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SARA IAFIGLIOLA: MINIMALISMO IDENTITARIO

La riduzione della realtà, l’inespressività, l’impersonalità, la “freddezza” emozionale rappresentano il minimalismo di Sara Iafigliola, giovane artista molisana residente a Campobasso. Iafigliola vive l’arte sulla sua pelle, è come se seguisse un cammino già predestinato: non ha scelto lei di fare arte, ma è l’arte che ha scelto lei come canale per esprimersi e vivere. La stessa artista, difatti, sostiene: <<Non so di preciso cosa mi abbia spinto a fare arte, ma posso dire che, fin da piccola, l’unica cosa che mi rendeva felice era quella di prendere fogli e iniziare a disegnare tutto ciò che mi passava per la testa. Disegnavo e coloravo il mio mondo>>.
Poco a poco, l’identità artistica di Iafigliola ha trovato una sua dimensione, riconoscendo in una pittura minimalista e profondamente segnica l’ideale espressione del suo essere. L’arte minimale è il risultato di un percorso di rielaborazione delle forme, presentate nella propria essenzialità, partendo, solitamente, dalla geometria elementare, e creando, di conseguenza, strutture modulari o seriali. Quindi, così come, nelle arti plastiche, la forma si spoglia degli eccessi e si “purifica”, nella pittura, l’essenzialità è il piano pittorico stesso e mostra, come diceva Greenberg, la proprietà fondamentale della pittura stessa: la flatness (piattezza). Attraverso la piattezza della superficie, Iafigliola “manifesta” la sua emozionalità, racconta la sua emotività in un modo tanto essenziale quanto puro.
L’artista fa proprio il linguaggio dei segni, paragonabile, in quanto potere evocativo, a quello verbale. Il segno è sul limitare dell’immagine, prima ancora che essa appaia, ma ancora lontana dall’essere altro. Il segno propone e comunica, è evocativo, ma anche impositivo; si instaura un dialogo con lo spettatore, che cerca un rimando suggerito dalla percezione. Si viene a creare, così, una nuova sintassi, ricchissima di sfumature, che va ben oltre il minimalismo oggettivo della superficie; in questo caso, l’essenzialismo è, paradossalmente, soggettività allo stato puro: l’occhio e la mente invocano, attraverso l’immagine dell’essenziale, pensieri, idee ed emozioni, quali risultato di una mente capace di dare voce e colore alla forma. Iafigliola lavora su questo piano: sintetizza la sua anima quasi come un rebus e vive l’arte come momento tangibile, per toccare la sua essenza. Le superfici piatte e monocromatiche sono la sintesi di stati d’animo perduranti e assoluti, “tessere biografiche” che raccontano momenti di vita e che si esplicano nel lavoro di questa giovane artista.

La sua arte va oltre il gradimento estetico e stuzzica la parte intuitiva dell’intelletto; è un’arte che vuole essere interpretata e che vuole comunicare. I piani di lavoro sono puri e lisci, e diventano gli indicatori di un sentimento pieno che, come ad esempio in Altre notti, viene interrotto da qualcosa e viene espresso con delle palline dello stesso colore della superficie, applicate su quest’ultima. Spesso, Iafigliola crea queste interruzioni, come metafore di stati d’animo e situazioni che vengono scosse da elementi esterni; rappresentano le circostanze della vita che condizionano i nostri sentimenti, li trasformano, li rendono più forti o, al contrario, li dissolvono.

L’arte di Sara Iafigliola è avulsa da schemi precostituiti e da una concettualità banale, ma si arricchisce di una propria personalità, crea legami emotivi con lo spettatore e lo trascina in un percorso di riflessione e di auto-referenziazione. E’ il linguaggio segnico essenziale che fa dell’arte di Iafigliola un prodotto nuovo, fresco, in continua crescita ed evoluzione: è una “sintassi grammaticale”, che vuole nell’essenziale il tutto, che si spoglia di barocchismi inutili e puramente estetici, e mira all’essenzialità come colonna portante di un sistema puramente mentale, che per sopravvivere ha bisogno di pochi elementi, quei segni che rappresentano il mondo di Iafigliola. La forza dei segni e del colore sono la traccia corporea dell’emotività dell’artista; è un concettualismo che va oltre le forme e il minimalismo delle stesse, e si “rafforza” proprio grazie all’assoluta sinteticità della componente segnica.

