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GENNARO VILLANI      (Napoli, 1885 – 1948)

Io non amo le prefazioni. L’opera d’arte si presenti da sé. I «non addetti al lavoro» non entrino. Ma quando si tratta di dare un giudizio degno di fede, su di un artista o di un’opera che stimo, lo faccio ben volentieri; tanto più che è cosa difficilissima. Solo gl’incoscienti e i non addetti al lavoro sogliono aprir bocca in proposito, con la disinvoltura del paglietta e del ciarlatano.

Baudelaire dice che per giudicare la pittura occorre per lo meno aver dimestichezza con i ferri del mestiere. E chi scrive gode di tale familiarità; onde afferma che Gennaro Villani è uno dei pochi pittori veraci che abbia l’Italia, uno di quelli che rappresentarono degnamente il paese alle non facili esposizioni internazionali di S. Francisco, Monaco, Barcellona, Venezia, Bruxelles, del «Salon» ecc.

Villani è il paesista per eccellenza; e sente e tratta la figura come elemento paesistico, vale a dire che per lui la figura non esiste se non ambientata. Infatti, Umberto Boccioni afferma: una figura non esiste fuori del suo ambiente.

La forza del Villani consiste nel dare all’opera volume e colore, cose quasi impossibili a stare assieme, poiché poche volte non si distrussero a vicenda; e il colore, sempre atmosferico, non avrà mai la sua «pura» volgarità. Né il nostro artista ammette la dosa; né regola la luce nello studio: non ha studio. Il paesaggio cambia ogni cinque minuti ed egli lo ama e lo coglie nella sua sintesi atmosferica.

L’Arte è sintesi.

Figure che camminano, cavalli che trottano, vele che vanno, automobili che s’avventano: Villani che dipinge!… e molti pittori compaesani, inetti o in mala fede, che continuano a maltrattare il collega non socio al Circolo Artistico.

Ah! come sarebbe più giusto che si cavassero i cappelli in questa mostra! Come sarebbe ora che si vergognassero i fotografi colorati a 100 lire la copia.

FRANCESCO CANGIULLO

 

Loria sulla mostra di Gennaro Villani al Grenoble

 

Una mostra così ricca e così varia, piena di luce e di vita ben merita il successo ottenuto.

Oltre cinquanta tele popolano l’ampio salone dell’Unione Giornalisti Napoletani; opere di una finezza tutta propria, interessanti ed originali che hanno richiamato e richiamano tutt’ora l’attenzione del mondo intellettuale Napoletano.

Gennaro Villani, alla distanza di un anno, si ripresenta alla ribalta di una mostra artistica generale, dopo avere in silenzio lavorato con fervore ammirevole.

Vi sono in queste opere le tracce indelebili dell’anima dell’artista, del pensatore che imprime in una linea, in una pennellata, in un tono, ora caldo, ora freddo, la sua tecnica robusta, la sua personale caratteristica.

Ho detto innanzi che Gennaro Villani è un taciturno, è un pensatore, è un instancabile lavoratore; e non a torto ho asserito tanto. Egli è un artista fra i migliori della nostra Napoli, che fugge il rumore assordante della vita e brama soltanto il lavoro, soltanto la quiete!…

PIETRO MONTELLA

AMERIGO TAMBURRINI

Napoli, 1891 – 1966

 

Coetaneo e compagno di studi di Crisconio, Tamburrini si formò nell’atmosfera del realismo pittorico di Cammarano. Tuttavia Tamburrini, con le esperienze acquisite alla luce del vero, venne plasmando una sua propria fisionomia dalla quale emergeva un carattere impetuoso, libero, creativo, una personalità consapevole del proprio valore, insofferente di esser condizionata da correnti o da tematiche. Pittore sensibilissimo, traduceva sulla tela le sue emozioni con tecnica larga, con tocchi vibranti, dando al colore una resa rapida ed efficace. Specialmente negli ultimi anni, Tamburrini entrava in una fase di maggiore intensità della visione del vero, liricizzato dalla immaginazione: senza indulgere al particolare, all’episodico, alle facili lusinghe del colore locale, l’impegno era volto a una rappresentazione sintetica, a una essenzialità espressiva, nella chiarezza di un impianto semplice e naturalmente elegante. Pittore equilibrato e schietto, sagace ed acuto, Tamburrini si sentiva a suo agio dipingendo nel vivo respiro della natura e del vero.

Rubens Capaldo `alle origini della forma’

 

Osservando il panorama della pittura napoletana della prima metà del Novecento, e più precisamente analizzando l’opera dei pittori come Crisconio, Chiancone, Striccoli, Brancaccio, Casciaro, è evidente, nella formazione di tutti questi autori, la matrice novecentista che, nel periodo in cui hanno operato, accomunava pittori di tutta Europa ed oltre, secondo il rapelle al ordre di Waldemar George e i “Valori plastici” di Mario Broglio.

