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Archive for luglio, 2013

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MARCO DE GREGORIO

Marco De Gregorio nato a Resina (Ercolano) nel 1829, è l’esponente più importante della Repubblica di Portici; le sue opere, disperse, forse firmate con nomi illustri, sono difficilmente reperibili. Il vigore e la singolarità della pittura del De Gregorio risiedono nella capacità dell’artista di cogliere l’armonia e l’atmosfera classica del paesaggio campano e di dare all’immagine quella forza assoluta e semplice che esclude frammenti o descrizioni del particolare. 
Fu pittore essenziale, rigoroso, coerente e fuori del gusto del proprio tempo e troppo onesto perché la sua opera potesse essere accolta dai critici e dagli amatori a lui contemporanei. Nelle sue più belle opere, la sintesi luce-colore è perfetta e la purezza cromatica, e quella curiosa e inaspettata incisività del disegno, fanno davvero pensare ad un pittore quattrocentista. Cecioni lo comprese, solo che, dimenticando date e fatti, attribuì il quattrocentismo del De Gregorio all’influenza dei macchiaioli, e non comprese che quella splendore di immagini e quella intuitiva facoltà di sintesi giungevano direttamente dalla tradizionale “Scuola di Posillipo” e chiaramente da Giacinto Gigante. Se la diretta origine del De Gregorio da Filippo Palizzi appare evidente in alcune sue opere più indicative e vero pure, che la resa di una particolare atmosfera, nelle sue opere, effetti di luce e di clima non limitò mai l’artista, in senso episodico, nella visione generale del paesaggio. Egli conserva quasi sempre, i caratteri assoluti e obiettivi della realtà, proprio come nei classici. Da ciò deriva la severità e la forza di rappresentazione plastica, la rinuncia agli effetti scenografici e appariscenti, cari ai romantici, e quella essenzialità nel definire ogni elemento naturale. Nel 1869 De Gregorio si recò in Egitto, restandovi tre anni e dipingendovi quadri che danno una chiara immagine di quel paese. “Dipinse anche un sipario, su commissione del viceré d’Egitto, per il nuovo teatro del Cairo, e gli fu offerto un posto di direttore della scenografia di quello stesso teatro, ma egli preferì tornare in Italia”.Il Netti, a questo proposito, così descrive la precaria situazione di De Gregorio: ” La vita materiale di quel povero De Gregorio era tutt’altro che color di rosa. I negozianti d’arte, coi quali era in relazione, domandavano da lui della pittura alla quale il suo carattere e il suo ingegno non si poteva piegare. Questo era il tema preferito delle sue collere. Cercava di far delle concessioni al loro gusto, ma senza allontanarsi dalla sua via. Si sforzava di progredire, e progrediva, ma non tentò mai di piegarsi. Quindi vendeva poco e non sempre bene. Egli voleva giungere alla verità come è, alla evidenza di ciascuna cosa, all’espressione giusta degli effetti più fini e più difficili, senza transazioni, senza seduzioni, fino a distruggere la pittura. Erano dei problemi artistici ai quali aveva dedicato la sua vita, che si è consumata in ricerche, e qua e là vi sono nelle sue opere dei lampi bellissimi … Invece in questa lotta continua, di ogni ora e di ogni momento contro le difficoltà dell’arte, contro la miseria, contro la malattia, egli ha perduto ed è stato un uomo che aveva torto”.I quadri del De Gregorio non sono facilmente reperibili…… Tuttavia la produzione conosciuta non è molto più numerosa: a presentare il corpus completo della sua opera mancano, forse, ancora, in tutto sette o otto dipinti. Eppure la sua produzione dovette essere assai più ricca, dato che l’artista, secondo la testimonianza dei suoi non numerosi amici, fu un lavoratore ostinato e instancabile. Il “caso” De Gregorio” è quanto di più evidente, come una società antiquata sul piano della cultura e del costume, possa influire negativamente sulla vita e sull’attività di un artista, fino ad annientare e distruggere fisicamente la sua opera e la sua vita. Egli, come diceva Diego Martelli, ” non era carne di martire “. Marco De Gregorio morì a soli 45 anni, nel 1875, dimenticato. I suoi compagni “porticesi”, al contrario, partiti per Parigi avevano conosciuto il sapore della notorietà e del successo, Il De Nittis, infatti, si era già affermato come pittore alla moda e il Rossano esponeva nel 1876 al Saloon, riscuotendo l’ammirazione del pubblico e dei critici. ” Marco De Gregorio – scrisse il Netti – non era un grande artista, neppure un grandissimo pittore nel senso tecnico della parola, ma la sua pittura aveva tutte le qualità dell’uomo. E l’uomo era brusco, senza reticenze, senza tolleranze, tenace in una discussione, ma di una lealtà rara, di un’onestà rigida e inalterabile, di un cuore buono, aperto e ingenuo. Dopo una violenta discussione gli si stringeva la mano e si restava amici. Il giorno appresso si faceva di lui ciò che si voleva. Anche la sua natura e così: la realtà crudamente tradotta; senza grazie, ma fedele e sincera. Prima di dire una menzogna volontaria in pittura, si sarebbe lasciato tagliare le mani”.