Fonte: gioiadellarte.wordpress.com

sara-iafigliola-cuori-in-vetrina

fonte: cblive.it


ALTRE OPERE DISPONIBILI, GLI “INCONTRI”:

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“Incontri”, acrilico su tela 30×25 cm del 2013

 

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“Incontri”, acrilico su tela 50×50 cm del 2014

 

BIO

Sara Iafigliola (1985) vive a Campobasso. Consegue la Laurea Specialistica in Arte Visiva e Discipline dello Spettacolo con 110 e Lode presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove, nell’anno 2013/2014, è stata Cultore della materia nella Classe di Pittura del Prof. Rino Squillante. Partecipa a diverse collettive pittoriche e a rassegne di video arte, ed è Finalista alla 14ª Edizione del Premio Borlotti-Imbersago presso la Mediateca Comunale di Imbersago (Lc, 2013). Nel mese di ottobre 2013 è stata invitata a Termoli (Cb), presso l’Officina Solare Gallery, per una Mostra personale, Il colore dei pensieri, curata dal critico d’arte Tommaso Evangelista. Ha partecipato ad una Mostra collettiva “Storie per tramandare la storia” (Alfedena, Aq., 2014) svoltasi presso la Sala Espositiva “Don Filippo Brunetti”, a cura dell’Associazione SM’ART (critici d’arte: Piernicola Maria Di Iorio e Gioia Cativa), per la quale le è stata assegnata una Menzione Speciale per l’opera “Dentro la notte”. Presso la Sala Espositiva della Fondazione Molise Cultura di Campobasso (ex GIL), ha presentato insieme all’artista Vincenzo Mascia, nel mese di aprile 2014, Monocromo, a cura del critico d’arte Silvia Valente. Nel mese di agosto 2014 ha partecipato ad Isernia (Auditorium), al Premio d’Arte Contemporanea di Isernia (PACI), ideato e curato dall’Associazione Culturale SM’ART (critico d’arte, Gioia Cativa). L’Evento è stato riproposto a Torrevecchia Teatina (Ch), nel successivo mese di ottobre. Seconda classificata al Premio Antonio Carena, Mostra/Concorso E’ tempo di sgabbiarsi dallo zoo massmediatico, curata dall’art designer Giuseppe Colucci svoltasi nel mese di febbraio 2015 all’Art Design Factory di Rivoli (To), esporrà le sue nuove opere, mensilmente, presso la medesima Galleria. Nel mese di ottobre 2015 le è stato assegnato al PACI, il Premio Speciale del Presidente della Commissione, Prof. Massimo Pasqualone. Sempre nel 2015 è stata selezionata per partecipare ad ArtExpo Barcelona Art Fair che si terrà a Barcellona (Spagna) dal 21 novembre al 4 dicembre, nella Crisolart Art Gallery, a cura di Isabel Capdevila Sabanes. E’ presente sulla Rivista Arte Mondadori (febbraio 2015), e sul libro d’arte ‘Percezioni contemporanee tra tempo luogo e spazio’’, Edizioni Arsev, a cura di Arpinè Sevagian, testi di Araxi Ipekjian, presentato alla Fiera di Genova nel 2015.

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I matrimoni in Campania sono molto diversi tra loro per lo stile e per il tema che gli sposi decidono di utilizzare per interpretare alla perfezione il loro giorno più bello. Potranno essere matrimonio classici e tradizionali, oppure matrimoni particolari dallo stile retrò o vintage, matrimoni romantici o matrimoni moderni, matrimoni minimal chic o dal [...]

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ATHOS FACCINCANI

Peschiera del Garda, 1951

 

Paolo Levi: “È facile affermare che il lirismo intimista e profondo di F. è più realista del realismo convenzionale. Lo dimostrano il suo successo e la sua capacità di farsi leggere ed apprezzare anche dai fruitori d’arte meno sofisticati. È pittura nella quale ci si riconosce: è storia di un tragitto umano, ma anche storia del mondo e del tempo. Dunque di tutti. Un’arte che è colore ed impressione, ma che mai sarebbe stata possibile senza un’attenta meditazione degli spazi ed accostamenti cromatici. Arte apparentemente ingenua, come ingenuo può apparire il terapeuta agli occhi di chi si è perso nei labirinti dell’inconscio.”

Elda Lettieri: “Quelle tele coloratissime e semplici, quel particolare modo di dipingere non poteva passare inosservato. Ho seguito la sua crescita nel tempo, in continua ascesa; il mondo lo ha consacrato artista internazionale. Inglesi, tedeschi, norvegesi, australiani, americani lo amano.”

Cesare Marchi: “F. soffrì da bambino di un soffio al cuore che lo condannò a vivere per molti anni sotto una campana di vetro. A 13 anni, quei torrenti ove il suo cuore malato gli impediva di tuffarsi assieme al compagni, quei campi di papaveri tra i quali gli era vietato correre, lui li dipinse”.

