il mento, rotondo; appena una linea poi, ripresa di striscio, la sanguigna diventa frenetica. Segni ora leggeri, ora poderosi si slargano, conquistano vittoriosi il cartoncino, rilevano la gola, la mascella. Un minuscolo, quasi invisibile concetto rosso ripassa su questa massa carnicina, le dà luci ed ombre, lascia il netto contorno di un gruppo di vene, pulsanti di vita alla tempia e liscia una fascia muscolare. >La gomma schiarisce, crea concavità in contrasto con la decisa sporgenza a zigomatica. A tutta prima sembra l’artista proceda a settori; invece quando più sembra che una parte di questa viva maschera sia completa e perfetta ecco la sanguigna tornarvi, accendervi una luce o scavare un tratto dei quali si sente subito l’inderogabile abile necessità, come se l’occhio ed il cervello dell’osservatore ne avessero sentito nel profondo la presenza, senza però riuscire a percepirla tattilmente prima che essa fosse stata tracciata.

« Lo sento qui, nelle mani », mi dice il pittore, continuando nella sua fatica che ora è diventata febbrile, di sguardi rapidissimi, di segni leggeri, di carezze profonde. La fronte si illumina anche essa, incornicia l’occhio che ora ha perduto di quell’impressionismo di organo vivo e mutilo per fondersi con tutto l’insieme della fisionomia. Un colpo ondulato, rapido, dato di striscio corona il ritratto dei suoi capelli. Il cencetto rosso vi ritorna su, aggroviglia e spiana; ancora la gomma vi scava laghetti di luce. Una lenta, decisa linea curva delinea appena l’orecchio. Poi, di scatto, l’artista lascia la sua opera; con pochi tratti rapidi, vicini, paralleli lascia immaginare la spalla, segna la firma e la data. Solleva poi il cartoncino, ormai vinto nella sua primitiva chiarezza, ridotto a servire solo da sfondo, nitide e a far serpeggiare piazze dilaganti di luci nell’insieme. Non è una fotografia, non ha nulla della perfetta, meccanica fedeltà di una pellicola: è la presentazione di un carattere fissato in una delle sue molteplici apparenze.

E’, insomma, quello che il nostro amico preferisce essere.

ANTONIO ASTURI

Straordinario disegnatore e conoscitore dell’anatomia ha legato la sua fortuna a una serie di celebri ritratti, nonché alle vedute più tipiche della costiera sorrentina. La figura umana, spesso deformata dagli anni e dalla fatica, ha trovato in Asturi un attento e commosso osservatore.

Antonio Mancini: “Ama e lavora sempre con animo puro così ti vorrò bene sempre. Fai con Dio principio e fine.”

G. De Rossi Dell’Arno “Saluto Asturi in cui scorgo il cuore pieno di romana umanità e lo spirito per i divini voli, per cui salirà alle vette della gloria, fratello di quanti artisti del Rinascimento.”

L. Pesaro: “Asturi è un pittore lirico e pieno di movimento. Avrà nome degno di quella scuola napoletana che è e sarà sempre gloria dell’arte italiana.”

Marangoni: “Un pittore l’Asturi incisivo, immediato, profondo; un pittore umano.”

A. Beltrame: “È un forte e profondo disegnatore. Un grande pittore”.

 

Antonio Asturi (Vico Equense, 2 novembre 1904 Vico Equense, 3 gennaio 1986) è stato un pittore italiano. Artista autodidatta, dopo una breve esperienza futurista che definì come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, profondamente influenzato dalla personalità del maestro napoletano Antonio Mancini. Antonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto: Evviva chi l’ha fatto. Elegante ritrattista, raffigurò anche Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un Lusingato! così come il filosofo Benedetto Croce, Salvador Dalì, Filippo Marinetti, James Ensor, Arturo Tosi, Giorgio De Chirico, Luigi Einaudi,Arturo Toscanini, Giovanni Papini. Oltre agli oli, usò molto tempera, china e sanguigna . Tra i temi preferiti oltre ai ritratti, le splendide maternità. Il comune di Vico Equense gli ha intitolato una strada. (it.wikipedia.org)

ANTONIO ASTURI nato a Vico Equense il 2 novembre 1904 e morto a Vico Equense il 3 gennaio 1986. Antonio, figlio di Gregorio ed Anna Albano, rimase presto orfano del padre all’età di dieci anni, primo di quattro figli : un fratello, Francesco, e due sorelle, Stella e Maria. Frequentò le scuole elementari assieme al suo coetaneo Giuseppe De Simone, al secolo don Pinuzzo, che tanta parte ha avuto nella sua vita, tanto d’aver curato due sue monografie. Le serie difficoltà della famiglia non gli consentirono di frequentare scuole superiori, ma coltivò la sua passione per la pittura con ogni mezzo, utilizzando qualsiasi materiale per rappresentare quello che colpiva la sua vista; fu così che il conte Girolamo Giusso, passeggiando per le straduzze di Vico Equense, lo notò ritrarre con molta bravura gli scorci di paesaggio e decise di aiutarlo, fornendogli la sua prima scatola di colori ed aiutandolo frequentemente nelle sue necessità. Morto il padre, le difficoltà aumentarono per tutta la famiglia ed Antonio sentì il peso di primogenito. Il richiamo del sangue paterno lo spinse subito alla ricerca delle sue origini, ricordando quelle poche cose che conosceva di suo padre Gregorio, giovane finanziere che in servizio alla Caserma della Guardia di Finanza di Vico Equense, s’innamorò e sposò Anna Albano con tutte le sue difficoltà di ragazza, priva già in giovane età di una gamba e costretta a curare la famiglia e viaggiare con le grucce. Così Antonio, ancora ragazzo, partì alla volta di Crotone, paese natio di Gregorio, e là ricostruì buona parte delle sue origini, sapendo che sua nonna Anna Asturi aveva avuto tre figli, di cui Gregorio era l’ultimo, dal signore del castello di Crotone, tale Francesco Morelli. Antonio ritornò spesso a Crotone , poiché amava tutto ciò che gli apparteneva, comprese queste lontane origini. Giovanissimo, con tutte le difficoltà della vita, decise di seguire le orme paterne, arruolandosi nella Regia Guardia di Finanza, i cui primi addestramenti ricevette a Maddaloni; seguì poi la prima carriera militare a Trieste, dove giunse con tanta voglia di fare, ma soprattutto di farsi conoscere per quello ch’era, un artista. Incominciò ad affrescare di murales le mura di Trieste, lasciando tutti meravigliati della sua bravura, tanto da essere considerato ed apprezzato nei migliori salotti di Trieste, dove ritraeva personalità civili e militari, lasciando opere anche al Museo di Trento. Fu a Trieste negli anni ’20 che il dr. Ernesto Guerrieri, alto funzionario della capitale e Commissario al Consorzio dei Comuni Trentini, conobbe Antonio Asturi, ricordando questo giovane che veniva da Vico Equense, dove Lui soggiornava ogni anno in una casetta alla frazione di Montechiaro. Il dr. Guerrieri lo convocò subito al Ministero dei Beni Demaniali, e lo convinse a congedarsi subito dalla Regia Guardia di Finanza, perché si sarebbe preso Lui cura del giovane. Antonio lasciò l’arma con molta tristezza, ma quell’occasione era unica, poiché Antonio viveva in casa Guerrieri come uno di famiglia, dividendo con i suoi figli il letto ed i sostegni giornalieri. In casa Guerrieri lavorava producendo benissimo, mentre il Dr. Guerrieri organizzava per Lui mostre a Roma ed in altre Città, introducendolo in tutti gli ambienti artistici. Il dr. Guerrieri assunse le dimensioni di un vero e proprio mecenate. Nel 1932 Antonio Asturi, sebbene conducesse una vita impegnata su molti fronti, prese moglie, unendosi con Serafina, ragazza di Vico Equense, da cui ebbe successivamente tre figli: Gregorio, Anna e Laura. Il sodalizio con il Dr. Ernesto Guerrieri durò circa venticinque anni, ma finì solo quando Antonio si accorse che le sue opere erano quotatissime ed a Lui pervenivano le briciole, continuando ancora a fare la fame, così come annotava in calce ad una sua lettera al Dr. Guerrieri: “sacche vacante eternamente!” Così Antonio Asturi alla fine degli anni ‘40 tornò definitivamente a Napoli nella sua Vico Equense e incominciò il suo ciclo di mostre alle Terme Stabiane, registrando annualmente grossi successi; continuarono regolarmente le mostre a Roma e Napoli e sporadicamente in altre città. Negli anni ’50 vennero organizzate per lui mostre a Londra, a Washington, a Caracas. Nel 1956 venne pubblicata da Treves una prima monografia. Nel 1958 andò per la prima volta a Parigi, dove produsse moltissimo, vi ritornò nel 1970. Nel 1971 andò a Barcellona dove assistette emozionato alle corride, completando un ciclo intensissimo di opere in Spagna. Nel 1972 celebrò le sue nozze d’oro con la tavolozza; si organizzarono così numerose mostre in suo onore e venne aperto un centro d’arte intitolato alla sua figura. Con gli anni ’70 si può dire conclusa la fase impegnata dell’artista; nel 1974, quasi a compendio venne pubblicata la seconda monografia “Asturi mezzo secolo di pittura”. Negli anni ’80 l’artista visse completamente ritirato fra gli ulivi di Pietrapiana, nel novembre del 1985 s’ammalò per la prima volta seriamente. La sofferenza che durò due mesi, lo ridusse alla morte il 3 gennaio del 1986-

OPERE

Pittore autodidatta, s’è dedicato all’arte fin dalla prima infanzia, fu impegnato in numerosissime mostre , esponendo soprattutto a Roma, Milano, Trento, Napoli. Schivo e riservato è stato lontano da ogni schema e/o movimento che potesse classificarlo, fece la sua esperienza futurista, che dichiarò come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti da Antonio Mancini. Antonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto con una esplosione : “Evviva chi l’ha fatto!”, così come Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un “Lusingato!” Posò per lui Benedetto Croce: dell’incontro con B. Croce Antonio Asturi riporta nel suo diario un aneddoto appassionante e necessario a comprendere l’Arte di Asturi :