Ma osservando l’opera di Rubens Capaldo, che appartiene ad una generazione successiva ai pittori sopra citati, Guido Casciaro escluso, notiamo subito, nella prima fase giovanile, un forte debito nei confronti di Crisconio, pittore molto amato da Capaldo. Mentre non rileviamo tracce di “Novecento” nella sua formazione, se non in qualche opera. Ora c’è da domandarsi da dove mai venisse l’amore di Capaldo per quelle forme piene e scultoree, per quella pittura dove la figura umana, il nudo, assumono un ruolo centrale nella sua ricerca, dove un nutrito corpus di disegni rappresenta il cuore della sua poetica, esplicata da un fare monumentale. Leggendo alcuni cenni biografici sulla formazione dell’artista, scopro un elemento che credo determinante per spiegare quel gusto per la forma piena: è il termine “crastularo”, ovvero ceramista.

L’approccio all’arte del giovane Rubens, avviene attraverso l’uso della creta, materia che conosce ben prima del colore. Il lavoro sulla ceramica è principalmente un lavoro sulla forma: il termine “forma bombata”, che suona così scultoreo, è, tutto sommato, legato alla forma dei vasi (a tal proposito si guardino certe sculture di Maillol). È l’amore giovanile dell’artista per la linea curva, per la forma plastica, per l’ellisse, che darà luogo a quel linguaggio personale di Capaldo maturo. Ammirando gli straordinari nudi del maestro, prima di analizzare il linguaggio della pennellata che merita sicuramente uno studio a parte, noto subito qualcosa che ha poco a che fare con la nostra pittura napoletana, cioè quel modo tipico del Manierismo di allungare i corpi e rimpicciolire le teste (proprio di un Pontormo e di un Rosso Fiorentino) come anche la resa di incarnati lividi, molte volte ottenuti con toni freddi di straordinaria raffinatezza.

Potremmo paragonare la ricerca di Capaldo sul Manierismo a quella dello scultore Emilio Greco che in scultura sperimentava in quegli anni tale linguaggio.

Questo avvicinarsi al Manierismo è nato sicuramente da un’esigenza interiore, legata, come dicevo, alla sua formazione di matrice scultorea che consente di focalizzare il proprio lavoro sulla forma, essendo peraltro padrone di molteplici tecniche e profonde conoscenze di mestiere. La pennellata, come dicevamo, ha un forte rapporto con l’opera di Crisconio, il quale riesce a coniugare i toni cupi ereditati dal Seicento e appresi dall’opera del Cammarano, con una visone moderna e costruttiva che passa attraverso l’opera di Cèzanne. Capaldo capisce che la pennellata, il gesto nervoso e costruttivo, sono il compimento della sua ricerca sulla forma pittorica. Pennellata che risente dell’esperienza del ceramista, la materia brillante e luminosa di certe opere mature che fanno pensare alla lucentezza degli smalti tipiche delle maioliche. In questo modo il maestro non si accontenta solo dell’aspetto costruttivo e luminoso (la famosa sintesi cezanniana di forma-colore-luce), ma altri aspetti di natura simbolista e visionaria accompagnano il suo lavoro, dando un’originale impronta alla sua ricerca. In alcuni dipinti il fondo sembra compenetrare con i volumi che compongono la figura, andando a sfaldare i piani, creando un’atmosfera luminosa, suggestiva ed unica. Dunque Capaldo è un artista ricco di suggestioni, con una formazione del tutto originale e con una personalità complessa e raffinata. Grazie a queste caratteristiche, la sua pittura ha sicuramente un respiro europeo, conferma indiscutibile della nostra ricchezza culturale, che tante volte la nostra città purtroppo nasconde sotto l’ombra del provincialismo e dell’ignoranza.

(Paolo La Motta)

RUBENS CAPALDO

(Parigi, 1908 – Napoli, 1997)

Rubens Capaldo, uno dei pittori napoletani più personali della sua generazione, è di quelli che sono restati fedeli alla loro originaria ispirazione e che, col passare degli anni, vanno sempre meglio affinando e approfondendo senza mai scostarsene con l’intento di seguire altre vie che non siano quelle proprie e individuali.

Egli ha assorbito dalla cultura di oggi soltanto quegli stimoli e quegli apporti più idonei a nutrire la sua stessa ispirazione.

Così che la sua figurazione (da autentico e consistente pittore figurativo) pur essendo quella di sempre presenta un suo spicco più intenso ed intimo. Nelle sue opere alle formulazioni plastiche (dove rivivono le patine dei bronzi ercolanensi, appena variegati dalla salsedine marina) corrisponde un chiaroscuro intriso di colori in un rovello di segni che paiono scavati col bulino.

Capaldo così rileva più da presso l’immagine identificandola con il fondo mediante l’identico trattamento cromatico, dove la luce e i valori atmosferici avviluppano la scena senza il minimo distacco.

Così che è raggiunta, in quel fluido di ruggine dorata, una vibrante unificazione plasmata in una forma fremente di accenti colorati e di elementi chiaroscurali.

Si avverte ancora, in Capaldo l’inseparabile legame con la scuola napoletana (Mancini) a cui si accompagna la presenza della fermentante tavolozza di Luigi Crisconio, con l’esito talvolta di personali innovazioni dovute ad altra temperie emotiva.