 

 

 

ATHOS FACCINCANI

Ho sempre invidiato i pittori, per l’immediata pubblicizzazione della loro arte. La pittura comunica direttamente con tutti, italiani inglesi tedeschi cinesi ottentotti, non deve cercarsi un traduttore come l’opera letteraria, che lega il suo destino al numero dei palanti l’idioma con cui è scritta. In particolare, ho sempre guardato ai pittori con la livida invidia dell’impotente che ha scarsa dimestichezza coi colori dell’arcobaleno, e ne conosce con assoluta certezza tre, quanto basta per non prendere la multa ai semafori…

“Invidio i pittori” ha scritto Federico Fellini, “carta, matita e tubetti ci colore permettono loro di affermarsi in ogni circostanza. Per loro ci sarà sempre una mela su un tavolo, una valle alla fine d’una passeggiata, e luce finché avranno la forza di aprire gli occhi”. Penso che fra tutti gli alunni delle Muse i pittori siano i più candidamente felici, abbagliati da quel perenne lampeggiar d’immagini e di forme nella fantasia, in presa diretta con madre natura, di cui succhiano come api il miele policromo di fiori, piante, acque, cieli, luci ed ombre. Che poi traducono sulla tavolozza in assoluta libertà creativa…

Quale sia la grammatica del trentaquattrenne Athos Faccincani, veronese di Peschiera, tocca agli esperti stabilirlo. Ma non è necessario essere degli addetti ai lavori per capire che l’arte di Faccincani, pittore felice di esistere e di vivere, trasuda ottimismo e gioia da ogni olio e tempera. Nella pittura egli ha trovato la rivincita, morale prima ancora che estetica, sua una fanciullezza infelice. Per l’errore di un medico, che sbagliò la dose di un farmaco, soffrì da bambino un soffio al cuore che lo condannò a vivere molti anni sotto una campana di vetro. Non poteva giocare coi compagni. Come il passero solitario di Leopardi, guardava i giochi altrui. Il forzato isolamento maturò, amaro frutto, una precoce sensibilità. A tredici anni, quei torrenti ove il suo cuore malato gl’impediva di tuffarsi assieme ai compagni, quei campi di papaveri tra i quali gli era vietato correre, lui li dipinse. A memoria, nascosto in cantina, perché sua madre non voleva che perdesse tempo con “quelle stupidaggini”…

Per accontentare la madre per accontentare la madre che, come tutte le madri, sognava per lui una quieta professione borghese, s’iscrisse all’istituto per ragionieri. Si alzava alle quattro, per fare i compiti. Il pomeriggio lo consacrava alla pittura frequentando lo studio del vecchio Semeghini e quando si diplomò a pieni voti e già la mamma trafficava per trovargli un posto in banca, le procurò un altro dispiacere correndo a Venezia, a iscriversi all’Accademia delle belle arti. Per mesi visse d’arte e di panini, cliente affezionato delle più note latterie. Fece il piccolo di bottega a Guidi, a Seibezzi, a Marco Novati. Angelo Gamba lo faceva alzare di buon’ora perché andasse a vedere l’alba. “L’ho vista ieri” si difendeva il giovanotto, cui difettava il cibo, non il sonno. “Ricordati che ogni alba è diversa dalle precedenti” rispondeva il maestro, “non solo perché cambia il giorno, ma perché cambiamo noi”.

Dopo una dozzina di levatacce, scrisse alla madre informandola che mai e poi mai sarebbe entrato in banca. Come era possibile stare curvi dietro uno sportello a timbrare assegni avendo gli occhi colmi di gabbiani e d’albe lagunari ?

Athos Faccincani ama la natura nella sua sacra totalità: monti, alberi, insetti. Sdraiato su un prato, indugia a spiare la microscopica vita, fremente fra due ciuffi d’erba o nel salto d’un ruscello. Anima delicata e vagamente panteista, soffre nel vedere la strage di moscerini spiaccicati contro il parabrezza della macchina. Alla corrida, parteggia per il toro, come da bambino parteggiava per il topo. “Vorrei sapere come fanno i topi a mangiare il formaggio senza far scattare la trappola” brontolava il nonno, lungi dall’immaginare che era stato il nipotino Athos a togliere il formaggio. Superfluo aggiungere che stravede per i cavalli e i cani. La prima notte di nozze, nessuno dei due dormì, non per il motivo d’obbligo in tale circostanza, ma perché il cane che da anni dormiva con lui, e per l’occasione era stato rinchiuso nella camera accanto, abbaiava con urla che non avevano più nulla di canino. Gelosia? Tanto che la sposina, persa la pazienza, gridò “O me o il cane”. Rispose Athos: “lo al cane non rinuncerò mai. Puoi tornare dai tuoi genitori”.

Ma la moglie rimase. Il suo intuito femminile capì che agli artisti bisogna perdonare molte cose, perché danno in cambio cose che i non artisti non ci daranno mai. Guardate i suoi fiori. “Una casa piena di libri e un giardino pieno di fiori” chiedeva al cielo il saggio Confucio. Chi non ha fiori di giardino, appenda alla parete quelli di Athos. Sono eguali, e non appassiscono. Li avesse l’esquimese nel suo igloo, sentirebbe un miracoloso odor di primavera. Anche il figlio — eI sangue no xe aqua — dipinge. Si chiama Mattia, ha cinque anni, e disegna alla Klandinsky, alla Paul Klee. Per un quadretto, prende “una donna”, cioè una banconota da cinquantamila. E trova perfino degli acquirenti. Athos comincia ad essere geloso. Lui, a quell’età, non aveva una lira.