…“Dovevo dipingere il pensiero, concentrare tutta la gravità di una vita dedicata alla meditazione e farla risaltare sui lineamenti severi del filosofo. A ciò credevo di essere preparato, avevo in precedenza già ritratto diversi uomini di cultura e tra altri il caro amico Papini, ma far risaltare la profondità del pensiero sul profilo di Benedetto Croce, ossia dare al pensiero quel volto particolare, era cosa assai più ardua. Poi, cosa mi avesse convinto che l’intelligenza e la profondità del pensiero dovessero in un modo o nell’altro trasparire dalle linee di un volto, non ve lo so dire. Certo fissando il profilo che mi stava davanti, dai tratti non ricavavo niente di particolare: il profilo di un vecchio; anzi a dire il vero, più lo fissavo e più mi sembrava di cogliere in esso l’aria di un assente, e non il fermento segreto del genio. Tracciai alcune linee senza convinzione. E’ terribile, fa paura, sgomenta trovarsi davanti ad un’intelligenza suprema e scambiarla per demenza. Non potevano esserci equivoci: assente ero io, io che non riuscivo a vedere, a leggere in quei tratti quello che chiunque altro avrebbe facilmente letto e visto. Solo più tardi mi resi conto che la genialità e la demenza si somigliano, hanno lo stesso modo d’esprimersi. Allora queste cose le ignoravo e la confusione mi costernava. Avevo per giorni desiderato con tanta intensità di trovarmi davanti a quel volto, quando finalmente era soltanto a pochi centimetri dai miei occhi, la maschera vuota del pensatore mi fissava, si ostinava a resistermi, mi umiliava con tutti i morsi della mia incapacità a penetrarla. Poi, in un attimo di luce nello studio, attraverso i tratti indecifrabili di quella astratta fisionomia, i miei occhi si posarono sulla vena della tempia.Sembrava che quell’impercettibile pulsazione fosse animata da una forza misteriosa, era lì che la maschera era vulnerabile; era semplice, così incredibilmente semplice, che appariva strano come prima avesse potuto sfuggirmi. Vedevo ormai con lucido stupore la meravigliosa armonia di quel fiotto che per le vie interne distribuiva calore, forza, profondità ad ogni muscolo, ad ogni ruga, alla sottile trasparenza della pelle. Avevo vinto.”

Lo scrittore e giornalista Mario Stefanile dopo aver posato per un suo ritratto volle testimoniare con la sua critica:“…quando la luce batte sugli zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica….ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, un immemorabile ed imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia-…ogni ritratto di Asturi è vero e metafisico, una traccia dello spirtito ferma nella mutevolezza di una faccia.”

CRITICA:

PAOLO RIZZI de Il Gazzettino di Venezia in uno scritto postumo

Curiosamente Asturi, pur nascendo dal versante popolaresco, soggetto quindi alle suggestioni del descrittivismo, si presenta subito, di prim’acchito, con il carattere primario di una sintesi plastica:di quello ch’è definito il suo “costruttivismo”. Asturi sfronda la sua pittura da ogni orpello, da ogni pittoricismo, dal gusto di una malintesa “bella pittura”. In realtà egli è uno sciabolatore di gran forza. Lo s’è accostato a Mancini: e il rapporto, per taluni versi, c’è inequivocabile. La pittura è data da fendenti, a colpi secchi su cui si crea l’involucro formale. Ma il Mancini cui si riferisce Asturi non è Mancini tardo, cioè materico e rugoso, bensì quello innervato e scattante del periodo precedente. Il Mancini che si richiama al seicentismo di Ribera, del Fracanzano, anche di Mattia Preti, cioè alla matrice realistico – popolare che travalica ogni barocchismo. Una forza strutturale preme dal di sotto. Siamo quindi lontani, per Asturi, dall’Ottocento tipico napoletano, del genere scuola di Posillipo. Semmai, il riferimento potrebbe andare a qualche brano succoso di un Cammarano, dello stesso Migliaro, soprattutto nella dimensione dei disegni e dei bozzetti, lontani dal descrittivismo come della retorica del folclore popolare. Asturi partisce la forma con forte sintetismo, la vuole dominare, ne vuol prendere possesso scartando ogni altra seduzione. Non è un formalista; egli tira diritto all’essenza delle cose. Naturale, logico, che sia la figura umana il soggetto predominante della sua pittura. Semmai, se si dovesse cioè indicare per forza una derivazione storica, ci si dovrebbe riferire a quel momento del realismo che nasce intorno al 1870 in Italia e che continua poi, categorialmente, fin dentro il Novecento, come una dimensione nuova di presa di possesso della “cosa in sè”, pur nutrita da radici popolari. Così a Milano si parla di naturalismo lombardo per un Gola e un Mosè Bianchi; a Venezia si va dai forti umori popolareschi di Milesi all’acre realismo di Marco Novati. E’ un filone che travalica le avanguardie, che supera persino ogni accezione stilistica. Il punto di riferiumento, come intendeva Courbet, è e resta l’uomo, un uomo che respinge i condizionameti culturali per esprimere tutta la sua istintività attraverso i sentimenti primari (il dolore, l’amore,la rabbia, la delusione, ecc.). Non a caso nelle figure di Asturi sono solitamente assenti le indicazioni temporali, i riferimenti alle fogge d’abito, le ambientazioni contingenti, tutta quella scenografia del popolaresco ch’è largamente presente nella tradizione della pittura napoletana. La figura è nuda o sobriamante vestita. Questo tentativo di Asturi di uscire dall’imminenza del tempo è indice di un realismo “categoriale”. Nella resa fulminea dell’oggetto, Asturi si riferisce però , più che agli esempi dell’Ottocento, ad una temperie tardo-cinquecentesca e secentesca. Nudi e ritratti potrebbero essere riportati a certa pittura di fine Cinquecento, magari di ambito veneziano. Come non sentire la tensione tintorettesca del segno, la sua vibrazione fulminea, la sua energia possessiva? Luca Giordano è l’antecedente immediato; ma in linea generale potrebbero esserlo anche i disegni di Rembrandt, nonché quelli di Rubens. Proprio a Rubens sono affini talune opere, dotate di un dinamismo teso e serrato. Ma in realtà ci si rende conto che Asturi è e resta un istintivo: la sua cultura figurativa è tutta prensile, cioè si forma per affinità, per sensazioni, per innamoramenti improvvisi. Si capisce che non ci troviamo di fronte ad un pittore nè letterato nè, in senso generale, colto. La sua cultura, se così si può dire, è tutta di polso. Autenticità biologica; capacità di rubare ciò che la natura offre nella sua immediatezza. Basta osservare le sue opere. La “vecchia che legge” riflette stupendamente l’attenzione persino febbrile, l’ansia, il tremito dei sensi e dell’intelletto: tutto vibra, tutto si agita. Nell’”autoritratto”, invece, si riflette un’energia compressa, resa soprattutto attraverso il forte luminismo che diventa dato formale ma anche dato psicologico. Nel “nudo di schiena” il momento è di estatica contemplazione: i muscoli della modella si distendono, le curve si fanno sinuose, un fremito corre appena sulla pelle liscia. C’è voluttà, ma anche senso sovrano di calma, di equilibrio psicofisico. Si tratta di pezzi eseguiti con perfezione anatomica che incanta. In “ follia ad Aversa” compare l’aspetto espressionismo, drammatico: la drammaticità non è esterna, bensì, ancora una volta, si riflette all’interno della forma, attraverso la tensione della dinamica del segno. Così nella “Donna che prega, qui il dinamismo si fa persino esasperato e la vibrazione ossessiva. Asturi non appare mai legato ad uno schema fisso; si lascia cogliere dall’oggetto, ed in esso riflette il suo stato d’animo. L’artista rinuncia quasi sempre alla ricchezza del colore; preferisce pochi toni ( sulle terre, i marroni, le ocre con lumeggiatura a biacca) ma in essi si riesce a trasfondere la luce-colore. E’ un luminista, come s’è detto; cioè un fulmineo spadaccino che coglie d’un balzo l’essenza delle cose. Tutto il resto (animus popolaresco, gusto del particolare) egli lo lascia fuori dall’opera, è appena sottinteso. Un artista così, di estrazione popolare ma dotato di senso pittorico, di un respiro che non esiterei a definire “europeo” va visto e giudicato in maniera diversa dai parametri della moda. Il riferimento è sempre alla grande pittura del passato. Non importa che i soggetti siano magari le tipiche carrozzelle napoletane: è la nervatura interna cui bisogna guardare. I valori sono quelli di sempre: la “categoria” del realismo che travalica i tempi.”

ALBERIGO SALA de Il Corriere della Sera- Milano

“…ciò che colpisce è come Antonio Asturi sia riuscito a realizzarsi al di fuori della forte influenza di una scuola caratterizzata e folta come quella napoletana. Non v’è nulla in Lui di esornativo, di contabile; anche l’insidia narrativa è sconfitta dalla castità dei mezzi cromatici, dalla naturale tensione costruttivistica. Asturi costruisce con severo senso plastico. Nella bloccata figura del ciclista si sviluppano tensioni dinamiche che possono rimandare alla sintassi futurista. Restano negli occhi i suoi nudi colmi e suggestivi…quando poi Astruri non definisce, ma accenna e suggerisce, diviene anche più trasparente la modernità del suo occhio e della sua mano…”

FRANCO SOLMI, direttore Galleria d’Arte Moderna di Bologna

“ Autodidatta, potente ed istintivo disegnatore, osservatore acutissimo delle cose e delle immagini popolari, Antonio Asturi poteva pagare un ovvio debito alle convenzioni, fortissime del folclore napoletano e invece ha saputo subito distinguersi non soltanto dagli eredi più o meno fastidiose più o meno illuminati delle varie “scuole di Posillipo”, ma anche dai ripetitori ossequienti di forme a cui la cultura accademica dà legittimità e diritto di citazione…questo è pittore che ha salvaguardato, pagandola con l’indifferenza dei critici, la sua libertà di creare in rapporto con il reale, ma anche secondo modi dell’idealismo estetico….le opere vanno lette una per una più che secondo le norme e i codici divulgati dalle estetiche ultime. Se ne deve assaporare la umorosa classicità, quanto la classica irriverenza dell’artista che si avverte e si vuole libero dagli schemi e sceglie una propria, credo non scontrosa, solitudine. Di questo dobbiamo dargli atto, ché solitudine, in arte, non significa assenza, ma fedeltà e fede del proprio sentirsi “individuo ed artista originale” rispetto ad altri e per gli altri. Scoprire o riscoprire le opere di Antonio Asturi significa quindi ritrovare soprattutto le nostre, spesso obliate, reazioni di poesia.”