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Questa magnifica tela rappresenta la sintesi perfetta della ricerca pittorica di Marco de Gregorio e rispecchia in pieno le caratteristiche della Scuola di Resina. Il grande artista, capo carismatico di questo gruppo di pittori, ha saputo trasmettere allo spettatore la sensazione della frescura dell’ombra del bosco di Portici, solo a tratti squarciata dal sole d’estate che penetra attraverso le tante foglie degli alberi. Il paesaggio assoluto, senza intrusioni o distrazioni, è colto nella sua naturale bellezza in un affascinante gioco di luci ed ombre, primi piani e profondità, di grande qualità pittorica che ci invita ad ammirare l’opera in silenzio quasi a non rompere l’armonia e la pace di tale luogo. Il tutto in 20×30 cm…

VINCENZO CAPRILE
Vincenzo Caprile (1856-1936), formatosi nell’atmosfera palizziana, indirettamente, attraverso lo Smargiassi, che riproponeva i temi della Scuola di Posillipo e poi di Rossano, si accosta in qualche modo all’estetica della Repubblica di Portici, lavorando e studiando lungamente in compagnia di Federico Rossano e di Alceste Campriani; ma il pittore non si adatta a un indirizzo determinato, pur avendo, insieme agli amici «porticesi», anche una certa propensione alla adozione della «macchia».
La sua natura di sperimentatore eclettico ed appassionato, lo porto ad orientarsi in parte anche verso la pittura aneddotica, che però in Caprile si esprimeva con ben altra «civiltà» compositiva e cromatica. Ne fanno fede il dipinto La dote di Rita, della collezione D’Angelo, un quadro dominato dal rosso della gonna del modello, un rosso che si ritrova anche ne L’interno rustico, mentre nel quadro Sossio e Maria Rosa, scena dall’impianto vagamente teatrale, ricca di episodi squisitamente pittorici, le due figure s’inseriscono nell’ambiente con l’evidenza della pittura realistica del Seicento. Ma, oltre che nella pittura di genere, Caprile si esprime felicemente nella pittura di paesaggio, in cui si ritrovano freschezza e grazia istintive. Paesisticamente egli predilige la natura di Positano e l’atmosfera decadente e raffinatissima dei motivi veneziani; cosi l’artista si divide tra i due temi preferiti, trovando nella natura a lui più congeniale della costiera amalfitana i motivi elegiaci e niente affatto convenzionali di una pittura che proviene da lontano, dagli esempi di un certo vedutismo settecentesco, rivissuto dall’artista sul piano di una descrizione puntuale della vita e degli avvenimenti delle popolazioni marinare che popolano le rocce e le spiagge di Positano, di Amalfi e di altri paesi che s’affacciano sul golfo di Salerno.
Diversa invece la pittura di ispirazione veneziana in cui dominano, accanto alle notazioni offerte dai solenni edifici che s’affacciano sulla laguna, l’atmosfera e la calma di una natura improntata al grigio atmosferico che si riflette nelle calli e nei canali della città. La visione di Venezia del Caprile, pur essendo contemporanea alla versione «eroica» del paesaggio dannunziano, evoca al contrario un’immagine dominata dalla malinconia, nei toni dimessi in cui sono tratteggiati le case, i canali, i ponti e le gondole, sullo sfondo di una Venezia a misura d’uomo. Ma il dato più clamoroso di Caprile è nella sua ritrattistica, nella quale, stranamente, si avverte l’influenza della pittura nord-europea, in specie di Munch, come dimostrano il ritratto Fanciulla di Positano e, soprattutto, un ritratto del padre dell’attuale proprietario dell’albergo «Il covo dei Saraceni» della marina di Positano, che ha la potenza espressiva e la deformazione dolorosa delle opere del grande pittore norvegese.