 

Cesare Marchi

ATHOS FACCINCANI

Peschiera del Garda, 1951

 

Paolo Levi: “È facile affermare che il lirismo intimista e profondo di F. è più realista del realismo convenzionale. Lo dimostrano il suo successo e la sua capacità di farsi leggere ed apprezzare anche dai fruitori d’arte meno sofisticati. È pittura nella quale ci si riconosce: è storia di un tragitto umano, ma anche storia del mondo e del tempo. Dunque di tutti. Un’arte che è colore ed impressione, ma che mai sarebbe stata possibile senza un’attenta meditazione degli spazi ed accostamenti cromatici. Arte apparentemente ingenua, come ingenuo può apparire il terapeuta agli occhi di chi si è perso nei labirinti dell’inconscio.”

Elda Lettieri: “Quelle tele coloratissime e semplici, quel particolare modo di dipingere non poteva passare inosservato. Ho seguito la sua crescita nel tempo, in continua ascesa; il mondo lo ha consacrato artista internazionale. Inglesi, tedeschi, norvegesi, australiani, americani lo amano.”

Cesare Marchi: “F. soffrì da bambino di un soffio al cuore che lo condannò a vivere per molti anni sotto una campana di vetro. A 13 anni, quei torrenti ove il suo cuore malato gli impediva di tuffarsi assieme al compagni, quei campi di papaveri tra i quali gli era vietato correre, lui li dipinse”.

 

 

 

ATHOS FACCINCANI

Ho sempre invidiato i pittori, per l’immediata pubblicizzazione della loro arte. La pittura comunica direttamente con tutti, italiani inglesi tedeschi cinesi ottentotti, non deve cercarsi un traduttore come l’opera letteraria, che lega il suo destino al numero dei palanti l’idioma con cui è scritta. In particolare, ho sempre guardato ai pittori con la livida invidia dell’impotente che ha scarsa dimestichezza coi colori dell’arcobaleno, e ne conosce con assoluta certezza tre, quanto basta per non prendere la multa ai semafori…

“Invidio i pittori” ha scritto Federico Fellini, “carta, matita e tubetti ci colore permettono loro di affermarsi in ogni circostanza. Per loro ci sarà sempre una mela su un tavolo, una valle alla fine d’una passeggiata, e luce finché avranno la forza di aprire gli occhi”. Penso che fra tutti gli alunni delle Muse i pittori siano i più candidamente felici, abbagliati da quel perenne lampeggiar d’immagini e di forme nella fantasia, in presa diretta con madre natura, di cui succhiano come api il miele policromo di fiori, piante, acque, cieli, luci ed ombre. Che poi traducono sulla tavolozza in assoluta libertà creativa…

Quale sia la grammatica del trentaquattrenne Athos Faccincani, veronese di Peschiera, tocca agli esperti stabilirlo. Ma non è necessario essere degli addetti ai lavori per capire che l’arte di Faccincani, pittore felice di esistere e di vivere, trasuda ottimismo e gioia da ogni olio e tempera. Nella pittura egli ha trovato la rivincita, morale prima ancora che estetica, sua una fanciullezza infelice. Per l’errore di un medico, che sbagliò la dose di un farmaco, soffrì da bambino un soffio al cuore che lo condannò a vivere molti anni sotto una campana di vetro. Non poteva giocare coi compagni. Come il passero solitario di Leopardi, guardava i giochi altrui. Il forzato isolamento maturò, amaro frutto, una precoce sensibilità. A tredici anni, quei torrenti ove il suo cuore malato gl’impediva di tuffarsi assieme ai compagni, quei campi di papaveri tra i quali gli era vietato correre, lui li dipinse. A memoria, nascosto in cantina, perché sua madre non voleva che perdesse tempo con “quelle stupidaggini”…

Per accontentare la madre per accontentare la madre che, come tutte le madri, sognava per lui una quieta professione borghese, s’iscrisse all’istituto per ragionieri. Si alzava alle quattro, per fare i compiti. Il pomeriggio lo consacrava alla pittura frequentando lo studio del vecchio Semeghini e quando si diplomò a pieni voti e già la mamma trafficava per trovargli un posto in banca, le procurò un altro dispiacere correndo a Venezia, a iscriversi all’Accademia delle belle arti. Per mesi visse d’arte e di panini, cliente affezionato delle più note latterie. Fece il piccolo di bottega a Guidi, a Seibezzi, a Marco Novati. Angelo Gamba lo faceva alzare di buon’ora perché andasse a vedere l’alba. “L’ho vista ieri” si difendeva il giovanotto, cui difettava il cibo, non il sonno. “Ricordati che ogni alba è diversa dalle precedenti” rispondeva il maestro, “non solo perché cambia il giorno, ma perché cambiamo noi”.