MARIO STEFANILE

“L’immediatezza espressiva che in altri pittori può diventare il pericolo e l’azzardo di una facilità di cifra, in Antonio Asturi, invece, è il segno di un’autenticità artistica che interpreta la violenza e la bellezza di un’emozione folgorante. Voglio dire che Antonio Asturi opera senza retorica, calandosi nell’oggetto che vuol rappresentare e traendone alla superficie, la superficie di foglio qualsiasi, una verità pronta, cocente, fresca, forte. Non esistono, per Antonio Asturi, i compromessi, i giochi fatui del mestiere: esiste invece una prontezza persino sconcertante nel cogliere di ogni creatura quell’inesauribile segreto spirituale che ne determina i tratti somatici. Quando la luce batte su zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Antonio Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica: e nel punto stesso di una coincidenza più icastica, là raggiunge la sua verità artistica, là compie cioè un’operazione meravigliosa di scoperta. Il segno di Antonio Asturi si snoda quindi secondo un ritmo che non è mai prestabilito o schematico, ma secondo una legge interna del disegno: per cui ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, una immemorabile e imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia. In questo senso esatto e poetico ogni ritratto di Antonio Asturi è vero ed è metafisico, una traccia dello spirito ferma in una mutevolezza di una faccia. Il segreto dell’incanto di questi ritratti è tutto qui: ma è molto, quasi una lezione.”

MARIO VENDITTI

Caratteristiche della pittura di Antonio Asturi sono la inconfondibilità dello stile, la verità delle realizzazioni, l’essenzialità del segno e del colore, la tradizionalità della ispirazione pur nel modernismo ardito e talvolta temerario del suo linguaggio cromatico. Interni o paesaggi, scene corali o figure isolate, attimi estemporaneamente fissati su cartoni o meditazioni tradotte in elaboratissime tele: egli è sempre uno e sempre diverso. Potrebbe fare a meno di apportare in calce ai suoi lavori la personalissima firma obliqua e sfuggente: lo si riconosce anche anonimo. Antonio Asturi applica ai canoni dell’espressionismo con parsimoniosa infallibilità. Sa che l’artista deve dare importanza determinante all’interno sentire, piuttosto che all’esterno vedere; sa che ogni descrizione più o meno estetizzante delle cose deve essere respinta, perchè indifferente agli interessi umani; sa che la deformazione della realtà usata per dare evidenza al proprio fantasma è l’elemento differenziatore fra il pittore e il fotografo e che quindi la natura deve essere captata fuori dallo stretto contatto con la realtà; ma sa anche che il vero ed unicamente il vero deve essere la estrema meta dell’artista, se anche l’interpretazione del vero con occhi sempre nuovi ne sia l’istintivo dovere. Anche nel ritratto, dove pur esiste una necessità obiettiva da raggiungere, egli applica questi presupposti estetici, dai quali non potrebbe affrancarsi senza rinnegarsi. E’ il risultato è la fusione della personalità dell’artista con quella del soggetto in una magia di reciproca trasfigurazione.Ricordo di aver allineato, in occasione di una esposizione di arte meridionale, alcune di queste osservazioni.Sono lieto di ripeterle in occasione della trionfante mostra di uno dei più degni rappresentanti di quest’arte nostrana.La dignità artistica di Antonio Asturi è confermata dalla guerra fredda che si combatte contro di lui.

PIERO SCARPA

Nelle opere dell’Asturi è facile identificare una lodevole cura per il disegno, una tal quale sensibilità cromatica utile per arrivare presto allo scopo di interessare con una visione di effetto,una grande passione per il colore che però non è sempre usata a proposito e con gusto. alcune delle opere qui esposte presentano pregi non comuni di disegno e di colore e sono degne di acquisto anche da parte di chi è uso pretendere il meglio dell’Arte di fronte a un grande quadro. Bella e spontanea composizione figurativa è questa dell’Asturi. Piena di sentimento e d’una tragicità impressionante che ricorda, senza imitarli, i grandi maestri del Rinascimento. Bravo Asturi, che non si è mostrato in quest’opera un semplice, per quanto spontaneo paesista e ritrattista tagliente, ma particolarmente un maestro di composizione architettonica nella linea d’insieme costruttivo, ma sopratutto un pensatore di forza e un colorista di gusto.

MICHELE TITO

Asturi nacque a Vico Equense, dove risiede. Ha cinquant’anni. Fin dal 1923 aveva parlato di lui « Il Piccolo » di Trieste, ma dal 1926 il suo successo s’è delineato sicuro nell’arte infallibile nella simpatia del pubblico. A quei tempi il giovane Asturi era un verista irriducibile: ed in quegli anni di orge futuriste e di esperienze sempre nuove, la sua pittura era senza dubbio un atto di coraggio. Lo sosteneva in questa sua generosa battaglia, largo di aiuti e di consigli, un pittore straniero, il polacco Ianstick. E’ del 1927 l’incontro con Mancini. Nel mondo degli artisti e degli amatori napoletani il ricordo del primo colloquio tra il giovane Asturi ed il grande pittore, ormai raggiunto dalla gloria, è uno dei più commoventi tra quelli che si conservano con cura gelosa sulla vita del Maestro. C’era una mostra di Mancini alla « Fiamma » in via Bocca di Leone, a Roma. Asturi ne fu tanto colpito che i suoi commenti entusiastici, espressi ad alta voce nella raccolta stessa, indussero il nipote del Maestro ad invitarlo in casa del Mancini. Al seguito dell’invitato un corteo numeroso di pittori, di amatori e di critici si recò da Mancini per ascoltarne le parole e conoscere, di Lui, tanto schivo e così ostinatamente silenzioso, il pensiero e i sentimenti. E il Maestro andò loro incontro, agitando il berretto e gridando forte, con tutta la sua voce: “ Evviva, evviva Asturi”.

L’insegnamento di Mancini è un elemento decisivo nella genesi artistica di Asturi. Conferì al giovane pittore, che ormai aveva raggiunto nel disegno una padronanza, una sicurezza, una spigliatezza di tratto ed una mobilità di percezione che ancora oggi sono i suoi segni caratteristici. Ad Asturi, facile nell’apprendere e nell’assimilare, bastava vedere come dipingesse il Maestro. Lo vide ridere nello specchio mentre creava il famoso « autoritratto col turbante rosso ». Fu, quella di Mancini, una scuola eccezionale: scuola di libertà espressiva, di forza descrittiva, di sincerità di sentimenti e di passione; di passione soprattutto. Con Mancini, Asturi ha esposto al « Circolo Adriatico » di Roma. Cinquantadue sono le personali da lui tenute nelle maggiori città; ha partecipato dal ’27 al ’37 a tutte le sindacali romane, dal ’37 al ’41 a quelle di Trento; nel ’38 a Venezia; un successo particolare ottenne all’« Internazionale del disegno ». Anche nel ’35 partecipò alla mostra del « Bambino nell’arte ». Asturi è un gran lavoratore e, se nella vita privata è un uomo di grande modestia e semplicità, nell’arte egli è un aristocratico. Nel ritratto la sua personalità, attenta ai moti ed agli atteggiamenti più intimi degli uomini, trova un campo dove meglio e più concretamente si esprime. Il nostro direttore ha dato dell’arte di Asturi un giudizio epigrafico: « Nella potenza mirabile del disegno, domina, su ogni altro elemento, il fantasma dell’anima ». Di Asturi sono senza dubbio notevoli la limpida chiarezza del suo modo di trattare il pastello, la lucida riproduzione visiva, la sensibilità che senza reticenze lo avvicina al soggetto. Forse lo danneggia a volte una certa accentuata tendenza a calcare sentimenti ed espressioni. Egli tende a trasferire l’esuberanza spirituale del proprio temperamento sul soggetto che ritrae, conferendogli molte volte una nobiltà superiore al reale. Asturi ritrattista ha molte parole da dire, e solo che dia una più concreta definizione alla sua personalità e si sorvegli meglio in certe esuberanze, avrà il suo grande posto nell’arte italiana.

« Quello che sarà Asturi – scrisse Remigio Strinati lo lascio intendere ai lettori intelligenti: del resto ne hanno già parlato Gemito, Mancini e Bazzaro ».

LUCIO BRENNO

Chi non conosce personalmente Antonio Asturi e lo giudica soltanto dai suoi disegni se lo figura un uomo angoloso complicato saturo di visioni fantastiche, abbozzate sulla carta con milioni di segni quasi che l’impressione dell’artista si sia sprigionata d’un baleno e che le sue mani abbiano a stento assecondato la fantasia creativa Le sue « maternità » ce lo mostrano semplice, privo di retorica, capace di darci una « mamma col bambino » con tre segni soltanto, mentre nella tempera lo troviamo con le dita immerse nei colori pronto a fissare le impressioni con una violenza che sprizza luminosità e vivezza da tutti i pori. Nell’olio poi diventa grande, la sua arte non contaminata da tendenze degeneratrici si mantiene pura come quella dei maestri dell’800. I suoi quadri sono pieni di luce e di verità, in gran parte ispirati all’incantevole terra che lo circonda, la penisola sorrentina ed in particolare la sua diletta Vico Equense arroccata sulle limpide acque del golfo partenopeo. Un uomo complicato, dunque, dal temperamento estroso spesso stravagante. Ebbene no, l’Antonio Asturi che abbiamo conosciuto nella tranquilla villetta immersa tra il verde e l’azzurro di Vico è un buon papà innamorato della sua Auretta, del suo maschio studente liceale, della sua modesta compagna che lo adora e lo circonda di mille cure.

Un uomo semplice Antonio Asturi che detesta la pubblicità e che ama trascorrere le lunghe giornate nel silenzio della sua villetta per godersi l’infinito, il respiro delle onde, il verde della campagna che si tuffa a picco sull’azzurro e impenetrabile cuore delle rocce contro cui s’infrange il mare di Partenope. Era un giorno radioso di luce ed il sole, rosso come brage, stava scomparendo dietro l’isola verde quando Asturi mi svelò i segreti della sua arte. Mi portò nello studio privatissimo dove il maestro nelle grigie giornate d’inverno si chiude per comunicare con l’esterno. Tra quelle mura egli vive con i fantasmi della sua fantasia e sulle candide tele le sue mani creano pirati e vascelli, fantasmi, assolate strade di Anacapri, gustose carrozzelle o una tenebrosa « deposizione di Cristo ». Questo è il mio angolo segreto, disse richiudendo la terza porta che conduceva allo studio. Qui soltanto gli intimi possono accedere. Passammo quindi nella piccola galleria privata nella quale il maestro annovera opere che non hanno nulla da invidiare a Gemito ed ai grandi maestri napoletani dell’800.