Paolo Ricci (da “Arte e artisti a Napoli”, 1981) 

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La teletta del Caprile è un’impressione dal vero di un canale veneziano. Poche e veloci pennellate creano uno scorcio caratteristico con arcate, portici e gondole; ma senza dubbio, fonte ispiratrice dell’opera è una luce accesa in un vicoletto che si specchia sulle acque immobili della laguna e i cui riflessi dividono asimmetricamente la tela in due. Il dipinto, seppur paragonabile ad un bozzetto, seppur di piccolissime dimensioni, diventa una calamita per lo sguardo dello spettatore che si perde nella profondità del paesaggio alla ricerca di particolari che piano piano si focalizzano. La scelta cromatica è tipica dell’artista. L’opera è firmata in basso a destra V. Caprile.

EDOARDO DALBONO

L’elevato livello culturale dell’ambiente familiare fu determinante nella formazione del giovane Edoardo Dalbono (1841-1915), che il padre volle sempre con sé nei frequenti viaggi e negli assidui contatti col mondo dell’arte. Così, recatosi a Roma nel 1850, vi condusse il figlio che ricevette i primi insegnamenti di paesaggio dal Michetti e di figura dal Consonni. 
Tornato a Napoli, continuò gli studi di disegno e di pittura. Con sempre maggior frequenza lo si vide intento a schizzare motivi di vecchie architetture e piccoli mercatini; o sulla spiaggia di Mergellina con le barche dai colori sgargianti sullo sfondo diafano di Sorrento e di Capri; o fra gli scogli del Granatello o nelle campagne o lungo la marina di Torre del Greco. Annotava con rapidi segni e parole indecifrabili gli effetti cromatici, fissando ciò che egli chiamava «l’attimo fuggente».
Mattia Limoncelli, commemorando l’artista, osservava: «Vi è un’ora in cui i ritmi si allentano: ci avvediamo che la concretezza oggettiva di Cammarano sarebbe una prepotenza, la solidità della tecnica palizziana sarebbe anch’essa inadatta: pare soltanto accettabile l’arte aerea dei vedutisti napoletani. Edoardo Dalbono si allaccia appunto a quella tradizione, la continua, con l’alleggerimento che appartiene a chi, trovando i problemi fondamentali già risoluti, ha modo di muovere liberamente i passi da quel punto ove altri fu costretto a scrivere l’ultima parola». Pertinente alle ragioni del sogno più che al mondo della realtà, Dalbono oltrepassò i confini di un’arte soggiogata da opposte tendenze, attratto dalle fate del mare nel fantasioso regno della Poesia.
Una parte non esigua della produzione dalboniana venne tuttavia alla luce solo alla morte dell’artista: moltissimi studi di paesaggio, deliziose tavolette, disegni annotati a margine, che confermano nel loro autore un osservatore amoroso, acuto e delicato del vero, e un compositore fantastico di scene popolaresche, immalinconito dalla graduale scomparsa della vecchia Napoli, che era stata il suo mondo pittorico, sopraffatto dalla civiltà.
Alfredo Schettini

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Dinanzi alla “Venezia” di Dalbono la mente e lo spirito viaggiano attraverso un percorso spazio – temporale fatto di colori ed atmosfere fuori dal tempo. Una visione tra sogno e realtà rappresentata con colori ad olio che hanno la delicatezza dell’acquerello. La sua è un’arte contemplativa che spinge all’interiorità. L’eleganza del tratto si accompagna all’estasi dello spirito di chi osserva, s’addentra nell’anima infondendo serenità.

 

I corsi  si terranno presso il Cake Studio a Roma in Via Democrito, 41 per tutti i corsi, fatta eccezione per quelli di pasticceria americana, è incluso il pranzo  per informazioni e iscrizioni contattare : corsi@letiziagrella.it   Pasticceria Americana I … Continua a leggere

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