Dopo una dozzina di levatacce, scrisse alla madre informandola che mai e poi mai sarebbe entrato in banca. Come era possibile stare curvi dietro uno sportello a timbrare assegni avendo gli occhi colmi di gabbiani e d’albe lagunari ?

Athos Faccincani ama la natura nella sua sacra totalità: monti, alberi, insetti. Sdraiato su un prato, indugia a spiare la microscopica vita, fremente fra due ciuffi d’erba o nel salto d’un ruscello. Anima delicata e vagamente panteista, soffre nel vedere la strage di moscerini spiaccicati contro il parabrezza della macchina. Alla corrida, parteggia per il toro, come da bambino parteggiava per il topo. “Vorrei sapere come fanno i topi a mangiare il formaggio senza far scattare la trappola” brontolava il nonno, lungi dall’immaginare che era stato il nipotino Athos a togliere il formaggio. Superfluo aggiungere che stravede per i cavalli e i cani. La prima notte di nozze, nessuno dei due dormì, non per il motivo d’obbligo in tale circostanza, ma perché il cane che da anni dormiva con lui, e per l’occasione era stato rinchiuso nella camera accanto, abbaiava con urla che non avevano più nulla di canino. Gelosia? Tanto che la sposina, persa la pazienza, gridò “O me o il cane”. Rispose Athos: “lo al cane non rinuncerò mai. Puoi tornare dai tuoi genitori”.

Ma la moglie rimase. Il suo intuito femminile capì che agli artisti bisogna perdonare molte cose, perché danno in cambio cose che i non artisti non ci daranno mai. Guardate i suoi fiori. “Una casa piena di libri e un giardino pieno di fiori” chiedeva al cielo il saggio Confucio. Chi non ha fiori di giardino, appenda alla parete quelli di Athos. Sono eguali, e non appassiscono. Li avesse l’esquimese nel suo igloo, sentirebbe un miracoloso odor di primavera. Anche il figlio — eI sangue no xe aqua — dipinge. Si chiama Mattia, ha cinque anni, e disegna alla Klandinsky, alla Paul Klee. Per un quadretto, prende “una donna”, cioè una banconota da cinquantamila. E trova perfino degli acquirenti. Athos comincia ad essere geloso. Lui, a quell’età, non aveva una lira.

 

Cesare Marchi

ATHOS FACCINCANI

Peschiera del Garda, 1951

 

Paolo Levi: “È facile affermare che il lirismo intimista e profondo di F. è più realista del realismo convenzionale. Lo dimostrano il suo successo e la sua capacità di farsi leggere ed apprezzare anche dai fruitori d’arte meno sofisticati. È pittura nella quale ci si riconosce: è storia di un tragitto umano, ma anche storia del mondo e del tempo. Dunque di tutti. Un’arte che è colore ed impressione, ma che mai sarebbe stata possibile senza un’attenta meditazione degli spazi ed accostamenti cromatici. Arte apparentemente ingenua, come ingenuo può apparire il terapeuta agli occhi di chi si è perso nei labirinti dell’inconscio.”

Elda Lettieri: “Quelle tele coloratissime e semplici, quel particolare modo di dipingere non poteva passare inosservato. Ho seguito la sua crescita nel tempo, in continua ascesa; il mondo lo ha consacrato artista internazionale. Inglesi, tedeschi, norvegesi, australiani, americani lo amano.”

Cesare Marchi: “F. soffrì da bambino di un soffio al cuore che lo condannò a vivere per molti anni sotto una campana di vetro. A 13 anni, quei torrenti ove il suo cuore malato gli impediva di tuffarsi assieme al compagni, quei campi di papaveri tra i quali gli era vietato correre, lui li dipinse”.

 

 

 

ATHOS FACCINCANI

Ho sempre invidiato i pittori, per l’immediata pubblicizzazione della loro arte. La pittura comunica direttamente con tutti, italiani inglesi tedeschi cinesi ottentotti, non deve cercarsi un traduttore come l’opera letteraria, che lega il suo destino al numero dei palanti l’idioma con cui è scritta. In particolare, ho sempre guardato ai pittori con la livida invidia dell’impotente che ha scarsa dimestichezza coi colori dell’arcobaleno, e ne conosce con assoluta certezza tre, quanto basta per non prendere la multa ai semafori…

“Invidio i pittori” ha scritto Federico Fellini, “carta, matita e tubetti ci colore permettono loro di affermarsi in ogni circostanza. Per loro ci sarà sempre una mela su un tavolo, una valle alla fine d’una passeggiata, e luce finché avranno la forza di aprire gli occhi”. Penso che fra tutti gli alunni delle Muse i pittori siano i più candidamente felici, abbagliati da quel perenne lampeggiar d’immagini e di forme nella fantasia, in presa diretta con madre natura, di cui succhiano come api il miele policromo di fiori, piante, acque, cieli, luci ed ombre. Che poi traducono sulla tavolozza in assoluta libertà creativa…