“Un vero peccato che non esponiate più a Roma, Milano, Torino e nelle altre grandi città italiane.”

“Non mi muovo di qui – rispose -; ne ho presentate fino ad oggi 75 e la mia produzione di quadri si aggira intorno ai 10 mila. Alcuni critici mi accusano di produrre troppo, dicono che per la quantità a volte trascuro la qualità. Qui da noi in Italia produzione e qualità si concepiscono soltanto su basi inversamente proporzionali. Se Turner fosse vissuto nel nostro paese, lo avrebbero accusato di commercialismo. Il fatto vero è che, quando le mie mani sentono il richiamo della tavolozza, non c’è impegno che riesca a deviare l’ispirazione. E’ forse colpa mia se non c’è giorno che non debba immergermi nei colori? Turner è morto a 72 anni lasciando 17 mila opere, io ne ho 48 e sono al mio decimillesimo quadro e voglio continuare checchè ne dicano gli altri.”

“Si tratta di diecimila opere vendute o di diecimila tele come numero produttivo?”

“Escluso un centinaio di pezzi ai quali sono affezionato e che costituiscono la mia galleria personale il resto è tutto venduto.”

“Quali sono i maggiori suoi collezionisti?”

“Lei ora pretende troppo da me, comunque posso citarle quelli che mi vengono in mente. Nel periodo fascista anche Mussolini acquistò personalmente due quadri; attualmente i miei quadri si trovano nelle collezioni di Churchill, De Gasperi, Croce, Merzagora, Mole, Priolo, E. A. Mario, D’Annunzio Generoso Pope, Lauro, Porzio, Di Guglielmo e tanti altri, che ora non ricordo, dislocati in America, Francia, Germania, Olanda, Svizzera e persino in Russia. Nel prossimo inverno a Londra verrà allestita una mia mostra comprendente 30 carrozzelle napoletane. Nello stesso periodo conto di esporre anche a Napoli i lavori di questi ultimi mesi.”

Era ormai buio quando Gregorio ci accompagnò per i viottoli di Vico e Asturi ci salutò dal terrazzo più alto della villetta. “Arrivederci! Arrivederci presto a Roma!” Appena sulla costiera il respiro affannoso del mare sorrentino, che s’infrangeva contro le rocce, ci accompagnò nella notte carica di stelle cadenti fino ai piedi del Vesuvio, poi Napoli con le sue mille luci ci rapì e all’alba tutto ci sembrò lontano, infinitamente irreale.

DIEGO IODICE

Antonio Asturi può definirsi il poeta del colore e delle linee. Il suo lavoro lo afferma. E se l’arte non è, o meglio non deve essere altro che la estrinsecazione dell’io dell’artista, Asturi sa trasfondere nelle sue opere l’intimo travaglio di uno spirito proteso alla ricerca del motivo preponderante della natura che è nel punto d’incontro delle anime che si affannano a scoprire il vero e il bello. Ecco perchè il pittore eremitadi Vico Equense afferma con francescana semplicità che non ha più niente da imparare dagli uomini, ma solo dalla natura e da Dio. E per effetto di questo intimo tormento, mentre ammirava, veramente sconcertati, i suoi quadri Asturi ha sentito il bisogno di dirci: ”Può accadere che mi si cerca dove non sono più.” Infatti egli è contro ogni forma manieristica, per Asturi l’opera è un prodotto del momento spirituale mutevolissimo come mutevolissima è la natura nell’infinità della sua bellezza, dei suoi colori, delle sue forme. Ma quando dal verde romitaggio degli uliveti sorrentini, che si tuffa a picco nell’azzurro e incomparabile mare della penisola incantatrice, Asturi scende fra le miserie umane, così continua ad essere un poeta e sa cogliere quei motivi che nella nostalgia del passato o nella tragica realtà del presente rappresentano i veri, i fondamentali motivi spirituali della vita; la vita umana intesa in tutta la intierezza dei suoi eterni valori dello spirito. E perciò una carrozzella di Asturi, una fra quelle trenta carrozzelle napoletane che compariranno in una sua mostra che sarà allestita prossimamente a Londra, vi commuove, perchè in quei pochi segni di pastello vive tutto un mondo, un mondo buono che si ricorda con tanta nostalgia, un mondo semplice che va scomparendo per fare largo all’artificioso dinamismo della vita moderna. E quanto verismo veramente sconcertante in pochi tratti di matita di quel guarattellaro che curvo per il peso degli anni si allontana, caricando sulle spalle il suo mobile palcoscenico alla luce dellampione…

E’ poesia, poesia vera che commuove e conforta nel tempo stesso. Le maternità di Asturi hanno la luce timida e misurata della maternità gelosa della gioia di oggi e timorosamente trepidante nella gioia di domani. Gli uomini più eminenti come Croce, Churchíll, De Gasperi, Merzagora, Gedda, Papini, ecc. sono stati ritratti da Asturi e sono collezionisti delle sue opere. A quarantotto anni Asturi oltre che a raggiungere la maturità di artista forse ha raggiunto il record della produttività con le sue diecimila opere vendute e le sue settantacinque mostre personali. Sono queste cifre però che rattristano un poco l’Artista quando gli ricordano che qualche critico lo accusa di trascurare la qualità per la quantità. Ma per un momento Asturi si annebbia, perchè subito ritorna quello che è sempre quello che deve e può essere chi, come lui, sa amare la natura e cogliere da essa l’infinita bellezza delle sue incomparabili e incantevoli ricchezze. Asturi ritorna al suo mondo, al grande suo mondo che lo sa rendere sereno anche contro questo nostro mondo, il mondo in cui viviamo la vita grama di ogni giorno, tante volte al buio, senza la luce di un ideale che ci elevi non fino all’eremo di Vico Equense, ma ci sollevi almeno dalle miserie che avviliscono lo spirito.

LINA FEDELE

Una linea leggera, appena accennante la fronte ed il naso; una qualunque fronte, un qualunque naso che, pur del tipo del modello, con la migliore buona volontà non riesce a riconoscere. Equivale al profilo che schizza il profano quando, per gioco, vuole indicare una fisionomia. Poi la sanguigna si appoggia sul cartoncino ad una certa distanza da quella linea che, l’ho compreso in seguito, serve solo da riferimento. Uno, due piccoli tratti tracciati con mano sicura, sui quali l’anulare destro dell’artista si posa leggero, strofina appena, lascia una macchia. Altre piccole linee, altri strofinii leggeri come carezze, altre macchie. Ed ecco sotto il mio sguardo meravigliato vedo nascere, anzi schiudersi, l’occhio. Non è un disegno, io non vedo linee, vedo un vero occhio, corposo, fatto di pelle tesa sui piccoli muscoli mobilissimi, fatto di solchi profondi che incidono l’occhiaia un po’ inarcata di ombra, propria del soggetto che si lascia ritrarre. Ora soltanto ho visto le mani dell’artista: piccole, rotonde, dalle dita proporzionalmente piccole ma che dall’attacco al palmo Grassoccio, come un pò gonfio, si assottigliano fin troppo sulla punta. Le unghie sono, nella forma e nella lunghezza, piuttosto femminee. La vedo ora questa mano perché, sciolta dall’impaccio iniziale che le faceva cercare il segno e la rendeva simile alle migliaia di mani che guardiano senza vederle, ogni giorno, ora sembra scorrere e vivere di una vita propria; seguire una nascosta armonia. Un piccolo punto di matita bianca nell’angolo esterno mette, sull’incarnato della sanguigna, il lucore della cornea; un altro nell’ angolo interno, più in alto, dà la vita dell’intelligenza alla pupilla. Quest’occhio vivo, solo e sperduto sullo sfondo chiaro del cartoncino, fa impressione. Torna ora alla fronte l’artista, ma la ritocca appena per dedicarsi al naso. Quella linea impersonale va acquistando identità, ma, sul più bello, la sanguigna lo lascia e va a mettere, coadiuvata dallo anulare del pittore, una macchia alla sua base; la segue una linea decisa e poi, di scatto, la sanguigna, impugnata di striscio, lascia un largo, granuloso cordone sul quale leggero, carezzante torna il dito che plasma, fonde. La narice ed il dorso di questo naso sono qui di fronte in tutta la loro riconoscibilissima evidenza. Ne ritocca ancora il profilo, lo rende ormai deciso ed inconfondibile; vi aggiunge una minuscola, sfumata lineetta bianca che da il lustro concavo della punta di quel naso. Di nuovo torna indecisa la mano, sembra cercare un’ispirazione che sfugge nel tracciare le labbra.. Ma, dopo un primo timido segno cui un tocco dell’anulare dà corpo e sostanza, altri ne seguono, decisi, timidi, correggenti i precedenti. E sempre l’anulare li segue, fondendoli insieme, tirandoli su dal cartoncino, donando loro la terza dimensione. Sottili, sfuggenti le labbra superiori, si raccolgono e si manifestano nella plastica carnosità dell’inferiore. Ormai padrone la mano dell’artista traccia il mento, rotondo; appena una linea poi, ripresa di striscio, la sanguigna diventa frenetica. Segni ora leggeri, ora poderosi si slargano, conquistano vittoriosi il cartoncino, rilevano la gola, la mascella. Un minuscolo, quasi invisibile concetto rosso ripassa su questa massa carnicina, le dà luci ed ombre, lascia il netto contorno di un gruppo di vene, pulsanti di vita alla tempia e liscia una fascia muscolare. >La gomma schiarisce, crea concavità in contrasto con la decisa sporgenza a zigomatica. A tutta prima sembra l’artista proceda a settori; invece quando più sembra che una parte di questa viva maschera sia completa e perfetta ecco la sanguigna tornarvi, accendervi una luce o scavare un tratto dei quali si sente subito l’inderogabile abile necessità, come se l’occhio ed il cervello dell’osservatore ne avessero sentito nel profondo la presenza, senza però riuscire a percepirla tattilmente prima che essa fosse stata tracciata.