Nei paesaggi poi, nelle vedute di contrade marine, nelle nature morte, nei fiori, Capaldo investe il suo innato naturalismo con un velo d’aria e con un arretramento più di tempo che di spazio, conferendo alla natura un magico sentimento nostalgico, in cui l’attuale definizione di luoghi è trasposta in un’età traslata e tanto più amabile di quella attuale.

C’è da attendersi nell’opera e nell’impegno di questo pittore un processo di sublimazione così dei ricordi come delle forme attuali in stretta corrispondenza con il suo temperamento poetico, nella sempre più avvincente intesa tra il mondo della percezione e quello della fantasia.

La sua posizione è forse la più singolare di quelle dell’attuale panorama della pittura napoletana ed è rivolta all’avvenire senza per questo rinnegare le acquisizioni di un recente passato anzi fornendole di un affettuoso consenso nella sua propria testimonianza di consanguineità, di partecipazione, pur essendo egli ben fermo nelle sue spiccate singolarità.

(Carlo BarbieriIl Mattino, 1963)

GIUSEPPE APREA

Napoli, 1876 – 1946

Già da bambino evidenziò un talento precoce, il Palizzi, il Morelli ed il Cammarano che gli furono maestri presso l’Istituto di Belle Arti di Napoli lo ebbero in particolare considerazione per l’impegno versatile specie nel tratto del disegno.

Dopo aver vinto il pensionato artistico nazionale viaggiò molto all’estero studiando sia gli antichi maestri che le nuove generazioni. Partecipò a molte esposizioni in Italia ed all’estero e suoi sono molti affreschi che adornano chiese napoletane. Nel 1908 fu nominato professore presso l’Accademia di Napoli.

L’Aprea a cavallo dei due secoli, nonostante avesse una cultura pittorica acquisita direttamente e non solo sterilmente sui testi ed era stato educato alla austera disciplina ottocentesca, non tardò a trovarsi in presenza di tempi nuovi con tendenze diverse. Egli seppe rinnovarsi, facendo tesoro delle esperienze acquisite, senza avere incertezze; padrone di forti mezzi espressivi seppe realizzare opere equilibrate, di un’esecuzione rapida, dalla pennellata larga e costruttiva con una tavolozza ricca e innovativa rispecchiando il suo temperamento anche secondo le nuove tendenze e prospettive.

(Roberto Rinaldi)

GUIDO CASCIARO

(Napoli, 1900 – 1963)

Se la prima fase di attività risente degli insegnamenti paterni in direzione del paesaggio, come confermano le opere presentate alla Promotrice del 1920, entrambe vedute dell’isola di Capri, Guido Casciaro trova una autonoma ricerca nella scelta di essenziali ambientazioni cittadine, realizzate prevalentemente ad olio. Attraverso numerose partecipazioni a Esposizioni (Cassese in Picone Petrusa 2005), la prima personale è del 1924, si avvicina alla poetica antilirica di Crisconio (Ricci 1953) e alla spazialità metafisica di De Pisis. Il bisogno di rinnovamento lo porta ad essere tra i fondatori del Gruppo Flegreo con cui gli artisti napoletani cercano di collegarsi al fermento dei grandi movimenti europei. Numerose vedute urbane, assieme a quelle della periferia della città, sono riprese dalla casa di famiglia di via Luca Giordano, luogo simbolo e crocevia di appassionate discussioni sulle trasformazioni in atto. Con vedute della città di impronta espressionista partecipa alle Biennali del ’34 e ’36. La stessa accentuazione cromatica ed estrema nitidezza del segno saranno utilizzate per il dipinto Ritratto di mia moglie presentato alla XXI Biennale del 1938 nella sala 6 della Sezione in concorso dedicata alle Pitture di Ritratti e Paesaggi. Nell’opera, a cui non sembra estranea la ricerca post-impressionista di Cézanne e l’uso del colore che modella plasticamente le forme, il pittore si dedica allo studio della figura con composizioni di grande intensità: Donne al sole (’40), Giovina in terrazza (’41), La sposa (’42) . Nel corso degli anni Quaranta intensifica la produzione di nature morte di ispirazione barocca in cui abbina allo studio delle fonti di luce riflesse sugli oggetti, quello dei piani di profondità. Come già adoperato per i ritratti, vere e proprie quinte teatrali fanno da sfondo scenografico che esalta nei contenuti l’oggetto in primo piano: Ricci di mare con veduta (’40) con un brano del golfo di Napoli sullo sfondo, presentato alla XXII Biennale o Natura morta (’45) con un vassoio poggiato su una sedia da cui si intravedono elementi di arredo. Dagli anni Quaranta insegna Decorazione pittorica all’Istituto d’Arte Palizzi e continua l’intensa partecipazione a collettive, in forte affinità speculativa con gli Artisti Vomeresi (Chiancone, Striccoli, Verdecchia, Girosi, Giordano, Biondi e altri). La prima retrospettiva del 1964, al Circolo Artistico Politecnico, è a cura di Carlo Verdecchia.

Maria Tamajo Contarini  (da 9centoNapoli 1910-1980 per un museo in progress. Electa Napoli)

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