Quale sia la grammatica del trentaquattrenne Athos Faccincani, veronese di Peschiera, tocca agli esperti stabilirlo. Ma non è necessario essere degli addetti ai lavori per capire che l’arte di Faccincani, pittore felice di esistere e di vivere, trasuda ottimismo e gioia da ogni olio e tempera. Nella pittura egli ha trovato la rivincita, morale prima ancora che estetica, sua una fanciullezza infelice. Per l’errore di un medico, che sbagliò la dose di un farmaco, soffrì da bambino un soffio al cuore che lo condannò a vivere molti anni sotto una campana di vetro. Non poteva giocare coi compagni. Come il passero solitario di Leopardi, guardava i giochi altrui. Il forzato isolamento maturò, amaro frutto, una precoce sensibilità. A tredici anni, quei torrenti ove il suo cuore malato gl’impediva di tuffarsi assieme ai compagni, quei campi di papaveri tra i quali gli era vietato correre, lui li dipinse. A memoria, nascosto in cantina, perché sua madre non voleva che perdesse tempo con “quelle stupidaggini”…

Per accontentare la madre per accontentare la madre che, come tutte le madri, sognava per lui una quieta professione borghese, s’iscrisse all’istituto per ragionieri. Si alzava alle quattro, per fare i compiti. Il pomeriggio lo consacrava alla pittura frequentando lo studio del vecchio Semeghini e quando si diplomò a pieni voti e già la mamma trafficava per trovargli un posto in banca, le procurò un altro dispiacere correndo a Venezia, a iscriversi all’Accademia delle belle arti. Per mesi visse d’arte e di panini, cliente affezionato delle più note latterie. Fece il piccolo di bottega a Guidi, a Seibezzi, a Marco Novati. Angelo Gamba lo faceva alzare di buon’ora perché andasse a vedere l’alba. “L’ho vista ieri” si difendeva il giovanotto, cui difettava il cibo, non il sonno. “Ricordati che ogni alba è diversa dalle precedenti” rispondeva il maestro, “non solo perché cambia il giorno, ma perché cambiamo noi”.

Dopo una dozzina di levatacce, scrisse alla madre informandola che mai e poi mai sarebbe entrato in banca. Come era possibile stare curvi dietro uno sportello a timbrare assegni avendo gli occhi colmi di gabbiani e d’albe lagunari ?

Athos Faccincani ama la natura nella sua sacra totalità: monti, alberi, insetti. Sdraiato su un prato, indugia a spiare la microscopica vita, fremente fra due ciuffi d’erba o nel salto d’un ruscello. Anima delicata e vagamente panteista, soffre nel vedere la strage di moscerini spiaccicati contro il parabrezza della macchina. Alla corrida, parteggia per il toro, come da bambino parteggiava per il topo. “Vorrei sapere come fanno i topi a mangiare il formaggio senza far scattare la trappola” brontolava il nonno, lungi dall’immaginare che era stato il nipotino Athos a togliere il formaggio. Superfluo aggiungere che stravede per i cavalli e i cani. La prima notte di nozze, nessuno dei due dormì, non per il motivo d’obbligo in tale circostanza, ma perché il cane che da anni dormiva con lui, e per l’occasione era stato rinchiuso nella camera accanto, abbaiava con urla che non avevano più nulla di canino. Gelosia? Tanto che la sposina, persa la pazienza, gridò “O me o il cane”. Rispose Athos: “lo al cane non rinuncerò mai. Puoi tornare dai tuoi genitori”.

Ma la moglie rimase. Il suo intuito femminile capì che agli artisti bisogna perdonare molte cose, perché danno in cambio cose che i non artisti non ci daranno mai. Guardate i suoi fiori. “Una casa piena di libri e un giardino pieno di fiori” chiedeva al cielo il saggio Confucio. Chi non ha fiori di giardino, appenda alla parete quelli di Athos. Sono eguali, e non appassiscono. Li avesse l’esquimese nel suo igloo, sentirebbe un miracoloso odor di primavera. Anche il figlio — eI sangue no xe aqua — dipinge. Si chiama Mattia, ha cinque anni, e disegna alla Klandinsky, alla Paul Klee. Per un quadretto, prende “una donna”, cioè una banconota da cinquantamila. E trova perfino degli acquirenti. Athos comincia ad essere geloso. Lui, a quell’età, non aveva una lira.