« Lo sento qui, nelle mani », mi dice il pittore, continuando nella sua fatica che ora è diventata febbrile, di sguardi rapidissimi, di segni leggeri, di carezze profonde. La fronte si illumina anche essa, incornicia l’occhio che ora ha perduto di quell’impressionismo di organo vivo e mutilo per fondersi con tutto l’insieme della fisionomia. Un colpo ondulato, rapido, dato di striscio corona il ritratto dei suoi capelli. Il cencetto rosso vi ritorna su, aggroviglia e spiana; ancora la gomma vi scava laghetti di luce. Una lenta, decisa linea curva delinea appena l’orecchio. Poi, di scatto, l’artista lascia la sua opera; con pochi tratti rapidi, vicini, paralleli lascia immaginare la spalla, segna la firma e la data. Solleva poi il cartoncino, ormai vinto nella sua primitiva chiarezza, ridotto a servire solo da sfondo, nitide e a far serpeggiare piazze dilaganti di luci nell’insieme. Non è una fotografia, non ha nulla della perfetta, meccanica fedeltà di una pellicola: è la presentazione di un carattere fissato in una delle sue molteplici apparenze.

E’, insomma, quello che il nostro amico preferisce essere.

 

ANTONIO ASTURI

Straordinario disegnatore e conoscitore dell’anatomia ha legato la sua fortuna a una serie di celebri ritratti, nonché alle vedute più tipiche della costiera sorrentina. La figura umana, spesso deformata dagli anni e dalla fatica, ha trovato in Asturi un attento e commosso osservatore.

Antonio Mancini: “Ama e lavora sempre con animo puro così ti vorrò bene sempre. Fai con Dio principio e fine.”

G. De Rossi Dell’Arno “Saluto Asturi in cui scorgo il cuore pieno di romana umanità e lo spirito per i divini voli, per cui salirà alle vette della gloria, fratello di quanti artisti del Rinascimento.”

L. Pesaro: “Asturi è un pittore lirico e pieno di movimento. Avrà nome degno di quella scuola napoletana che è e sarà sempre gloria dell’arte italiana.”

Marangoni: “Un pittore l’Asturi incisivo, immediato, profondo; un pittore umano.”

A. Beltrame: “È un forte e profondo disegnatore. Un grande pittore”.

 

Antonio Asturi (Vico Equense, 2 novembre 1904 Vico Equense, 3 gennaio 1986) è stato un pittore italiano. Artista autodidatta, dopo una breve esperienza futurista che definì come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, profondamente influenzato dalla personalità del maestro napoletano Antonio Mancini. Antonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto: Evviva chi l’ha fatto. Elegante ritrattista, raffigurò anche Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un Lusingato! così come il filosofo Benedetto Croce, Salvador Dalì, Filippo Marinetti, James Ensor, Arturo Tosi, Giorgio De Chirico, Luigi Einaudi,Arturo Toscanini, Giovanni Papini. Oltre agli oli, usò molto tempera, china e sanguigna . Tra i temi preferiti oltre ai ritratti, le splendide maternità. Il comune di Vico Equense gli ha intitolato una strada. (it.wikipedia.org)

ANTONIO ASTURI nato a Vico Equense il 2 novembre 1904 e morto a Vico Equense il 3 gennaio 1986. Antonio, figlio di Gregorio ed Anna Albano, rimase presto orfano del padre all’età di dieci anni, primo di quattro figli : un fratello, Francesco, e due sorelle, Stella e Maria. Frequentò le scuole elementari assieme al suo coetaneo Giuseppe De Simone, al secolo don Pinuzzo, che tanta parte ha avuto nella sua vita, tanto d’aver curato due sue monografie. Le serie difficoltà della famiglia non gli consentirono di frequentare scuole superiori, ma coltivò la sua passione per la pittura con ogni mezzo, utilizzando qualsiasi materiale per rappresentare quello che colpiva la sua vista; fu così che il conte Girolamo Giusso, passeggiando per le straduzze di Vico Equense, lo notò ritrarre con molta bravura gli scorci di paesaggio e decise di aiutarlo, fornendogli la sua prima scatola di colori ed aiutandolo frequentemente nelle sue necessità. Morto il padre, le difficoltà aumentarono per tutta la famiglia ed Antonio sentì il peso di primogenito. Il richiamo del sangue paterno lo spinse subito alla ricerca delle sue origini, ricordando quelle poche cose che conosceva di suo padre Gregorio, giovane finanziere che in servizio alla Caserma della Guardia di Finanza di Vico Equense, s’innamorò e sposò Anna Albano con tutte le sue difficoltà di ragazza, priva già in giovane età di una gamba e costretta a curare la famiglia e viaggiare con le grucce. Così Antonio, ancora ragazzo, partì alla volta di Crotone, paese natio di Gregorio, e là ricostruì buona parte delle sue origini, sapendo che sua nonna Anna Asturi aveva avuto tre figli, di cui Gregorio era l’ultimo, dal signore del castello di Crotone, tale Francesco Morelli. Antonio ritornò spesso a Crotone , poiché amava tutto ciò che gli apparteneva, comprese queste lontane origini. Giovanissimo, con tutte le difficoltà della vita, decise di seguire le orme paterne, arruolandosi nella Regia Guardia di Finanza, i cui primi addestramenti ricevette a Maddaloni; seguì poi la prima carriera militare a Trieste, dove giunse con tanta voglia di fare, ma soprattutto di farsi conoscere per quello ch’era, un artista. Incominciò ad affrescare di murales le mura di Trieste, lasciando tutti meravigliati della sua bravura, tanto da essere considerato ed apprezzato nei migliori salotti di Trieste, dove ritraeva personalità civili e militari, lasciando opere anche al Museo di Trento. Fu a Trieste negli anni ’20 che il dr. Ernesto Guerrieri, alto funzionario della capitale e Commissario al Consorzio dei Comuni Trentini, conobbe Antonio Asturi, ricordando questo giovane che veniva da Vico Equense, dove Lui soggiornava ogni anno in una casetta alla frazione di Montechiaro. Il dr. Guerrieri lo convocò subito al Ministero dei Beni Demaniali, e lo convinse a congedarsi subito dalla Regia Guardia di Finanza, perché si sarebbe preso Lui cura del giovane. Antonio lasciò l’arma con molta tristezza, ma quell’occasione era unica, poiché Antonio viveva in casa Guerrieri come uno di famiglia, dividendo con i suoi figli il letto ed i sostegni giornalieri. In casa Guerrieri lavorava producendo benissimo, mentre il Dr. Guerrieri organizzava per Lui mostre a Roma ed in altre Città, introducendolo in tutti gli ambienti artistici. Il dr. Guerrieri assunse le dimensioni di un vero e proprio mecenate. Nel 1932 Antonio Asturi, sebbene conducesse una vita impegnata su molti fronti, prese moglie, unendosi con Serafina, ragazza di Vico Equense, da cui ebbe successivamente tre figli: Gregorio, Anna e Laura. Il sodalizio con il Dr. Ernesto Guerrieri durò circa venticinque anni, ma finì solo quando Antonio si accorse che le sue opere erano quotatissime ed a Lui pervenivano le briciole, continuando ancora a fare la fame, così come annotava in calce ad una sua lettera al Dr. Guerrieri: “sacche vacante eternamente!” Così Antonio Asturi alla fine degli anni ‘40 tornò definitivamente a Napoli nella sua Vico Equense e incominciò il suo ciclo di mostre alle Terme Stabiane, registrando annualmente grossi successi; continuarono regolarmente le mostre a Roma e Napoli e sporadicamente in altre città. Negli anni ’50 vennero organizzate per lui mostre a Londra, a Washington, a Caracas. Nel 1956 venne pubblicata da Treves una prima monografia. Nel 1958 andò per la prima volta a Parigi, dove produsse moltissimo, vi ritornò nel 1970. Nel 1971 andò a Barcellona dove assistette emozionato alle corride, completando un ciclo intensissimo di opere in Spagna. Nel 1972 celebrò le sue nozze d’oro con la tavolozza; si organizzarono così numerose mostre in suo onore e venne aperto un centro d’arte intitolato alla sua figura. Con gli anni ’70 si può dire conclusa la fase impegnata dell’artista; nel 1974, quasi a compendio venne pubblicata la seconda monografia “Asturi mezzo secolo di pittura”. Negli anni ’80 l’artista visse completamente ritirato fra gli ulivi di Pietrapiana, nel novembre del 1985 s’ammalò per la prima volta seriamente. La sofferenza che durò due mesi, lo ridusse alla morte il 3 gennaio del 1986-

OPERE

Pittore autodidatta, s’è dedicato all’arte fin dalla prima infanzia, fu impegnato in numerosissime mostre , esponendo soprattutto a Roma, Milano, Trento, Napoli. Schivo e riservato è stato lontano da ogni schema e/o movimento che potesse classificarlo, fece la sua esperienza futurista, che dichiarò come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti da Antonio Mancini. Antonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto con una esplosione : “Evviva chi l’ha fatto!”, così come Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un “Lusingato!” Posò per lui Benedetto Croce: dell’incontro con B. Croce Antonio Asturi riporta nel suo diario un aneddoto appassionante e necessario a comprendere l’Arte di Asturi :

…“Dovevo dipingere il pensiero, concentrare tutta la gravità di una vita dedicata alla meditazione e farla risaltare sui lineamenti severi del filosofo. A ciò credevo di essere preparato, avevo in precedenza già ritratto diversi uomini di cultura e tra altri il caro amico Papini, ma far risaltare la profondità del pensiero sul profilo di Benedetto Croce, ossia dare al pensiero quel volto particolare, era cosa assai più ardua. Poi, cosa mi avesse convinto che l’intelligenza e la profondità del pensiero dovessero in un modo o nell’altro trasparire dalle linee di un volto, non ve lo so dire. Certo fissando il profilo che mi stava davanti, dai tratti non ricavavo niente di particolare: il profilo di un vecchio; anzi a dire il vero, più lo fissavo e più mi sembrava di cogliere in esso l’aria di un assente, e non il fermento segreto del genio. Tracciai alcune linee senza convinzione. E’ terribile, fa paura, sgomenta trovarsi davanti ad un’intelligenza suprema e scambiarla per demenza. Non potevano esserci equivoci: assente ero io, io che non riuscivo a vedere, a leggere in quei tratti quello che chiunque altro avrebbe facilmente letto e visto. Solo più tardi mi resi conto che la genialità e la demenza si somigliano, hanno lo stesso modo d’esprimersi. Allora queste cose le ignoravo e la confusione mi costernava. Avevo per giorni desiderato con tanta intensità di trovarmi davanti a quel volto, quando finalmente era soltanto a pochi centimetri dai miei occhi, la maschera vuota del pensatore mi fissava, si ostinava a resistermi, mi umiliava con tutti i morsi della mia incapacità a penetrarla. Poi, in un attimo di luce nello studio, attraverso i tratti indecifrabili di quella astratta fisionomia, i miei occhi si posarono sulla vena della tempia.Sembrava che quell’impercettibile pulsazione fosse animata da una forza misteriosa, era lì che la maschera era vulnerabile; era semplice, così incredibilmente semplice, che appariva strano come prima avesse potuto sfuggirmi. Vedevo ormai con lucido stupore la meravigliosa armonia di quel fiotto che per le vie interne distribuiva calore, forza, profondità ad ogni muscolo, ad ogni ruga, alla sottile trasparenza della pelle. Avevo vinto.”

Lo scrittore e giornalista Mario Stefanile dopo aver posato per un suo ritratto volle testimoniare con la sua critica:“…quando la luce batte sugli zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica….ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, un immemorabile ed imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia-…ogni ritratto di Asturi è vero e metafisico, una traccia dello spirtito ferma nella mutevolezza di una faccia.”

CRITICA:

PAOLO RIZZI de Il Gazzettino di Venezia in uno scritto postumo

Curiosamente Asturi, pur nascendo dal versante popolaresco, soggetto quindi alle suggestioni del descrittivismo, si presenta subito, di prim’acchito, con il carattere primario di una sintesi plastica:di quello ch’è definito il suo “costruttivismo”. Asturi sfronda la sua pittura da ogni orpello, da ogni pittoricismo, dal gusto di una malintesa “bella pittura”. In realtà egli è uno sciabolatore di gran forza. Lo s’è accostato a Mancini: e il rapporto, per taluni versi, c’è inequivocabile. La pittura è data da fendenti, a colpi secchi su cui si crea l’involucro formale. Ma il Mancini cui si riferisce Asturi non è Mancini tardo, cioè materico e rugoso, bensì quello innervato e scattante del periodo precedente. Il Mancini che si richiama al seicentismo di Ribera, del Fracanzano, anche di Mattia Preti, cioè alla matrice realistico – popolare che travalica ogni barocchismo. Una forza strutturale preme dal di sotto. Siamo quindi lontani, per Asturi, dall’Ottocento tipico napoletano, del genere scuola di Posillipo. Semmai, il riferimento potrebbe andare a qualche brano succoso di un Cammarano, dello stesso Migliaro, soprattutto nella dimensione dei disegni e dei bozzetti, lontani dal descrittivismo come della retorica del folclore popolare. Asturi partisce la forma con forte sintetismo, la vuole dominare, ne vuol prendere possesso scartando ogni altra seduzione. Non è un formalista; egli tira diritto all’essenza delle cose. Naturale, logico, che sia la figura umana il soggetto predominante della sua pittura. Semmai, se si dovesse cioè indicare per forza una derivazione storica, ci si dovrebbe riferire a quel momento del realismo che nasce intorno al 1870 in Italia e che continua poi, categorialmente, fin dentro il Novecento, come una dimensione nuova di presa di possesso della “cosa in sè”, pur nutrita da radici popolari. Così a Milano si parla di naturalismo lombardo per un Gola e un Mosè Bianchi; a Venezia si va dai forti umori popolareschi di Milesi all’acre realismo di Marco Novati. E’ un filone che travalica le avanguardie, che supera persino ogni accezione stilistica. Il punto di riferiumento, come intendeva Courbet, è e resta l’uomo, un uomo che respinge i condizionameti culturali per esprimere tutta la sua istintività attraverso i sentimenti primari (il dolore, l’amore,la rabbia, la delusione, ecc.). Non a caso nelle figure di Asturi sono solitamente assenti le indicazioni temporali, i riferimenti alle fogge d’abito, le ambientazioni contingenti, tutta quella scenografia del popolaresco ch’è largamente presente nella tradizione della pittura napoletana. La figura è nuda o sobriamante vestita. Questo tentativo di Asturi di uscire dall’imminenza del tempo è indice di un realismo “categoriale”. Nella resa fulminea dell’oggetto, Asturi si riferisce però , più che agli esempi dell’Ottocento, ad una temperie tardo-cinquecentesca e secentesca. Nudi e ritratti potrebbero essere riportati a certa pittura di fine Cinquecento, magari di ambito veneziano. Come non sentire la tensione tintorettesca del segno, la sua vibrazione fulminea, la sua energia possessiva? Luca Giordano è l’antecedente immediato; ma in linea generale potrebbero esserlo anche i disegni di Rembrandt, nonché quelli di Rubens. Proprio a Rubens sono affini talune opere, dotate di un dinamismo teso e serrato. Ma in realtà ci si rende conto che Asturi è e resta un istintivo: la sua cultura figurativa è tutta prensile, cioè si forma per affinità, per sensazioni, per innamoramenti improvvisi. Si capisce che non ci troviamo di fronte ad un pittore nè letterato nè, in senso generale, colto. La sua cultura, se così si può dire, è tutta di polso. Autenticità biologica; capacità di rubare ciò che la natura offre nella sua immediatezza. Basta osservare le sue opere. La “vecchia che legge” riflette stupendamente l’attenzione persino febbrile, l’ansia, il tremito dei sensi e dell’intelletto: tutto vibra, tutto si agita. Nell’”autoritratto”, invece, si riflette un’energia compressa, resa soprattutto attraverso il forte luminismo che diventa dato formale ma anche dato psicologico. Nel “nudo di schiena” il momento è di estatica contemplazione: i muscoli della modella si distendono, le curve si fanno sinuose, un fremito corre appena sulla pelle liscia. C’è voluttà, ma anche senso sovrano di calma, di equilibrio psicofisico. Si tratta di pezzi eseguiti con perfezione anatomica che incanta. In “ follia ad Aversa” compare l’aspetto espressionismo, drammatico: la drammaticità non è esterna, bensì, ancora una volta, si riflette all’interno della forma, attraverso la tensione della dinamica del segno. Così nella “Donna che prega, qui il dinamismo si fa persino esasperato e la vibrazione ossessiva. Asturi non appare mai legato ad uno schema fisso; si lascia cogliere dall’oggetto, ed in esso riflette il suo stato d’animo. L’artista rinuncia quasi sempre alla ricchezza del colore; preferisce pochi toni ( sulle terre, i marroni, le ocre con lumeggiatura a biacca) ma in essi si riesce a trasfondere la luce-colore. E’ un luminista, come s’è detto; cioè un fulmineo spadaccino che coglie d’un balzo l’essenza delle cose. Tutto il resto (animus popolaresco, gusto del particolare) egli lo lascia fuori dall’opera, è appena sottinteso. Un artista così, di estrazione popolare ma dotato di senso pittorico, di un respiro che non esiterei a definire “europeo” va visto e giudicato in maniera diversa dai parametri della moda. Il riferimento è sempre alla grande pittura del passato. Non importa che i soggetti siano magari le tipiche carrozzelle napoletane: è la nervatura interna cui bisogna guardare. I valori sono quelli di sempre: la “categoria” del realismo che travalica i tempi.”

ALBERIGO SALA de Il Corriere della Sera- Milano

“…ciò che colpisce è come Antonio Asturi sia riuscito a realizzarsi al di fuori della forte influenza di una scuola caratterizzata e folta come quella napoletana. Non v’è nulla in Lui di esornativo, di contabile; anche l’insidia narrativa è sconfitta dalla castità dei mezzi cromatici, dalla naturale tensione costruttivistica. Asturi costruisce con severo senso plastico. Nella bloccata figura del ciclista si sviluppano tensioni dinamiche che possono rimandare alla sintassi futurista. Restano negli occhi i suoi nudi colmi e suggestivi…quando poi Astruri non definisce, ma accenna e suggerisce, diviene anche più trasparente la modernità del suo occhio e della sua mano…”

FRANCO SOLMI, direttore Galleria d’Arte Moderna di Bologna

“ Autodidatta, potente ed istintivo disegnatore, osservatore acutissimo delle cose e delle immagini popolari, Antonio Asturi poteva pagare un ovvio debito alle convenzioni, fortissime del folclore napoletano e invece ha saputo subito distinguersi non soltanto dagli eredi più o meno fastidiose più o meno illuminati delle varie “scuole di Posillipo”, ma anche dai ripetitori ossequienti di forme a cui la cultura accademica dà legittimità e diritto di citazione…questo è pittore che ha salvaguardato, pagandola con l’indifferenza dei critici, la sua libertà di creare in rapporto con il reale, ma anche secondo modi dell’idealismo estetico….le opere vanno lette una per una più che secondo le norme e i codici divulgati dalle estetiche ultime. Se ne deve assaporare la umorosa classicità, quanto la classica irriverenza dell’artista che si avverte e si vuole libero dagli schemi e sceglie una propria, credo non scontrosa, solitudine. Di questo dobbiamo dargli atto, ché solitudine, in arte, non significa assenza, ma fedeltà e fede del proprio sentirsi “individuo ed artista originale” rispetto ad altri e per gli altri. Scoprire o riscoprire le opere di Antonio Asturi significa quindi ritrovare soprattutto le nostre, spesso obliate, reazioni di poesia.”

MARIO STEFANILE

“L’immediatezza espressiva che in altri pittori può diventare il pericolo e l’azzardo di una facilità di cifra, in Antonio Asturi, invece, è il segno di un’autenticità artistica che interpreta la violenza e la bellezza di un’emozione folgorante. Voglio dire che Antonio Asturi opera senza retorica, calandosi nell’oggetto che vuol rappresentare e traendone alla superficie, la superficie di foglio qualsiasi, una verità pronta, cocente, fresca, forte. Non esistono, per Antonio Asturi, i compromessi, i giochi fatui del mestiere: esiste invece una prontezza persino sconcertante nel cogliere di ogni creatura quell’inesauribile segreto spirituale che ne determina i tratti somatici. Quando la luce batte su zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Antonio Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica: e nel punto stesso di una coincidenza più icastica, là raggiunge la sua verità artistica, là compie cioè un’operazione meravigliosa di scoperta. Il segno di Antonio Asturi si snoda quindi secondo un ritmo che non è mai prestabilito o schematico, ma secondo una legge interna del disegno: per cui ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, una immemorabile e imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia. In questo senso esatto e poetico ogni ritratto di Antonio Asturi è vero ed è metafisico, una traccia dello spirito ferma in una mutevolezza di una faccia. Il segreto dell’incanto di questi ritratti è tutto qui: ma è molto, quasi una lezione.”