 

Cesare Marchi

PIETRO LISTA

Nato a Castiglione del Lago in provincia di Perugia nel 1941. Studia alla Accademia di Belle Arti a Napoli con i maestri Emilio Notte, Giovanni Brancaccio, Vincenzo Ciardo, Mario Colucci. Nel 1965 partecipa ad una collettiva presentata da Giulio Carlo Argan a Napoli. Nel 1968 partecipa ad una collettiva curata da Germano Celant. E’ stato responsabile di eventi e film d’arte. Nel 1970 apre a Salerno la Galleria Taide e l’omonima casa editrice. Nel 1973 partecipa alla VIII Biennale di Parigi e nel 1975 alla X Quadriennale di Roma. Dal 1980 inizia la sua produzione di sculture e ceramiche. Nel 1993 fonda a Paestum il Museo d’Arte Contemporanea I Materiali Minimi. Nel 1998 a Roma Achille Bonito Oliva presenta una mostra antologica del maestro. Sue opere sono presenti nelle maggiori collezioni pubbliche e private del mondo.

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“LISTA D’ATTESA”

di Achille Bonito Oliva

“Nel fare-spazio parla e si cela al tempo stesso un accadere. Questo aspetto del fare-spazio ci sfugge facilmente e quando viene considerato è sempre difficile da determinare, soprattutto fin tanto che predomina lo spazio tecnico-fisico, come quello a cui deve venir ricondotta anticipatamente ogni caratterizzazione dello spaziale” (M. Heidegger, l’arte e lo spazio, 1969). Nell’arte non esiste uno spazio fisico e rigidamente preordinato. Semmai un luogo conformato nei termini di campo, frutto di relazioni mobili funzionali alla conformazione dell’immagine. Nella pittura di Pietro Lista lo spazio è una superficie virtuale in cui non esistono centro e periferia. Le figure portano soltanto lo scheletro della propria conformazione, la struttura elementare del proprio apparire.
L’apparizione presuppone appunto l’accadere, l’evento epifanico di un’immagine, prodotto di uno spazio-temporalità assolutamente consustanziale. Prima dell’arte non esiste una misura o un territorio precostituito. Il processo creativo innesca un procedimento di fondazione sincronico in cui l’immagine diventa figura e sottofondo spaziale, segno e materia. L’artista salernitano parte ed approda ad un linguaggio ridotto ad un alfabeto elementare, giocato prevalentemente sul bianco e nero, trasgredito dalla presenza isolata e rara di altri colori. La riduzione dello scheletro comporta un’essenzialità con un’implicita perdita di peso e di leggerezza. Tali qualità, spostano la fissità dell’opera sul piano dell’evento, sull’accadimento di un’apparizione veloce e profonda che sembra collocare l’immagine sul versante di uno spazio mentale e nello stesso tempo fisico. In Lista non esiste precisione dello spazio, perché non esiste immagine precostituita o ideologia dell’abitare. L’arte si afferma contro ogni dogma o preveggenza. L’immagine-figura o segno geometrico, accade nella potenzialità di una posizione dislocata in una sorta di vuoto consistente, confermato come supporto soltanto nel punto fermo dell’evento visivo. Fuori da ogni legge gravitazionale, le figure si stagliano liberamente nello spazio, realizzate secondo uno standard manuale che ne evidenzia la struttura essenziale Fatte attraverso il filtro di una modularità universale e primaria, esse comunicano la propria natura di linguaggio a temperatura notturna.
Notturna è la febbrilità onirica delle figure che utilizzano la bianca potenzialità della superficie per imprimere la propria impronta che ricalca l’elementarità apotropaica e magica del linguaggio primitivo, l’asimmetria accompagnata e rafforzata dall’ironia liberatoria degli accostamenti. L’arte diventa la fondazione di un territorio mobile che si forma e deforma continuamente secondo gli accostamenti di figurazione ed astrazione organica e geometrica, sostanza notturna del segno e quella diurna sottostante e sovrastante. Il bianco della superficie diventa la fonte di luce che illumina a giorno l’accadimento dell’immagine, il punto fermo al neon che stabilisce la visione.
Volutamente piatta è la visione di queste figure , come un trascorrere di ombre cinesi che seguono un ordine di scorrimento aderente pienamente all’impianto bidimensionale dello spazio. L’immagine diventa un tatuaggio sulla pelle della pittura, un geroglifico che non vuole scalfire nulla ma aderire a se stesso, trovare un punto di contatto, anzi una possibile collocazione e coabitazione.
L’arte dunque non è abitare ma coabitare, sistema di convivenza tra segni diversi, che attraverso la modularità hanno in comune l’essenzialità e la leggerezza, le qualità dunque di una veloce mobilitazione e dislocazione. Lo standard manuale che riproduce l’immagine permette alla pittura  di Lista il paradosso di una comunicazione veloce , quasi elettronica, in sintonia con quella quotidiana dei mass-media, poggiante anch’essa sulla modularità. La differenza consiste nel fatto che nella comunicazione computerizzata esiste un’omogeneità dei linguaggi e dei segni. Nel processo creativo dell’arte invece è possibile una trasmissione  del disomogeneo, la comunicazione di segni diversi seppure strutturati secondo uno standard manuale, giocato sulla semplicità e la ridondanza. La ridondanza diventa il sintomo di un atteggiamento ironico che prende le distanze dal linguaggio, ma nello stesso tempo vuole produrre oltre che informazione anche comunicazione. Il pathos della distanza nicciana abita l’universo coreografico di Lista che riduce la presa soggettiva per favorire quella dello scambio col sociale. Senza più simulare ottimismo o sicurezza, senza cosmetico cromatismo o ostentazione tecnica.