MARIO VENDITTI

Caratteristiche della pittura di Antonio Asturi sono la inconfondibilità dello stile, la verità delle realizzazioni, l’essenzialità del segno e del colore, la tradizionalità della ispirazione pur nel modernismo ardito e talvolta temerario del suo linguaggio cromatico. Interni o paesaggi, scene corali o figure isolate, attimi estemporaneamente fissati su cartoni o meditazioni tradotte in elaboratissime tele: egli è sempre uno e sempre diverso. Potrebbe fare a meno di apportare in calce ai suoi lavori la personalissima firma obliqua e sfuggente: lo si riconosce anche anonimo. Antonio Asturi applica ai canoni dell’espressionismo con parsimoniosa infallibilità. Sa che l’artista deve dare importanza determinante all’interno sentire, piuttosto che all’esterno vedere; sa che ogni descrizione più o meno estetizzante delle cose deve essere respinta, perchè indifferente agli interessi umani; sa che la deformazione della realtà usata per dare evidenza al proprio fantasma è l’elemento differenziatore fra il pittore e il fotografo e che quindi la natura deve essere captata fuori dallo stretto contatto con la realtà; ma sa anche che il vero ed unicamente il vero deve essere la estrema meta dell’artista, se anche l’interpretazione del vero con occhi sempre nuovi ne sia l’istintivo dovere. Anche nel ritratto, dove pur esiste una necessità obiettiva da raggiungere, egli applica questi presupposti estetici, dai quali non potrebbe affrancarsi senza rinnegarsi. E’ il risultato è la fusione della personalità dell’artista con quella del soggetto in una magia di reciproca trasfigurazione.Ricordo di aver allineato, in occasione di una esposizione di arte meridionale, alcune di queste osservazioni.Sono lieto di ripeterle in occasione della trionfante mostra di uno dei più degni rappresentanti di quest’arte nostrana.La dignità artistica di Antonio Asturi è confermata dalla guerra fredda che si combatte contro di lui.

PIERO SCARPA

Nelle opere dell’Asturi è facile identificare una lodevole cura per il disegno, una tal quale sensibilità cromatica utile per arrivare presto allo scopo di interessare con una visione di effetto,una grande passione per il colore che però non è sempre usata a proposito e con gusto. alcune delle opere qui esposte presentano pregi non comuni di disegno e di colore e sono degne di acquisto anche da parte di chi è uso pretendere il meglio dell’Arte di fronte a un grande quadro. Bella e spontanea composizione figurativa è questa dell’Asturi. Piena di sentimento e d’una tragicità impressionante che ricorda, senza imitarli, i grandi maestri del Rinascimento. Bravo Asturi, che non si è mostrato in quest’opera un semplice, per quanto spontaneo paesista e ritrattista tagliente, ma particolarmente un maestro di composizione architettonica nella linea d’insieme costruttivo, ma sopratutto un pensatore di forza e un colorista di gusto.

MICHELE TITO

Asturi nacque a Vico Equense, dove risiede. Ha cinquant’anni. Fin dal 1923 aveva parlato di lui « Il Piccolo » di Trieste, ma dal 1926 il suo successo s’è delineato sicuro nell’arte infallibile nella simpatia del pubblico. A quei tempi il giovane Asturi era un verista irriducibile: ed in quegli anni di orge futuriste e di esperienze sempre nuove, la sua pittura era senza dubbio un atto di coraggio. Lo sosteneva in questa sua generosa battaglia, largo di aiuti e di consigli, un pittore straniero, il polacco Ianstick. E’ del 1927 l’incontro con Mancini. Nel mondo degli artisti e degli amatori napoletani il ricordo del primo colloquio tra il giovane Asturi ed il grande pittore, ormai raggiunto dalla gloria, è uno dei più commoventi tra quelli che si conservano con cura gelosa sulla vita del Maestro. C’era una mostra di Mancini alla « Fiamma » in via Bocca di Leone, a Roma. Asturi ne fu tanto colpito che i suoi commenti entusiastici, espressi ad alta voce nella raccolta stessa, indussero il nipote del Maestro ad invitarlo in casa del Mancini. Al seguito dell’invitato un corteo numeroso di pittori, di amatori e di critici si recò da Mancini per ascoltarne le parole e conoscere, di Lui, tanto schivo e così ostinatamente silenzioso, il pensiero e i sentimenti. E il Maestro andò loro incontro, agitando il berretto e gridando forte, con tutta la sua voce: “ Evviva, evviva Asturi”.

L’insegnamento di Mancini è un elemento decisivo nella genesi artistica di Asturi. Conferì al giovane pittore, che ormai aveva raggiunto nel disegno una padronanza, una sicurezza, una spigliatezza di tratto ed una mobilità di percezione che ancora oggi sono i suoi segni caratteristici. Ad Asturi, facile nell’apprendere e nell’assimilare, bastava vedere come dipingesse il Maestro. Lo vide ridere nello specchio mentre creava il famoso « autoritratto col turbante rosso ». Fu, quella di Mancini, una scuola eccezionale: scuola di libertà espressiva, di forza descrittiva, di sincerità di sentimenti e di passione; di passione soprattutto. Con Mancini, Asturi ha esposto al « Circolo Adriatico » di Roma. Cinquantadue sono le personali da lui tenute nelle maggiori città; ha partecipato dal ’27 al ’37 a tutte le sindacali romane, dal ’37 al ’41 a quelle di Trento; nel ’38 a Venezia; un successo particolare ottenne all’« Internazionale del disegno ». Anche nel ’35 partecipò alla mostra del « Bambino nell’arte ». Asturi è un gran lavoratore e, se nella vita privata è un uomo di grande modestia e semplicità, nell’arte egli è un aristocratico. Nel ritratto la sua personalità, attenta ai moti ed agli atteggiamenti più intimi degli uomini, trova un campo dove meglio e più concretamente si esprime. Il nostro direttore ha dato dell’arte di Asturi un giudizio epigrafico: « Nella potenza mirabile del disegno, domina, su ogni altro elemento, il fantasma dell’anima ». Di Asturi sono senza dubbio notevoli la limpida chiarezza del suo modo di trattare il pastello, la lucida riproduzione visiva, la sensibilità che senza reticenze lo avvicina al soggetto. Forse lo danneggia a volte una certa accentuata tendenza a calcare sentimenti ed espressioni. Egli tende a trasferire l’esuberanza spirituale del proprio temperamento sul soggetto che ritrae, conferendogli molte volte una nobiltà superiore al reale. Asturi ritrattista ha molte parole da dire, e solo che dia una più concreta definizione alla sua personalità e si sorvegli meglio in certe esuberanze, avrà il suo grande posto nell’arte italiana.

« Quello che sarà Asturi – scrisse Remigio Strinati lo lascio intendere ai lettori intelligenti: del resto ne hanno già parlato Gemito, Mancini e Bazzaro ».

LUCIO BRENNO

Chi non conosce personalmente Antonio Asturi e lo giudica soltanto dai suoi disegni se lo figura un uomo angoloso complicato saturo di visioni fantastiche, abbozzate sulla carta con milioni di segni quasi che l’impressione dell’artista si sia sprigionata d’un baleno e che le sue mani abbiano a stento assecondato la fantasia creativa Le sue « maternità » ce lo mostrano semplice, privo di retorica, capace di darci una « mamma col bambino » con tre segni soltanto, mentre nella tempera lo troviamo con le dita immerse nei colori pronto a fissare le impressioni con una violenza che sprizza luminosità e vivezza da tutti i pori. Nell’olio poi diventa grande, la sua arte non contaminata da tendenze degeneratrici si mantiene pura come quella dei maestri dell’800. I suoi quadri sono pieni di luce e di verità, in gran parte ispirati all’incantevole terra che lo circonda, la penisola sorrentina ed in particolare la sua diletta Vico Equense arroccata sulle limpide acque del golfo partenopeo. Un uomo complicato, dunque, dal temperamento estroso spesso stravagante. Ebbene no, l’Antonio Asturi che abbiamo conosciuto nella tranquilla villetta immersa tra il verde e l’azzurro di Vico è un buon papà innamorato della sua Auretta, del suo maschio studente liceale, della sua modesta compagna che lo adora e lo circonda di mille cure.

Un uomo semplice Antonio Asturi che detesta la pubblicità e che ama trascorrere le lunghe giornate nel silenzio della sua villetta per godersi l’infinito, il respiro delle onde, il verde della campagna che si tuffa a picco sull’azzurro e impenetrabile cuore delle rocce contro cui s’infrange il mare di Partenope. Era un giorno radioso di luce ed il sole, rosso come brage, stava scomparendo dietro l’isola verde quando Asturi mi svelò i segreti della sua arte. Mi portò nello studio privatissimo dove il maestro nelle grigie giornate d’inverno si chiude per comunicare con l’esterno. Tra quelle mura egli vive con i fantasmi della sua fantasia e sulle candide tele le sue mani creano pirati e vascelli, fantasmi, assolate strade di Anacapri, gustose carrozzelle o una tenebrosa « deposizione di Cristo ». Questo è il mio angolo segreto, disse richiudendo la terza porta che conduceva allo studio. Qui soltanto gli intimi possono accedere. Passammo quindi nella piccola galleria privata nella quale il maestro annovera opere che non hanno nulla da invidiare a Gemito ed ai grandi maestri napoletani dell’800.

“Un vero peccato che non esponiate più a Roma, Milano, Torino e nelle altre grandi città italiane.”

“Non mi muovo di qui – rispose -; ne ho presentate fino ad oggi 75 e la mia produzione di quadri si aggira intorno ai 10 mila. Alcuni critici mi accusano di produrre troppo, dicono che per la quantità a volte trascuro la qualità. Qui da noi in Italia produzione e qualità si concepiscono soltanto su basi inversamente proporzionali. Se Turner fosse vissuto nel nostro paese, lo avrebbero accusato di commercialismo. Il fatto vero è che, quando le mie mani sentono il richiamo della tavolozza, non c’è impegno che riesca a deviare l’ispirazione. E’ forse colpa mia se non c’è giorno che non debba immergermi nei colori? Turner è morto a 72 anni lasciando 17 mila opere, io ne ho 48 e sono al mio decimillesimo quadro e voglio continuare checchè ne dicano gli altri.”

“Si tratta di diecimila opere vendute o di diecimila tele come numero produttivo?”

“Escluso un centinaio di pezzi ai quali sono affezionato e che costituiscono la mia galleria personale il resto è tutto venduto.”

“Quali sono i maggiori suoi collezionisti?”

“Lei ora pretende troppo da me, comunque posso citarle quelli che mi vengono in mente. Nel periodo fascista anche Mussolini acquistò personalmente due quadri; attualmente i miei quadri si trovano nelle collezioni di Churchill, De Gasperi, Croce, Merzagora, Mole, Priolo, E. A. Mario, D’Annunzio Generoso Pope, Lauro, Porzio, Di Guglielmo e tanti altri, che ora non ricordo, dislocati in America, Francia, Germania, Olanda, Svizzera e persino in Russia. Nel prossimo inverno a Londra verrà allestita una mia mostra comprendente 30 carrozzelle napoletane. Nello stesso periodo conto di esporre anche a Napoli i lavori di questi ultimi mesi.”

Era ormai buio quando Gregorio ci accompagnò per i viottoli di Vico e Asturi ci salutò dal terrazzo più alto della villetta. “Arrivederci! Arrivederci presto a Roma!” Appena sulla costiera il respiro affannoso del mare sorrentino, che s’infrangeva contro le rocce, ci accompagnò nella notte carica di stelle cadenti fino ai piedi del Vesuvio, poi Napoli con le sue mille luci ci rapì e all’alba tutto ci sembrò lontano, infinitamente irreale.

DIEGO IODICE

Antonio Asturi può definirsi il poeta del colore e delle linee. Il suo lavoro lo afferma. E se l’arte non è, o meglio non deve essere altro che la estrinsecazione dell’io dell’artista, Asturi sa trasfondere nelle sue opere l’intimo travaglio di uno spirito proteso alla ricerca del motivo preponderante della natura che è nel punto d’incontro delle anime che si affannano a scoprire il vero e il bello. Ecco perchè il pittore eremitadi Vico Equense afferma con francescana semplicità che non ha più niente da imparare dagli uomini, ma solo dalla natura e da Dio. E per effetto di questo intimo tormento, mentre ammirava, veramente sconcertati, i suoi quadri Asturi ha sentito il bisogno di dirci: ”Può accadere che mi si cerca dove non sono più.” Infatti egli è contro ogni forma manieristica, per Asturi l’opera è un prodotto del momento spirituale mutevolissimo come mutevolissima è la natura nell’infinità della sua bellezza, dei suoi colori, delle sue forme. Ma quando dal verde romitaggio degli uliveti sorrentini, che si tuffa a picco nell’azzurro e incomparabile mare della penisola incantatrice, Asturi scende fra le miserie umane, così continua ad essere un poeta e sa cogliere quei motivi che nella nostalgia del passato o nella tragica realtà del presente rappresentano i veri, i fondamentali motivi spirituali della vita; la vita umana intesa in tutta la intierezza dei suoi eterni valori dello spirito. E perciò una carrozzella di Asturi, una fra quelle trenta carrozzelle napoletane che compariranno in una sua mostra che sarà allestita prossimamente a Londra, vi commuove, perchè in quei pochi segni di pastello vive tutto un mondo, un mondo buono che si ricorda con tanta nostalgia, un mondo semplice che va scomparendo per fare largo all’artificioso dinamismo della vita moderna. E quanto verismo veramente sconcertante in pochi tratti di matita di quel guarattellaro che curvo per il peso degli anni si allontana, caricando sulle spalle il suo mobile palcoscenico alla luce dellampione…

E’ poesia, poesia vera che commuove e conforta nel tempo stesso. Le maternità di Asturi hanno la luce timida e misurata della maternità gelosa della gioia di oggi e timorosamente trepidante nella gioia di domani. Gli uomini più eminenti come Croce, Churchíll, De Gasperi, Merzagora, Gedda, Papini, ecc. sono stati ritratti da Asturi e sono collezionisti delle sue opere. A quarantotto anni Asturi oltre che a raggiungere la maturità di artista forse ha raggiunto il record della produttività con le sue diecimila opere vendute e le sue settantacinque mostre personali. Sono queste cifre però che rattristano un poco l’Artista quando gli ricordano che qualche critico lo accusa di trascurare la qualità per la quantità. Ma per un momento Asturi si annebbia, perchè subito ritorna quello che è sempre quello che deve e può essere chi, come lui, sa amare la natura e cogliere da essa l’infinita bellezza delle sue incomparabili e incantevoli ricchezze. Asturi ritorna al suo mondo, al grande suo mondo che lo sa rendere sereno anche contro questo nostro mondo, il mondo in cui viviamo la vita grama di ogni giorno, tante volte al buio, senza la luce di un ideale che ci elevi non fino all’eremo di Vico Equense, ma ci sollevi almeno dalle miserie che avviliscono lo spirito.

LINA FEDELE

Una linea leggera, appena accennante la fronte ed il naso; una qualunque fronte, un qualunque naso che, pur del tipo del modello, con la migliore buona volontà non riesce a riconoscere. Equivale al profilo che schizza il profano quando, per gioco, vuole indicare una fisionomia. Poi la sanguigna si appoggia sul cartoncino ad una certa distanza da quella linea che, l’ho compreso in seguito, serve solo da riferimento. Uno, due piccoli tratti tracciati con mano sicura, sui quali l’anulare destro dell’artista si posa leggero, strofina appena, lascia una macchia. Altre piccole linee, altri strofinii leggeri come carezze, altre macchie. Ed ecco sotto il mio sguardo meravigliato vedo nascere, anzi schiudersi, l’occhio. Non è un disegno, io non vedo linee, vedo un vero occhio, corposo, fatto di pelle tesa sui piccoli muscoli mobilissimi, fatto di solchi profondi che incidono l’occhiaia un po’ inarcata di ombra, propria del soggetto che si lascia ritrarre. Ora soltanto ho visto le mani dell’artista: piccole, rotonde, dalle dita proporzionalmente piccole ma che dall’attacco al palmo Grassoccio, come un pò gonfio, si assottigliano fin troppo sulla punta. Le unghie sono, nella forma e nella lunghezza, piuttosto femminee. La vedo ora questa mano perché, sciolta dall’impaccio iniziale che le faceva cercare il segno e la rendeva simile alle migliaia di mani che guardiano senza vederle, ogni giorno, ora sembra scorrere e vivere di una vita propria; seguire una nascosta armonia. Un piccolo punto di matita bianca nell’angolo esterno mette, sull’incarnato della sanguigna, il lucore della cornea; un altro nell’ angolo interno, più in alto, dà la vita dell’intelligenza alla pupilla. Quest’occhio vivo, solo e sperduto sullo sfondo chiaro del cartoncino, fa impressione. Torna ora alla fronte l’artista, ma la ritocca appena per dedicarsi al naso. Quella linea impersonale va acquistando identità, ma, sul più bello, la sanguigna lo lascia e va a mettere, coadiuvata dallo anulare del pittore, una macchia alla sua base; la segue una linea decisa e poi, di scatto, la sanguigna, impugnata di striscio, lascia un largo, granuloso cordone sul quale leggero, carezzante torna il dito che plasma, fonde. La narice ed il dorso di questo naso sono qui di fronte in tutta la loro riconoscibilissima evidenza. Ne ritocca ancora il profilo, lo rende ormai deciso ed inconfondibile; vi aggiunge una minuscola, sfumata lineetta bianca che da il lustro concavo della punta di quel naso. Di nuovo torna indecisa la mano, sembra cercare un’ispirazione che sfugge nel tracciare le labbra.. Ma, dopo un primo timido segno cui un tocco dell’anulare dà corpo e sostanza, altri ne seguono, decisi, timidi, correggenti i precedenti. E sempre l’anulare li segue, fondendoli insieme, tirandoli su dal cartoncino, donando loro la terza dimensione. Sottili, sfuggenti le labbra superiori, si raccolgono e si manifestano nella plastica carnosità dell’inferiore. Ormai padrone la mano dell’artista traccia il mento, rotondo; appena una linea poi, ripresa di striscio, la sanguigna diventa frenetica. Segni ora leggeri, ora poderosi si slargano, conquistano vittoriosi il cartoncino, rilevano la gola, la mascella. Un minuscolo, quasi invisibile concetto rosso ripassa su questa massa carnicina, le dà luci ed ombre, lascia il netto contorno di un gruppo di vene, pulsanti di vita alla tempia e liscia una fascia muscolare. >La gomma schiarisce, crea concavità in contrasto con la decisa sporgenza a zigomatica. A tutta prima sembra l’artista proceda a settori; invece quando più sembra che una parte di questa viva maschera sia completa e perfetta ecco la sanguigna tornarvi, accendervi una luce o scavare un tratto dei quali si sente subito l’inderogabile abile necessità, come se l’occhio ed il cervello dell’osservatore ne avessero sentito nel profondo la presenza, senza però riuscire a percepirla tattilmente prima che essa fosse stata tracciata.

« Lo sento qui, nelle mani », mi dice il pittore, continuando nella sua fatica che ora è diventata febbrile, di sguardi rapidissimi, di segni leggeri, di carezze profonde. La fronte si illumina anche essa, incornicia l’occhio che ora ha perduto di quell’impressionismo di organo vivo e mutilo per fondersi con tutto l’insieme della fisionomia. Un colpo ondulato, rapido, dato di striscio corona il ritratto dei suoi capelli. Il cencetto rosso vi ritorna su, aggroviglia e spiana; ancora la gomma vi scava laghetti di luce. Una lenta, decisa linea curva delinea appena l’orecchio. Poi, di scatto, l’artista lascia la sua opera; con pochi tratti rapidi, vicini, paralleli lascia immaginare la spalla, segna la firma e la data. Solleva poi il cartoncino, ormai vinto nella sua primitiva chiarezza, ridotto a servire solo da sfondo, nitide e a far serpeggiare piazze dilaganti di luci nell’insieme. Non è una fotografia, non ha nulla della perfetta, meccanica fedeltà di una pellicola: è la presentazione di un carattere fissato in una delle sue molteplici apparenze.

E’, insomma, quello che il nostro amico preferisce essere.

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