“Gli spazi profani sono in ogni caso tali in quanto riferiti a spazi sacri che stanno sullo sfondo” dice ancora Heidegger. Questo  presuppone appunto un’idea sacrale dell’arte, un preconcetto favorevole come ideologia artistica. Invece Lista non conosce e non vuole condizione di artista. Artista nomade e transfuga, egli cerca e trova solo nell’arte la garanzia di una felice precarietà, l’eliminazione di ogni recinto o territorio privilegiato. Affida all’accadimento, alla fondazione di una superficie benefica ed egualitaria la possibilità di creare immagine. Laddove esiste immagine, epifania della figura, esiste spazio e dunque arte. Artista laico, non riconosce all’arte nessuno statuto garantito che ne segnali la differenza rispetto alla vita. Perché essa fa parte della vita, anche se ad un livello diverso e particolare. Il linguaggio serve ad evocare una diversa realtà, a spingere la vita verso una paradossale condizione di impossibilità, dove non esiste sopraffazione ma coesistenza, coabitazione in uno spazio di nuove possibilità. Qui non sono garantite le relazioni in quanto aperte ad un flusso tra centro e periferia, bianco e nero, groviglio e figure, segni antropomorfici e geometrici.
Forte è la relazione con la musica, fatta di suono e pausa, ritmo. Come sullo spartito la pittura dispone i propri segni bidimensionali per andare oltre, per incontrare la contemplazione ed il riconoscimento vivificante del pubblico. Fonica e concreta, questa pittura si dispone per essere suonata dallo sguardo sociale che ha bisogno di codici per mettersi in azione. Lista predispone i suoi codici riconducibili, utilizza la superbia pittorica come una partitura in cui pieno e vuoto, rumore e silenzio coesistono sullo stesso piano e con la stessa presenza. Lo standard manuale diventa lo strumento che rimanda allo stesso autore, così come l’identità del pubblico alla stessa orchestra. “Fare spazio è libera donazione dei luoghi” dice ancora Heidegger: Libero è il dono della partitura pittorica come quello dell’ascolto della visione. Come non esiste predisposizione predestinata di spazio, così non esiste imposizione delle figure. Esse segnalano un diverso modello, rispetto al reale, di affermarsi e darsi al sociale. Il modello è quello di un’esistenza legata alla probabilità della relazione e non alla sopraffazione di una solitaria affermazione di sé.  Relazione tra le diverse figure che accadono nello spazio dell’arte è quella che avviene tra esse e il pubblico. Tale condizione diventa l’umana identità dell’arte contemporanea che non chiede preventivi riconoscimenti ma l’incontro progressivo con la sensibilità sociale. Solo da questo corto circuito, quello di una relazione anche conflittuale, nasce e si realizza la socievole natura dell’arte che vuole stabilire non la distanza di una superba bellezza ma il contatto con la propria intensità. Il linguaggio volutamente teso alla riduzione di Lista segnala proprio questa umiltà, la rinuncia all’opulenza di una tradizione dell’arte occidentale, alla complessità del segno e alla ricchezza del colore. Qui invece adotta il corpo dell’arte, riportato allo scheletro della propria apparenza e alla elementarità del suo vocabolario. Qui l’arte ricomincia da capo, fonde la propria detrazione sulla coscienza del suo evolversi, e, per questo, azzera la sua abilità nell’apparire. Ora appare la possibilità di uno spazio di coabitazione come possibilità, dono dell’artista che non aspetta ricompensa, semmai scambio tra la propria esperienza creativa e quella contemplativa del pubblico, senza reciproche difficoltà. Sintonizzarsi sulle lunghezze d’onda dell’arte significa riconoscere la realtà di una diversa attitudine del fare. Fare significa per Lista pensare, realizzare e fondare la propria cosmologia di immagini. Dimostrare questa possibilità nell’ambito dei codici, riportati al loro riconoscimento primario, attraverso una leggerezza esecutiva ed un nomadismo di rimandi che ne facilita la lettura. Leggere l’arte è come ascoltare la musica, riferirsi ad una fonte di ascolto in una libertà spaziale e temporale che ne evidenzia l’attenzione. Il quadro non ha recinti, soltanto l’estensione fino ai bordi delle sue possibili relazioni interne. Come la vita fino ai bordi della morte. E la contemplazione dell’opera trova una premonizione nel nome dell’artista, Lista, diventa appunto una lista d’attesa per il pubblico che aspetta l’epifania, l’apparizione dell’immagine. Per trentennale sodalizio con l’artista, posso affermare che l’attesa talvolta riserva un posto per il volo.

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